Pd, dopo il flop Liguria per Renzi è ora di “mettere mano al partito”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Giugno 2015 14:55 | Ultimo aggiornamento: 1 Giugno 2015 15:16
Pd, dopo il flop Liguria per Renzi è ora di "mettere mano al partito"

Pd, dopo il flop Liguria per Renzi è ora di “mettere mano al partito”

GENOVA – In Liguria, dove Raffaella Paita ha perso per lo sgambetto della sinistra interna, per il Pd è arrivata la doccia fredda. Per questo Matteo Renzi è sempre più convinto della necessità di “mettere mano al partito”. In un lungo retroscena per il Messaggero Nino Bertoloni Meli spiega come potrebbe cambiare il tutto:

Per un Pd arrivato a questa tornata elettorale dilaniato come non mai, con esponenti di primo piano (o ex tali) intenti a remare contro, una riassetto e un resettamento del partito si impone. E’ stato lo stesso premier segretario ad annunciarlo ai suoi: «Dopo il voto bisogna mettere mano al partito, bisogna consolidare la svolta». Come? «Questo Pd ha bisogno di nuovi dirigenti, di nuove regole, di un nuovo modo di stare insieme, ci vuole lealtà, vincolo di appartenenza».
Tutti elementi, questi ultimi, che evidentemente al Nazareno sono andati un po’ persi, al punto che alcuni parlamentari, come Stefano Esposito, ex dalemiano ora diversamente renziano, non hanno fatto mistero di pensarla così: «Non si può andare avanti con una parte del partito che rema apertamente contro, non è più tanto problema di scontro tra maggioranza e minoranza, quest’ultima sembra piuttosto un gruppo di infiltrati nel Pd di un altro progetto politico». La conclusione di Esposito è che «nel Pci una volta si espelleva per molto meno».
Ma non c’è alcune ipotesi di richiamo all’ordine ”comunistico”, all’orizzonte del Pd renziano. Più che cacciare persone, verranno messi nei posti che contano personaggi di fiducia, leali alla linea, i quali più che pensare a intrecciare i guantoni con la minoranza, si occupano di promuovere il renzismo anche in periferia. Renzi continuerà a governare il Paese da palazzo Chigi, e Lotti sarà la sua longa manus al Nazareno per governare il partito.
Cambiare, dunque. Ma cosa e dove?  Ancora il Messaggero:
Ci sono in attesa di soluzione alcuni posti chiave come quello di capogruppo alla Camera lasciato vacante dal dimissionario Roberto Speranza: pare che sia tornata in auge l’ipotesi di eleggere come capo dei deputati un esponente della ex minoranza che però non è mai salito sulle barricate e men che meno ha remato contro. Torna quindi a circolare con insistenza il nome di Enzino Amendola come capogruppo, ex dalemiano che stravede per Renzi. Oppure verrà chiesto a Lorenzo Guerini di laciare la vice segreteria per diventare capogruppo. (Per Ettore Rosato si riprospetta l’idea di un posto al governo). Ma è sempre sul partito, che si appuntano le maggiori attenzioni.
«Bisogna fare chiarezza». «Ci vuole un chiarimento», il leit motiv più gettonato al Nazareno. Dire che la recente, ultima sortita di Pierluigi Bersani sul Corriere non è stata gradita ai piani alti, è un eufemismo. «Se Renzi avesse fatto una cosa simile il giorno del voto, sarebbe stato espulso. E Bersani non ci ha messo neanche la faccia, con quella intervista-non intervista dove si arriva a voler rimettere in discussione lo stesso Italicum, ormai legge», lo sfogo risentito dei renziani. Si invoca «un chiarimento» con quella sorta di partito nel partito che a tratti sembra essere la minoranza dem. «Non è una cosa normale che un pezzo di partito voti sistematicamente contro i provvedimenti più importanti del proprio governo, si tratti di Jobs act o di Italicum», ricorda e avverte Roberto Giachetti, renziano ultrà.