Pd-Pdl, pericolo crisi; Siria; Mirafiori: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Settembre 2013 9:24 | Ultimo aggiornamento: 5 Settembre 2013 9:24

ROMA – Fiat, un miliardo per Mirafiori. La Stampa: “Marchionne: scelta coraggiosa in un contesto difficile.”

Fiat rilancia Mirafiori con i Suv Maserati e investe un miliardo. L’articolo a firma di Raffaello Masci:

“Un miliardo di investimenti a Mirafiori, dove dal 2014 si produrranno Suv con il marchio Maserati, prolungamento della cassa integrazione per il tempo necessario a riconvertire gli impianti, unificazione con gli stabilimenti Maserati di Grugliasco che faranno di Torino un «polo del lusso». Investimenti ulteriori, poi, anche a Cassino. È il risultato dell’incontro di ieri a Roma tra i sindacati firmatari del contratto del gruppo Fiat (Cisl, Uil, Fim, Uilm, Fismic, Ugl, Uglm e Associazione quadri e capi. Cioè tutti eccetto la Fiom.-Cgil) con l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il responsabile Emea Fiat-Chrysler Alfredo Altavilla. L’azienda ha affidato la conferma dell’investimento prima ad un comunicato ufficiale e poi, ancora più in dettaglio, ad una lettera ai dipendenti firmata da Marchionne stesso (che pubblichiamo qui sotto), nella quale l’ad chiede di «credere nel progetto perché la crisi ha avuto effetti devastanti, ma il gruppo grazie alla Chrysler è più forte e in grado di proteggere la parte più debole del sistema» Il presupposto di tutto questo, però, è la difesa della formula contrattuale “Pomigliano” che ha generato lo strappo coi metalmeccanici della Cgil. Ed è proprio alla Fiom che Fiat e gli altri sindacati lanciano un appello ad «accettare le regole basilari della democrazia industriale, aderendo a un contratto firmato dalle organizzazioni sindacali largamente maggioritarie».”

“Un gesto di fiducia contro il declino”. La lettera ai dipendenti di Sergio Marchionne:

“Ci sono momenti importanti nella vita di un’azienda e delle sue persone. Sono momenti in cui è necessario prendere decisioni coraggiose, nonostante la prudenza e la razionalità suggeriscano di aspettare. Oggi è uno di quei momenti. Per questo ho sentito il bisogno di scrivervi direttamente. La Fiat ha deciso di proseguire nel programma di investimenti in Italia, malgrado le precarie condizioni del contesto economico e politico in cui ci troviamo ad operare. Rispetto a solo sei anni fa, il mercato delle automobili si è pressoché dimezzato nel nostro Paese. La situazione in Europa non è migliore: la domanda di auto resta debole e la maggior parte dei costruttori registra perdite continue. Moody’s, una delle principali agenzie di rating, ha stimato che quattro delle più importanti case automobilistiche (Fiat, Psa Peugeot-Citroën, Ford e General Motors) chiuderanno il 2013 con perdite totali per circa 5 miliardi di euro legate alle attività europee, a causa del crollo della domanda al livello più basso degli ultimi due decenni. Non è la prima volta che ci troviamo nel mezzo di una crisi, costretti a riscrivere il nostro futuro. Nel 2004 abbiamo avviato un processo per permettere la rinascita della Fiat, una Fiat che allora era sull’orlo del fallimento. Abbiamo rifondato l’azienda, le abbiamo dato una nuova cultura e nuovi principi di gestione, l’abbiamo strappata alle condizioni disastrose in cui si trovava, portandola, qualche anno dopo, a raggiungere il più alto livello di redditività in oltre un secolo di storia. Tutto questo l’abbiamo fatto insieme. Poi è arrivata la crisi del 2008 e del 2009, che ha stravolto le condizioni di base su cui avevamo disegnato i nostri piani e ci ha spinti a cambiare completamente strategia. I mercati erano stravolti e disorientati e noi abbiamo sfruttato quel disorientamento per andare a cercare un’opportunità unica: abbiamo trovato la Chrysler in America e creato insieme un gruppo automobilistico di livello mondiale.(…)”

L’offensiva di Mosca “I ribelli hanno il gas”. L’articolo a firma di Anna Zafesova:

“Sono i ribelli siriani ad aver usato le armi chimiche, e Mosca sostiene di avere le prove dell’utilizzo del sarin contro i militari di Assad. Alla vigilia dell’appuntamento del G20 dove Barack Obama sperava ancora di «far cambiare idea» a Vladimir Putin, il ministero degli Esteri russo lancia ufficialmente l’accusa: il 19 marzo, in un sobborgo di Aleppo, 26 militari e civili sono morti e altri 86 sono rimasti intossicati a seguito dell’utilizzo di un’ordigno chimico «costruito artigianalmente con materiali non in dotazione all’esercito siriano». Poche ore prima Putin aveva condizionato il suo appoggio all’intervento contro Damasco a «prove evidenti» dell’uso di armi chimiche da parte di Assad, e all’assenso dell’Onu (che finora è stata proprio la Russia a bloccare con il veto nel Consiglio di Sicurezza), sostenendo che il Congresso non ha il diritto di «legittimare un’aggressione». Ma intanto è Mosca che sostiene di avere le prove della colpevolezza dei ribelli: il documento, 100 pagine di perizie compiute da esperti russi sui campioni raccolti dai siriani, è stato consegnato all’Onu. E, in attesa delle «prove evidenti» degli americani, Putin ha ripetuto l’ipotesi già ventilata da Mosca nei giorni scorsi che le accuse dell’attacco chimico ordinato da Assad siano «una provocazione dell’opposizione siriana per dare ai suoi protettori il pretesto per intervenire».”

Obama: il mondo fermi Assad. L’articolo a firma di Maurizio Molinari:

“«È il momento di agire sulla Siria, il mondo non deve tacere su tali atrocità, se la Russia cambierà atteggiamento saremo più efficaci con Bashar Assad»: Barack Obama sfrutta la tappa svedese per chiedere alla comunità internazionale di «unirsi» contro il regime di Damasco al G20 che si apre oggi a San Pietroburgo. Forte dell’intesa sull’uso della forza in Siria registrata con i leader del Congresso a Washington, Obama affronta il G20 con l’intento di creare consenso internazionale attorno alla «punizione del regime di Assad» per aver usato i gas contro i civili lo scorso 21 agosto. «Non sono io ad aver fissato una linea rossa ma è la comunità internazionale ad averlo fatto approvando il Trattato contro le armi chimiche ratificato da Paesi che rappresentano il 98 per cento del pianeta» dice il presidente americano riferendosi alla Convenzione di Ginevra del 1925. Dunque «non è la credibilità mia ad essere a rischio ma quella della comunità internazionale» nella decisione di punire «l’uso dei gas con cui sono stati uccisi oltre 400 bambini e 1400 civili». Non facendolo «regimi e dittatori» si sentirebbero liberi di usare altre armi di distruzione di massa – dal nucleare al batteriologico – e dunque «tocca al mondo unirsi per far rispettare le norme che proteggono l’umanità».”

Armi italiane nell’arsenale di Assad. L’articolo a firma di Francesco Grignetti:

“Era il lontano 1998. Gli Stati Uniti di Bill Clinton scommisero sul giovane Assad, delfino designato dal padre, ritenendo che il giovanotto, quando fosse arrivato al potere, avrebbe potuto riportare la Siria nel novero delle nazioni civili. E così, nonostante le polemiche, vennero alcune decisioni significative: la Siria uscì dalla lista nera dei Paesi produttori di stupefacenti, furono cancellate alcune sanzioni, attenuato l’embargo alla vendita di armi. A ruota seguirono gli alleati. E gli italiani furono i più lesti a riagganciare Damasco. Il risultato si vide presto: una maxi commessa da 400 miliardi di lire (206 milioni di euro) per la nostra industria militare. L’autorizzazione del governo italiano a quella fornitura-monstre si può leggerla nella Relazione sui materiali d’armamento che il governo D’Alema trasmise al Parlamento il 31 marzo 1999. «Nel 1998 la quota rilevante delle esportazioni – è scritto – si è concentrata su un solo Paese di destinazione e in pratica per una sola commessa. La Siria infatti si attesta al primo posto, tra i Paesi significativi, con il 21,79% (delle esportazioni in armamenti,ndr) pari a 400,64 miliardi con 1 autorizzazione». In un solo colpo quell’anno Damasco surclassò Parigi che acquistò armi per appena 241 miliardi, o gli Stati Uniti con 155 miliardi.”

Pdl e Pd sempre più lontani. Il Corriere della Sera: “Il filo che tiene insieme Pd e Pdl al governo sembra sul punto di spezzarsi. Berlusconi minaccia la caduta di Letta se il Pd voterà la sua decadenza, il Pd non cambia posizione e difende la legge Severino. Il premier: si vada avanti per il Paese.”

Pdl a un passo dalla crisi. Ma per la scelta si aspetta la Giunta di lunedì. L’articolo a firma di Lorenzo Fuccaro:

“Nel braccio di ferro che ormai ogni giorno si tiene nel Pdl tra chi vuole rompere al più presto e chi suggerisce debba essere il Pd a staccare la spina, ieri hanno prevalso i secondi. E così l’ufficio di presidenza del Popolo della libertà, che secondo alcuni si sarebbe dovuto tenere domani per aprire ufficialmente la crisi facendo dimettere i ministri, è stato rimandato alla prossima settimana. «Si terrà dopo il 9 settembre», rivela un ministro. Cioè dopo che l’avvio dei lavori nella giunta per le Elezioni del Senato avrà fatto capire l’orientamento sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Ieri infatti, nella riunione della presidenza della stessa giunta, non si è trovato un accordo sul calendario e tutte le decisioni sui tempi sono rinviate a lunedì prossimo, dopo il discorso del relatore Andrea Augello. Lo slittamento dell’ufficio di presidenza del Pdl è arrivato al termine di una giornata convulsa, segnata da una girandola di incontri riservati tra esponenti di punta del Pdl e il segretario Angelino Alfano allo scopo di non fare precipitare una situazione assai delicata, dopo i venti di guerra del giorno precedente. In mattinata Dario Franceschini invita esplicitamente il Pdl a mettere fine alle minacce di crisi di governo perché «danneggiano il peso e l’immagine dell’Italia». Un’accusa, quella del ministro per i Rapporti con il Parlamento, contro la quale si scagliano il collega di governo, Maurizio Lupi, e il capogruppo in Senato, Renato Schifani. «Non c’è alcuna minaccia da parte nostra — puntualizza Lupi — i dubbi sulla costituzionalità della legge Severino, pur avendola votata, possono esserci e sono legittimi». Molto argomentata la reazione di Schifani. «Non siamo pronti a nessuna crisi di governo, naturalmente tutto dipende dal comportamento degli altri partiti, non dal nostro la cui posizione è sempre chiara», sostiene l’ex presidente del Senato. Il quale poi aggiunge che «riflettere sulla costituzionalità della legge Severino è un obbligo per chi crede nella democrazia e nel rispetto del diritto, tanto più quando un ministro tecnico autorevole come la Cancellieri, responsabile del dicastero della Giustizia, dichiara che non si può non tenere conto dei pareri di prestigiosi giuristi di grande competenza e non sospettabili di partigianeria». Insomma, auspica Schifani, «ci auguriamo che gli esponenti del Pd non facciano prevalere la logica del pregiudizio e non si chiudano in una infruttuosa e pericolosa sordità».”

Conte avvisa l’Europa: “Italiane più povere? Il gap si riduce con le idee”. L’articolo de La Gazzetta dello Sport a firma di Alessandra Bocci:

Più vicini all’Europa, anche senza corazzate e altri mezzi pesanti. Più vicini, dice il tecnico della Juve Antonio Conte, “perché quando non ci sono soldi bisogna usare l’ingegno, e in Italia siamo bravi a farlo”. La vicinanza con gli allenatori di altri club italiani ed europei, al Forum annuale di Nyon, ravviva la voglia di provare a scalare le classifiche, e soprattutto l’orgoglio di Conte. Che si mantiene realista e sa che la distanza è ancora tanta, ma vede anche, parole sue, “che qualcosa si muove”.

È più ottimista, Conte? Pensa che ci si possa inserire a sorpresa fra i club ultraricchi? “Quando l’Inter conquistò la Champions League nel 2010 feci una profezia: “Ci vorranno anni prima che un’altra squadra italiana alzi la coppa”. Ora sono più fiducioso. Non è più tempo di Cenerentole, perché nella stagione passata ha fatto sognare il Borussia e il Borussia non è certo una sorpresa nel calcio europeo. Ma ci sono squadre che stanno crescendo, come il Manchester City, o che si sono ricostruite come appunto ha fatto il Borussia. Noi italiani non dobbiamo farci spaventare dalle differenze economiche che ci separano dai grandi club del continente: dobbiamo cercare di sopperire con l’organizzazione tattica, la mentalità, l’idea di fare qualcosa di bello e la voglia di sorprendere”.

Platini ha confessato che gli piacerebbe consegnare la Champions alla Juve prima di chiudere la carriera da presidente Uefa. “Quando scade il suo mandato?”.

Nel 2015. “Mah, chissà. Forse per sicurezza sarà meglio riconfermarlo”.

Intanto però affrontate questa Champions con uno spirito diverso. “Abbiamo un anno di più. L’anno scorso abbiamo giocato senza sapere bene che cosa ci aspettasse, ora abbiamo più esperienza, e qualche innesto di valore. Cominciamo il torneo nella giusta maniera cercando di avvicinarci alle migliori, anche se sappiamo che sarà difficile”.

Potrebbe pensare a qualche variante tattica? In Europa la difesa a tre non è molto popolare. “E incuriosisce, i colleghi mi fanno domande su questo. Cominciamo ad avere qualche seguace: abbiamo visto in amichevole in America che l’Everton gioca a tre, ogni tanto lo fanno Bayern e Barcellona. Io penso sempre che, al di là dei numeri, tutto dipenda dai giocatori che hai. Ero un sostenitore del 4-2-4, ma con la rosa che ho alla Juve credo che il sistema migliore sia quello che stiamo usando. Il gioco si costruisce partendo da dietro, giocando la palla subito. Rischioso? Se provi le cose in allenamento, invece di improvvisare, il rischio si riduce”…”