Pd Roma: abbiamo un problema, Ignazio Marino. Giovanna Vitale, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 Ottobre 2014 19:36 | Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre 2014 19:36
Pd Roma: abbiamo un problema, Ignazio Marino. Giovanna Vitale, Repubblica

Pd Roma: abbiamo un problema, Ignazio Marino. Giovanna Vitale, Repubblica

ROMA – Il Pd di Roma ha un problema. E quel problema si chiama Ignazio Marino, specie dopo il sondaggio choc commissionato proprio dal Pd che mostra numeri impietosi per il sindaco che oggi otterrebbe un misero 20%.

L’articolo di Giovanna Vitale per Repubblica

Lo dice chiaro e tondo il segretario romano Cosentino: «Cambiare gli assessori è l’ultimo dei miei pensieri». Non è una balla. La strategia, adesso, è inchiodare Marino alle sue responsabilità; smontargli l’alibi che sono i democratici, affamati di posti e di poltrone, a impedirgli di lavorare; offrire al contrario l’immagine di un partito collaborativo per il bene della città. Anche a colpi di sondaggi. Che danno ragione a chi dice: «Marino non è all’altezza, deve farsi aiutare».

Che “qui Roma abbiamo un problema” i vertici del Nazareno lo sapevano già da un po’: il sondaggio choc commissionato dal Pd locale ne ha solo certificato l’ordine di grandezza. A poco più di un anno dal “cappotto” contro Alemanno (giugno 2013: finì 63 a 35 e 15 municipi a zero) appena 4 romani su 5 — secondo Swg — hanno fiducia nel sindaco Ignazio Marino, l’80% ne nutre poca o nessuna; mentre se si rivotasse oggi soltanto il 23% tornerebbe a scrivere il suo nome sulla scheda. La certificazione di una débâcle. Che, seppure inattesa nelle dimensioni, è stato il suo stesso partito a sollecitare, incassando una bocciatura senza precedenti. Alla domanda: “Che cosa funziona bene a Roma”, il 54%, dunque la stragrande maggioranza, risponde: «Nulla». Il sindaco- chirurgo protesta: «È noto che su trasporto pubblico, decoro urbano e rifiuti le cose non vanno, piuttosto ci sarebbe da chiedersi perché non si è intervenuti prima, nel 1968 o nel 1978».

Non è comunque per capriccio che da mesi i dem cittadini fanno pressing sul vicesegretario Lorenzo Guerini perché si studi insieme il modo di sfrattare dal Campidoglio il suo inquilino più illustre: «È un disastro — si ragiona — se continua così perderemo le elezioni per i prossimi 20 anni». Lo spettro si chiama Giorgia Meloni, la presidente di Fratelli d’Italia che, con un centrodestra ancora allo sbando ma che potrebbe ricompattarsi, rischia di bissare la storica vittoria di Alemanno. È anche per questo che le visite al Nazareno del segretario romano Lionello Cosentino e del vice Luciano Nobili si sono intensificate. La richiesta è sempre la stessa. Sottoposta, prima dell’estate, allo stesso Renzi. Che però, nonostante la scarsa empatia nei confronti di Marino, ha frenato: «Mi rendo conto che c’è un problema», ha ammesso il segretario-premier, «ma io, da ex sindaco, non posso certo intervenire per rispedirlo a casa prima della fine del mandato». Facendo intendere di portare pazienza, ché comunque di ricandidarlo proprio non se ne parla. D’altra parte cosa pensi il leader del chirurgo dem è cosa nota. «Ma come fate voi a vivere in una città con tutte queste buche?» è la battuta con cui lo ha liquidato parlando una decina di giorni fa con un parlamentare. «Se Firenze fosse stata ridotta così quando c’ero io, mi avrebbero cacciato via a pedate ».

Segnato il destino di Marino, quel che resta da stabilire è come proseguire l’esperienza di governo in Campidoglio. Tutti ormai consapevoli del fatto che potrebbe pure non durare fino al 2018, ma finire prima: rimane solo da stabilire quando. I più avventurosi suggeriscono persino una data: primavera 2015, allorché si potrebbe votare anche per le Politiche in caso di fine anticipata della legislatura.

Il dilemma del Pd, adesso, è come gestire il presente e, soprattutto, il futuro prossimo. Se cioè spingere sull’acceleratore del rimpasto, per cercare di cambiare modulo di gioco e rafforzare la giunta, oppure utilizzare con Marino la stessa strategia messa in atto da Renzi con Letta prima di lanciare l’Opa su Palazzo Chigi. Ovvero: lasciare che il sindaco di Roma faccia tutto da solo, come finora ha sempre fatto; tranquillizzarlo sul sostegno ma senza farsi coinvolgere nell’indicazione dei nuovi assessori (qualora volesse cambiarli) né delle modalità per rilanciare se stesso e la sua squadra; separare i destini del partito da quelli dell’amministrazione, prendendosi la libertà di presentare proprie proposte alla città per costruire consenso e preparare l’alternativa.

Una strada, quest’ultima, giudicata di gran lunga migliore. Almeno fino a quando non si capirà cosa accadrà a livello nazionale: prima, non è prudente toccare niente. Dopo, a seconda se si tornerà a votare per le Politiche oppure no, si deciderà come aprire la crisi in Campidoglio. Ma sempre in stretto contatto con il Pd nazionale.