Pensione non è carità del Governo ma diritto da contratto fra cittadini e Stato

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Maggio 2015 7:00 | Ultimo aggiornamento: 22 Maggio 2015 15:52
Pensione non è carità del Governo ma diritto da contratto fra cittadini e Stato

Pensione non è carità del Governo ma diritto da contratto fra cittadini e Stato

ROMA – La pensione non è una forma di carità pubblica erogata dallo Stato ma un diritto maturato in base a un contratto stipulato fra i cittadini e lo Stato che non ammette deroghe. Sono parole scolpite nel marmo e incise nel bronzo, queste che Piero Ostellino ha scritto per il Giornale, il 17/05/2015, in un editoriale intitolato: “Toccare i diritti acquisiti è smontare la democrazia”.

Piero Ostellino, per molti anni editorialista del Corriere della Sera, di cui è stato direttore in anni difficili e corrispondente da Mosca negli anni cupi dell’Unione Sovietica, traccia in poche righe il quadro preoccupante della democrazia italiana, della cui malattia il caso pensioni è solo un sintomo:

La diversità fra il trattamento pensionistico riservato ai cittadini comuni e il vitalizio di cui gode la classe politica è la fotografia della degenerazione della democrazia, già prevista dai liberali dell’Ottocento immediatamente dopo la Rivoluzione francese. […]

Le altalenanti condizioni in cui, da noi, versa la finanza pubblica hanno finito col riverberarsi sullo Stato sociale, il cui funzionamento è diventato una variabile dipendente dai conti pubblici.

Nelle condizioni di congiuntura economica e finanziaria favorevoli, lo Stato del benessere (welfare) funziona persino in modo eccessivo, sperperando spesso risorse che, altrimenti, potrebbero, e dovrebbero, essere utilizzate meglio se non fossero disperse secondo criteri eminentemente politici e elettoralistici.

Quando la congiuntura economica e finanziaria è negativa, a prevalere è la ragion di Stato, interpretata dalla classe politica secondo i propri interessi e i diritti dei cittadini diventano una variabile dipendente dalla congiuntura.

In Italia, la prevalenza di una cultura collettivista e socialistica ha provocato un esercizio dello Stato sociale non secondo criteri di giustizia e di equità, bensì secondo una logica tipicamente socialistica di tipo sovietico in base alla quale a pagare le spese della cattiva congiuntura e della necessità di tener fede agli impegni presi dallo Stato sociale nei confronti dei suoi cittadini sono i cittadini ritenuti più abbienti.

È una forma di redistribuzione della ricchezza che avvantaggia politicamente chi detiene i cordoni della borsa e li apre o li chiude secondo criteri suoi propri per trarne vantaggio, di volta in volta, elettorale.

Il caso delle pensioni che sono erogate secondo le circostanze finanziarie e gli interessi della classe politica, è sintomatico della degenerazione democratica, e cioè del passaggio della sovranità dal popolo ai suoi rappresentanti, che finiscono con assumere le sembianze del monarca assoluto dalla cui volontà dipendevano le sorti dei cittadini. Dopo la Rivoluzione francese – che aveva semplicemente sostituito la sovranità del monarca assoluto con quella del popolo e, quindi, dei suoi rappresentanti – erano nate le condizioni della degenerazione della democrazia grazie alla prevalenza accordata al principio socialistico di eguaglianza di fatto, più che di fronte alla legge, come prescrive lo Stato moderno di diritto, rispetto a quello liberale di libertà.

La decisione del governo Monti di non indicizzare le pensioni maggiori era già stata un’arbitraria violazione del contratto sulla base delle condizioni finanziarie della Pubblica amministrazione, che sono diventate in tal modo prioritarie rispetto ai diritti dei cittadini.

I governi Letta e Renzi l’hanno successivamente adottata e applicata, fingendo di ignorare che la pensione non è una forma di carità pubblica erogata dallo Stato o, meglio, dal governo, secondo criteri soggettivi, ma un diritto maturato in ossequio a un contratto stipulato fra i cittadini e lo Stato che non ammette deroghe.

La cancellazione dell’indicizzazione delle pensioni è ora stata condannata dalla Corte costituzionale, la cui sentenza dovrebbe essere applicata nei confronti di tutti i pensionati secondo i termini stessi del contratto, ovvero dopo un certo numero di anni lavorativi durante i quali il lavoratore e il suo datore di lavoro versano i contributi che daranno vita al trattamento pensionistico.

Bene ha fatto, dunque, la Corte costituzionale a ribadire che la discrezionalità nella indicizzazione delle pensioni da parte del governo è una inaccettabile violazione del principio pacta sunt servanda sul quale si fonda la legittimità dello Stato moderno e che l’indicizzazione va, perciò, ripristinata nei confronti di tutti, non solo delle pensioni minori come si propone di fare il governo in aperta applicazione di (falsi) criteri di equità e di giustizia sociale che si traducono in una palese forma di ineguaglianza di fronte alla legge fra i cittadini, cioè in violazione dello Stato moderno.

Con la sentenza che ordina di ripristinare l’indicizzazione di tutte le pensioni, non solo di quelle minori, la Corte ha individuato un primo passo verso il ripristino, da noi, della democrazia liberale rispetto al totalitarismo socialista di matrice sovietica che aveva fatto uscire l’Italia dal novero dei Paesi occidentali.