Perché le parolacce odiano di più gli uomini, Vittorio Feltri sul Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 febbraio 2014 12:01 | Ultimo aggiornamento: 5 febbraio 2014 12:01
Perché le parolacce odiano di più gli uomini, Vittorio Feltri sul Giornale

Perché le parolacce odiano di più gli uomini, Vittorio Feltri sul Giornale

ROMA – “Quando in politica una parola diventa di mo­da” scrive Vittorio Feltri sul Giornale, “per anni viene ripe­tuta da tutti fino alla nausea”.

L’editoriale di Vittorio Feltri:

La più abusata è di sicu­ro «fascista» che resiste nel lessi­co corrente, con valenza d’in­sulto a portata di ogni lingua, da oltre mezzo secolo. Talvolta dà l’impressione di essere sul punto di tramontare, in realtà dorme un po’ e a un tratto si ri­sveglia e torna a passare di boc­ca in bocca. Ma bisogna ricono­scere che il vocabolo è logoro, non suggestiona più come un tempo. Anche «qualunquista» ha avuto un momento (abbastan­za lungo) di gloria. Oggi è deci­samente in disarmo e ha cedu­to spazio a «populista» (termi­ne salito alla ribalta per bollare Silvio Berlusconi), col quale or­mai, entrato di prepotenza nel­l’idioma quotidiano, sogliono farsi i gargarismi i partecipanti a qualsivoglia talk show televisi­vo. Populista di qua, populista di là; pare che almeno la metà degli italiani abbia sposato il po­pulismo senza sapere che cosa sia: un movimento nato

in Russia e fratello gemello del collettivismo, parente stretto del comunismo.
Ma non importa: le parole, a forza di essere pronunciate a sproposito, si opacizzano e perdono il loro significato originario. Negli ultimi giorni la massa ha recuperato un altro vocabolo nei solai del linguaggio: «sessista». Ne faremo presto indigestione. In una settimana si è infilato in qualsiasi notiziario scritto o parlato e temo che non ce ne libereremo in fretta. La principale sponsor di questo aggettivo (e sostantivo) è la presidente della Camera, Laura Boldrini, arciconvinta, e non è la sola, che le offese lanciate dagli uomini alle donne siano tutte di carattere sessista. Non c’è dubbio, è così. E lo abbiamo verificato anche in occasione delle recenti polemiche (e risse) parlamentari provocate dai grillini, le cui intemperanze verbali hanno colpito la medesima signora Boldrini.
Va aggiunto che le battaglie a suon di parolacce nelle severe aule istituzionali non sono una novità né una specialità italiana, ma questo è un altro discorso. Piuttosto conviene soffermarsi sul genere degli improperi. Mi risulta che anche la maggioranza delle contumelie dirette ai maschi abbia dei richiami sessisti esattamente come quelle rivolte alle donne.
È sempre stato così. Purtroppo allo scopo di sostenere la mia tesi sull’assoluta democraticità degli oltraggi sono costretto a fare degli esempi. Il lettore mi scuserà.
L’espressione più in voga è «testa di cazzo», segue «faccia di culo», al terzo posto collocherei «rotto in culo» a pari merito con «figlio di puttana» che sfregia due persone contemporaneamen­te: la mamma e l’erede. Non ho mai sentito nessuno gridare ad altri: «Testa di ginocchio» o «faccia di polso». A un giovanotto non molto brillante dedichiamo volentieri questo «complimento»: «Coglione». O «cazzone».
Difficilmente una ragazza sciocca e non avvenente sarà liquidata così: «Brutta ovaia». Dal che si evince che le peggiori invettive sessiste sono al maschile: «testa di cazzo» è un classico, «testa di figa» sarebbe un inedito.
I «protagonisti» di ogni villania ­che la vittima sia maschio o femmina, è lo stesso – sono comunque cazzo, culo e affini, parti del corpo umano non estranee alla sfera sessuale.
Quindi non ha alcun senso sostenere che il vilipendio di una dottoressa sia sessista, mentre quello di un geometra non lo sia. È l’oltraggio da escludere nei rapporti interpersonali, non il sessismo che lo accompagna sempre per antica abitudine maturata nel popolo (volgare per definizione) e poi estesa ai ceti più alti. Attenzione, però: fare la guerra agli screanzati comporta la certezza di soccombere. Debellare i cafoni? Progetto troppo ambizioso, come abbattere il debito pubblico.