Pier Carlo Padoan, intervista alla Stampa: “La concertazione ha fallito”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Maggio 2014 8:11 | Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2014 8:11
Pier Carlo Padoan

Pier Carlo Padoan

ROMA – “La concertazione ha fallito” titola in prima pagina La Stampa riportando le parole del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, intervistato da Alessandro Barbera.

Questa l’intervista completa:

Ministro Padoan, i tempi in cui Monti controllava con ansia quell’indice sono lontani. O no?
«In teoria sì. Ma di qui alla fine dell’anno è possibile che lo spread torni a salire, anche se non a quei livelli».
Come mai?
«Presto gli effetti della stretta monetaria della Banca centrale americana inizieranno a farsi sentire. L’enorme massa di liquidità in circolazione verrà meno, e con essa la finestra di opportunità che sta spingendo molti ad investire anche in Italia. Dobbiamo tenerne conto e agire con rapidità».
A proposito di investimenti. Si parla molto di tasse, ma la ragione che tiene lontani i capitali dall’Italia è anzitutto la corruzione. Vicende come quella dell’Expo fanno malissimo all’immagine dell’Italia, non crede?
«In Italia c’è un problema di malcostume nella gestione della cosa pubblica. Ma la cronaca ci dimostra che lo Stato reagisce in modo efficace».
Ministro, nel 2015 il bonus da ottanta euro cambierà? Il governo darà di più alle famiglie numerose? Quel taglio non doveva servire a ridurre il costo del lavoro?
«La manovra serve a ridurre il costo del lavoro, sul lato delle imprese con la riduzione dell’Irap e sul lato dei lavoratori attraverso il credito Irpef. Sappiamo che c’è un problema di diseguaglianze, soprattutto in una fase di uscita da un periodo di crisi profonda. In autunno, con la legge di Stabilità, vedremo se c’è spazio per aumentare il reddito di altre categorie di cittadini».
Lei ha preannunciato «sorprese» sulla crescita nei prossimi mesi. Le ultime stime di Ocse e Unione europea dicono però che non raggiungeremo nemmeno lo 0,8 per cento che voi stimate possibile.
«Fra le misure prese dal governo ve ne sono alcune che potrebbero mettere in moto la fiducia in un miglioramento stabile delle prospettive, quindi produrre un miglioramento superiore a quello associato meccanicamente all’aumento dei redditi delle famiglie».
Fra le priorità del governo Renzi non ci sono privatizzazioni e liberalizzazioni. E’ così?
«No, non è così. Dalle privatizzazioni ci aspettiamo 0,7 punti percentuali di PIL da qui al 2017. Ma è vero che sulle liberalizzazioni si può fare molto di più, a partire dai servizi pubblici locali».
Uno dei problemi irrisolti sono i tempi della giustizia. Forse in Italia ci sono troppi avvocati?
«Uno studio dell’Ocse e della Banca d’Italia dice che il problema è semmai la presenza nel sistema di incentivi ad allungare i tempi del processi, sia da parte degli avvocati che dei magistrati. Se gli incentivi fossero a favore di chi i processi vuole invece accorciarli, sarebbe un vantaggio per tutti. Una delle ragioni per le quali un prestito in Italia costa più che in Francia è perchè le banche italiane fanno pagare in anticipo il costo di eventuali contenziosi, più lunghi e quindi costosi che altrove».
Una volta il successo di un governo lo si valutava dal rapporto con i sindacati. Su questo Renzi ha decisamente cambiato verso. È finito il tempo della concertazione?
«La discussione con le parti sociali è una componente essenziale della democrazia. Altra cosa è avere la capacità di fare accordi e concretizzarli il più rapidamente possibile. In passato la concertazione ha prodotto risultati inefficienti, o perché non si sono trovati accordi sulle regole, o perché l’esito di quegli accordi ha prodotto vantaggi a favore di alcuni piuttosto che di tutti».
Secondo alcuni lei, in quanto “dalemiano”, dovrebbe essere più attento alle ragioni della Cgil più di quanto non lo sia Renzi. La sua risposta demolisce questa tesi.
«Sono amico da molti anni di D’Alema, questo non mi impedisce di aver maturato le cose che le ho detto».
Ci tolga una curiosità: lei si sente più un tecnico o un politico?
«Lavorando per molti governi ho compreso che l’economia non è mai una questione tecnica. Non a caso l’economia che si insegna nelle Università è definita “politica” ovvero una questione di scelte. Qualsiasi ministro che si misuri con le scelte è un politico».
ll due giugno la Commissione europea presenterà le sue raccomandazioni ai Paesi membri. Teme un giudizio severo?
«No. La Commissione dice che abbiamo alto debito e scarsa crescita. È vero non da ieri ma da 15 anni. Dobbiamo rimuovere questi squilibri attuando le riforme già avviate e quelle impostate dal governo».
L’Italia è il Paese europeo che arranca di più. Cresciamo meno della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda, tutti Paesi che hanno ricevuto aiuti internazionali. Fu un errore non chiederli fra il 2011 e il 2012? O invece – come dice oggi Monti – gli italiani non avrebbero capito l’importanza e l’urgenza delle riforme?
«No, non credo sia stato un errore. È vero: spesso in Italia si sottovaluta l’urgenza delle riforme. Ma se oggi possiamo procedere su quella strada lo dobbiamo a quel che fu fatto da Monti e, a Francoforte, da Draghi, che affrontò la speculazione».
Di recente Draghi ha detto che negli anni della crisi ci si è concentrati sui bilanci degli Stati più che su quelli delle banche. Possibile che il governo non possa ridurre le tasse senza dover rendere minuziosamente conto delle coperture necessarie?
«In effetti la sequenza è stata diversa dall’esperienza americana. Non si era capito come avrebbe funzionato l’unione monetaria. È però vero che i nuovi Trattati hanno rafforzato il sistema di sorveglianza per andare al di là delle variabili fiscali e prendere in considerazione quelle macroeconomiche. Non è un caso se oggi si parla di squilibri della bilancia dei pagamenti tedesca e non più solo di debito e deficit».
Secondo lei in Europa oggi c’è bisogno di più Keynes?
«Se la domanda è “in Europa c’è bisogno di scavare più buche?” la risposta è no. Quando Keynes invocava un ruolo dello Stato nell’economia era per sottolineare il bisogno di una politica coerente nel tempo, capace di coinvolgere le persone e di spingere le imprese a investire».
Le elezioni europee saranno un test importante per il governo?
«Le elezioni sono sempre un test per i governi. Il malcontento ha ragioni oggettive, a partire dalla disoccupazione. La politica e le classi dirigenti dovrebbero prenderne atto e affrontare le questioni cruciali per la qualità della vita dei cittadini europei».
Come andrà a finire il caso Alitalia-Etihad?
«Non esprimo giudizi, la trattativa è in corso. Ma posso dirle che una soluzione positiva richiede la collaborazione di tutti».
Sta parlando delle banche, alle quali è chiesto uno sforzo sulla ristrutturazione dei debiti?
«Ho detto di tutti, arrivederci».