Polizia senza internet. Viminale blocca pc

di Redazione blitz
Pubblicato il 24 Novembre 2015 11:45 | Ultimo aggiornamento: 24 Novembre 2015 11:45
Forze dell'ordine senza internet. Viminale blocca pc

Forze dell’ordine senza internet. Viminale blocca pc

ROMA – Dai giornalisti, ai servizi segreti, ai semplici curiosi, si informano su quanto accade nel mondo dell’integralismo islamico leggendo su internet e in particolare nei social network, a partire da Facebook. Ma quelli che dovrebbero farlo per primi e per mestiere, cioè la Polizia, non può farlo. E a impedire l’accesso sono i computer del ministero degli Interni. Che nell’epoca del cyber terrore, spiega Luca Fazzo su Il Giornale, impediscono agli investigatori di utilizzare il più fondamentale e banale degli strumenti di conoscenza di quel che accade.

A denunciare il blocco dei computer è un comunicato del Silp di Trieste, il sindacato dei poliziotti legato alla Cgil. È una denuncia che arriva all’indomani delle polemiche sui buchi nella sicurezza nazionale, alle quali ieri il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, risponde con durezza, sostenendo che

“ci sono i professionisti dell’ansia, cioè quelli che non dicono solo state attenti, che è giusto, ma vogliono mettere ansia come se il nostro Paese non fosse in grado di affrontare un grande evento o garantire la sicurezza”.

Ma nelle stesse ore in cui Alfano cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica, dalla questura di Trieste parte il comunicato sindacale che dice esattamente il contrario:

“Ancora oggi se dagli uffici di polizia si cerca di individuare un sospetto, o l’autore di un crimine (non necessariamente grave) eventualmente presente sui social network cercando di accedere al suo profilo, oppure si cerca di acquisire un filmato dal quale rilevare elementi utili alle indagini, oppure si cerca di salvare una vita, eccolo lì, comparire l’intimidatorio messaggio: Attenzione, accesso negato”.

Il Viminale, continua Il Giornale,

avrebbe piazzato una serie di blocchi informatici per ostacolare l’accesso a internet dei dipendenti, probabilmente per impedire che perdano troppo tempo a farsi i fatti propri sul web invece di lavorare. Peccato che si tratti di dipendenti particolari, e che per loro navigare sui social sia uno strumento di lavoro spesso più efficace che un pedinamento o di qualche ora di appostamento. Possibile che davvero al ministero non se ne rendano conto? L’affermazione del sindacato è talmente clamorosa da rendere legittimo dubitare della sua fondatezza. Ma basta fare qualche verifica per avere la conferma: sì, le cose stanno esattamente in questo modo. E non solo a Trieste ma in tutte le questure d’Italia. E non solo nei commissariati, ma anche (con l’eccezione della polizia postale) negli uffici più esposti, Digos compresa.

Gli investigatori devono arrangiarsi: “In caso di accertamenti urgenti – scrive la Cgil – i colleghi sono costretti ad utilizzare i loro strumenti personali per poter compiere il loro dovere”. Usano, cioè, il proprio smartphone o il computer di casa: come se dovessero fare i pedinamenti con la propria auto, con in più i rischi inevitabili di una connessione non protetta.