Precariato: “Una opportunità con i social network che i giovani non vedono”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Luglio 2014 11:05 | Ultimo aggiornamento: 29 Luglio 2014 11:06
Precariato: "Una opportunità con i social network che i giovani non vedono"

Precariato: “Una opportunità con i social network che i giovani non vedono”

ROMA – “L’altra faccia del precariato che i giovani a volte non vedono” è il titolo di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Roger Abravanel:

“Per cento persone che perdono il lavoro ce ne sono 98 che il lavoro lo trovano”.

Come è possibile? Per capirlo basta analizzare le statistiche dei nuovi contratti di lavoro, per esempio quelle del

2012, quando sono state registrate ben 10 milioni di nuove assunzioni. Molte hanno brevissima durata, 3 milioni sono sotto il mese, ma ce ne sono almeno 2 milioni che durano più di un anno, un numero pari a quello dei lavoratori a tempo indeterminato. In media le persone che trovano lavoro ne trovano due all’anno, e quindi i 10 milioni di assunzioni corrispondono a 5 milioni di persone che cambiano due lavori all’anno.
Nei 5 anni di crisi si è perso 1 milione di posti di lavoro, il che equivale a 4.000 ogni settimana. Dato però che ogni settimana 200.000 persone vengono assunte (10 milioni diviso 52 settimane), vuole dire che per cento persone che vedono terminare il proprio contratto ce ne sono 98 che, invece, trovano una occupazione (200.000 su 204.000). Molte di queste saranno diverse dai 100 che hanno perso il lavoro, ed è anche possibile che alcuni tra questi ultimi non lo ritrovino più.
Ovviamente, per le cento persone che si ritrovano senza un’occupazione, questo è un male: i trenta-quarantenni che rimangono disoccupati non possono pianificare la propria vita, e per i cinquantenni si tratta di una vera tragedia. Ma la stessa situazione non è invece così negativa per le 98 persone che trovano lavoro.
Molti di loro hanno perso il proprio impiego solo la settimana o il mese prima e rientrano nella categoria dei «precari a vita».

Non c’è dubbio che in Italia il precariato sia molto aumentato è un dato di fatto e anche che il precariato come esiste in Italia è

“particolarmente ingiusto, perché la normativa sul lavoro ha creato un «apartheid» — secondo la definizione di Pietro Ichino — tra precari «cronici» (partite Iva, contratti a progetto), soprattutto giovani e donne, e lavoratori garantiti come in nessun altro Paese al mondo — lavoratori maschi di età media che lavorano in fabbriche che si stanno chiudendo in tutti i Paesi sviluppati e nel settore pubblico”.

Ma per i molti che

“tornano a cercare un lavoro per la prima volta dai tempi del loro debutto nel mercato del lavoro […] si tratta di una vera opportunità. In particolare […per] i giovani tra i 18 e 24 anni Invece questo non avviene, perché i giovani rappresentano solo una piccola parte di quei dieci milioni di assunzioni che avvengono ogni anno: una parte molto inferiore a quella che dovrebbe essere”.

Perché? La causa è individuata da Roger Abravanel con netta brutalità:

“Essenzialmente per colpa del nostro sistema educativo che non li prepara al mondo del lavoro”:

“Molti giovani non sono preparati e non possiedono quelle soft skills che i datori di lavoro ritengono necessarie: capacità di comunicare, risolvere problemi, lavorare in team e una forte etica del lavoro. La scuola italiana non insegna loro queste abilità. Ciò che avviene, quindi, è che alla fine il datore di lavoro si orienti sull’«usato sicuro» e non assuma i giovani.

“I ragazzi e le ragazze italiani che possiedono queste competenze perché hanno avuto la fortuna di studiare in una buona scuola e/o università, hanno lavorato durante gli studi e si sono presentati non troppo tardi sul mercato del lavoro, hanno invece molte possibilità: ma anche loro devono rivedere l’approccio alla ricerca di una occupazione. Devono soprattutto dimenticare lo Stato e le sue agenzie del lavoro — che non funzionano —, oltre alle raccomandazioni di parenti e degli amici”.

Se lo Stato non funziona ci sono le agenzie interinali come Adecco e Manpower ormai diventate

” veri e propri protagonisti del mercato del lavoro, con un ruolo ben più ampio di quello, più tradizionale, di assumere i lavoratori di cui l’azienda non vuole farsi carico direttamente per risparmiare i contributi e mantenere la flessibilità di licenziarli. Sono dei gestori della vita professionale di un lavoratore capace, che, se si dimostra serio e con le giuste competenze , alla fine, con il loro aiuto, può rimediare un lavoro, anche a tempo indeterminato. Queste agenzie sono infatti diventate dei veri esperti della selezione del personale, perché hanno dei professionisti molto capaci a capire quelle soft skills che per le aziende oggi sono più importanti delle competenze professionali e che non si possono leggere in un curriculum”.

E poi c’è internet

“che aiuta a rendere enormemente più trasparente il mercato del lavoro”

ad esempio i social network, anche se molti giovani

“preferiscono usare Facebook per mostrare i propri muscoli o le proprie curve, piuttosto che LinkedIn per trovare un lavoro”

anche se

“ben 7 milioni hanno messo il proprio curriculum su LinkedIn, una piattaforma digitale che permette a un datore di lavoro di «pescare» un lavoratore navigando nelle rete alla ricerca delle caratteristiche giuste e chiedendo referenze a chi lo conosce. Grazie alla tecnologia, LinkedIn «distruggerà» il mondo delle raccomandazioni all’italiana”.