Rassegna Stampa

“Premier se ci sei batti un colpo”, Marcello Sorgi sulla Stampa

"Premier se ci sei batti un colpo", Marcello Sorgi sulla Stampa

Renzi (LaPresse)

ROMA – “Premier se ci sei batti un colpo”, questo il titolo dell’editoriale a firma di Marcello Sorgi sulla Stampa in edicola oggi 21 febbraio:

Anche se nella storia di tutte le crisi c’è sempre un momento di stallo, forse è venuto il momento di dire a Renzi: Matteo, se ci sei batti un colpo! Per intendersi, qualcosa di più delle battute con cui ieri sera ha liquidato una giornata segnata da evidenti difficoltà e da resistenze dei suoi alleati, che a cominciare da Ncd sono arrivati a mettere in discussione la possibilità stessa di formare il governo.

Renzi è ovviamente libero di considerare pura tattica i mugugni e le espressioni tese dipinte sui volti dei partecipanti al vertice di maggioranza sul programma – un vertice, per inciso, concluso senza risultati -, e di scommettere che oggi si sciolgano i dubbi di Alfano e degli altri suoi partners, con cui ha comunque dovuto trattare fino a tarda sera: più il tempo stringe, infatti, e più la paura delle elezioni anticipate dovrebbe spingerli verso la resa. Ma se anche questa dovesse essere la conclusione, un esecutivo nato per costrizione, piuttosto che per convinzione, non è di sicuro destinato a vita serena.

Certo, nessuno può aspettarsi che Renzi faccia un governo che non gli somigli, e non si imponga, da subito, per il tasso di novità connaturato alla personalità del leader del Pd. E tuttavia emerge la necessità che il presidente incaricato risolva le questioni che ha davanti con un metodo diverso da quello, fin qui efficace, con cui ha affrontato la corsa vittoriosa delle primarie e la difficile scelta del cambio di governo.

Prendiamo il nodo del ministro dell’Economia: che sia meglio continui a essere un tecnico, perché altrimenti l’Europa e i mercati finanziari non si sentirebbero abbastanza rassicurati, è senz’altro logico, non può però essere vincolante. D’altra parte, se Renzi vuole davvero che sia un politico, il suo programma europeo non può essere limitato allo slogan «allentiamo il vincolo del 3 per cento»: perché proprio Renzi dovrebbe essere il primo a sapere che si tratta, al momento, di un obiettivo difficilmente realizzabile, ed enunciarlo o ripeterlo serve solo a mettere in allarme le autorità di Bruxelles con cui l’Italia dovrà sempre fare i conti. Diverso, e in un certo senso sorprendente, sarebbe se l’incaricato, prima ancora di leggere in Parlamento il suo discorso programmatico, spiegasse con il suo linguaggio fresco e immediato quali riforme economiche effettivamente intende fare, non soltanto quali titoli ha in mente, nei settori in cui l’Europa ci considera in ritardo e incapaci. Monti, per dire, si presentò ai partners dell’Unione con la riforma delle pensioni approvata per decreto. E sebbene quella legge, in Italia, pur risolvendo un problema, doveva malauguratamente crearne altri, come biglietto da visita funzionava, e consentì ai severi commissari della Ue di allentare i cordoni della Borsa e mettere in condizione il successivo governo Letta di distribuire un po’ di soldi alle imprese.

Allo stesso modo, se Renzi, alla vigilia del semestre italiano di presidenza europea, fosse in grado, tanto per fare un esempio, di mettere sul tavolo la riforma dei contratti di lavoro e quella del cuneo fiscale, che soffocano il mercato del lavoro, non sarebbe solo un colpo di immagine. La sua credibilità in Europa si rafforzerebbe molto e i vantaggi per l’Italia sarebbero conseguenti. In fondo, è esattamente questo l’auspicio venuto ieri dall’Eurogruppo di Bruxelles.

Analogamente la questione del rapporto con gli alleati prenderebbe una piega diversa. Se la sfida è realmente quella di un governo riformatore, animato da «grandissima ambizione» – come ha detto Renzi all’atto di proporsi al suo partito come candidato a Palazzo Chigi -, Ncd, Scelta civica, Popolari e tutti gli altri alleati non potranno che condividerla. E se Berlusconi e le altre opposizioni, sulla legge elettorale o sulle riforme istituzionali, volessero dare il proprio contributo, anche questo, in presenza di patti chiari, non dovrebbe rappresentare un problema. Perché le riforme più urgenti non sono di sinistra o di destra, sono solo necessarie. E governare l’Italia, almeno per i prossimi anni, sarà far quel che si deve, e non ciò che si vuole (…)

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