Prima Porta, il business dei fiori. Ilario Filippone, Il Messaggero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 agosto 2015 14:30 | Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2015 14:30
L'articolo del Messaggero

L’articolo del Messaggero

ROMA – “Loro non ci sono e io non so niente. Del resto, i calabresi non mi dicevano nulla dei loro affari”. Così, scrive Ilario Filippone del Messaggero – il guardiano dell’Eurofiori srl, sulla Tiberina, accoglie chi gli chiede degli ex proprietari dell’azienda. E’ un omone sulla sessantina, parla poco e non rivela mai il suo nome.

L’articolo del Messaggero: Per anni, è stato il custode duro e muto, l’uomo originario della Romania a cui una schiera di mafiosi del clan Morabito-Scriva aveva affidato le chiavi del gioiellino di famiglia, l’Eurofiori srl. Di notte, si accampava dentro una casupola, non abbassando mai la guardia. Di giorno, sorvegliava il cortile. Di tanto in tanto, vedeva entrare e uscire boss del calibro di Domenico Morabito, il padrino di Africo arrestato nell’ambito del blitz “Fiore calabro”.
IL BUSINESS Secondo le indagini, coordinate dalla procura distrettuale di Roma, i mammasantissima della ‘ndrangheta rifornivano i fiorai al cimitero di Prima Porta, monopolizzando il mercato. «La società fatturava circa 300mila euro all’anno, era tra le più rampanti ditte all’ingrosso», ribadisce Rosario Paffile, della “Cavalieri & Papaianni srl”. Il cimitero, con i suoi 140 ettari di estensione, è il più grande d’Italia, ma per capire cos’è, il business che ruota intorno, il giro di affari che alimenta, basta fare un salto al mercato, dove, già di buon’ora, i negozianti si azzannano per attirare i clienti.

Dove voci incontrollate sostengono che,per tre volte alla settimana, si vede la sagoma di «Sandro», il fidato del clan Morabito-Scriva. «Martedì, giovedì e domenica – svela un ambulante che chiede l’anonimato – distribuisce fiori al mercato». Al netto dei chioschi fuorilegge, ci sono 44 box al cimitero di Prima Porta. Quello di Rosanna Atzu, la supertestimone dell’inchiesta, è in fondo alla discesa. Oggi, afferma, sente qualcosa di minaccioso e angosciante attorno a lei. Il suo nome salta fuori dalle carte del blitz “Fiore calabro”, è la pistola fumante dei magistrati. E’ stata la sola a svelare verità e a chiamare per nome i responsabili. «Quando hanno saputo del verbale – spiega – per tutti sono diventata l’infame. Presto o tardi, i calabresi me la faranno pagare, ne sono certa». Il suo inferno inizia tanto tempo fa, con gli agenti della Squadra mobile che agganciano la sua voce e il ricatto del boss. «Se non mi dai 150 euro entro stasera – esordì l’intercettato Domenico Morabito – il tuo camion salta in aria». Lei invocò perdono: «E’ un brutto periodo, si lavora poco». Correva il 22 agosto 2012. Dopo avere ascoltato il dialogo, gli investigatori convocarono la donna per sentirla in gran segreto. Rosanna Atzu ha raccontato agli inquirenti particolari inediti, accusato mafiosi dal cognome altisonante. I suoi verbali, secondo la procura, s’incastrano in maniera armoniosa con quelli riempiti dai pentiti, Giovanni Cretarola e Maurizio Maviglia, formando un tutt’uno (…).