“Pure i bergogliani sconcertati da Papa Francesco”, Antonio Socci su Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 Febbraio 2015 9:13 | Ultimo aggiornamento: 2 Febbraio 2015 9:14
"Pure i bergogliani sconcertati da Papa Francesco", Antonio Socci su Libero

Papa Francesco (LaPresse)

ROMA – “Pure i bergogliani sconcertati da Papa Francesco” è il titolo dell’articolo a firma di Antonio Socci  su Libero Quotidiano.

Ci sono due insistenti messaggi che mi arrivano da Oltretevere. Il primo è questo: «Al Conclave è successo di tutto». Questa voce c’entra – lo vedremo dopo – col secondo messaggio che filtra: «Ormai abbiamo le mani nei capelli». Una battuta pronunciata da chi era, all’inizio, «bergogliano» e che riguarda il recente viaggio in Asia, ma non solo. In questi giorni ci sono stati scivoloni papali che hanno fatto clamore e scandalo: quello sul «pugno» a chi dice una brutta parola «alla mia mamma» (incredibile commento alla strage di Parigi per le vignette). E quello sui cattolici che fanno figli «come conigli» (che non è solo una battuta infelice perché tutto il contesto era discutibile). Ha suscitato smarrimento fra i cattolici anche il rimprovero alla donna con otto figli e i parti cesarei: se avesse detto che usava la pillola o aveva divorziato, Bergoglio le avrebbe detto «chi sono io per giudicare?». E ogni volta le toppe sono state peggiori del buco: il papa è arrivato a definire il Vangelo «una teoria», che è altra cosa dalla vita umana. Ma è accaduto pure di peggio. Anche sul piano dottrinale.

A Manila, per esempio, accantonando il discorso scritto, a un certo punto Francesco ha detto che la sofferenza innocente è «l’unica domanda che non ha risposta». La Chiesa ha sempre insegnato che la risposta concretissima, è il Crocifisso che si carica di tutto il dolore umano e lo redime, vincendo il male e la morte, spalancando la felicità eterna agli uomini. Ma Bergoglio dice che non c’è risposta e – anzi – sembra pensare che il Verbo di Dio ne sappia meno di noi: «Solo quando Cristo è stato capace di piangere ha capito il nostro dramma» (tesi cristologica molto spericolata). Poche ore prima, parlando della sua visita al tempio buddista, papa Bergoglio ha fatto l’elogio della «interreligiosità», ovvero della commistione fra religioni diverse che ha definito «una grazia». Non era mai accaduto, ma anche la preghiera e l’adorazione in moschea, rivolto alla Mecca e l’atteggiamento reticente verso l’Islam e verso il terrorismo musulmano sono inediti. L’inadeguatezza dell’uomo Bergoglio all’alto ministero suscita in tanti di noi comprensione, l’impreparazione provoca pure tenerezza, ma la sua convinzione che essere papa significhi affermare le proprie personali idee provoca dolore e spaccature. Perché la Chiesa è di Cristo. E poi Simone non deve mai prevalere su Pietro. I media hanno enfatizzato la folla delle Filippine come il trionfo di papa Bergoglio. Ma quella gente non era lì per Cristo? È la stessa folla venuta per ogni altro papa. Inoltre alla messa di domenica scorsa a Manila si è verificato – immortalato dalle telecamere – quel passamano eucaristico per il quale, secondo diverse testimonianze, sono state ritrovate delle ostie anche nel fango. Così mentre si celebrava l’apoteosi dell’uomo Bergoglio, finiva nel fango Cristo eucaristico. Una profanazione drammatica. I media non considerano queste cose, ma per la Chiesa sono quelle più importanti perché Cristo è il suo unico tesoro (…)

A volte in «curialese», cioè mentre sembra che si dica l’opposto. Significativo per esempio ciò che Sandro Magister ha pubblicato sul sito www.chiesa il 5 gennaio scorso. Il titolo «È lui il papa. Eletto in piena regola» annunciava un articolo della canonista Geraldina Boni che prometteva di confutare quanto io ho scritto nel mio libro Non è Francesco. Ho letto con interesse sperando di trovare così la risposta ai miei dubbi. Ma nel testo della Boni non c’è ombra di risposta. Ripropone infatti la vecchia interpretazione che è stata data in Conclave all’incidente delle due schede (si è applicato l’articolo 68), interpretazione che ho confutato nel mio libro perché così quell’articolo sarebbe contraddetto dal successivo e perché conferirebbe un oggettivo potere di veto a qualsiasi cardinale volesse far saltare una candidatura. Inoltre la Boni ritiene che la quinta votazione (quella decisiva) sia stata legittima, nonostante l’obbligo di farne solo quattro ogni giorno, perché la quarta era stata annullata e quindi – a suo avviso – non andava conteggiata, «tamquam non esset». Solo che nella Costituzione apostolica che regola il Conclave non sta scritto tanquam non esset, cioè non si prescrivono «quattro votazioni valide», ma «quattro votazioni» tout court, si calcolano dunque tutte, valide e invalide. E non è ammessa la quinta. La Boni inoltre parla di votazioni «pervenute fino allo spoglio», ma la Costituzione apostolica non dice questo, infatti definisce «suffragia» le quattro votazioni, mentre, quando parla delle votazioni che arrivano fino allo spoglio, usa il termine «scrutinia». Infine la Boni – per contestare l’invalidità – cita la simonia, ma fa autogol: proprio il fatto che venga esplicitamente menzionato questo caso, come esentato dall’invalidità, significa che invece rientrano in tale invalidità tutti gli altri casi non menzionati relativi alle procedure di elezione. Insomma il giallo del Conclave continua (…)