“Reddito di cittadinanza, ecco gli errori del M5s”. Stefano Sacchi sul Fatto

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Novembre 2013 12:33 | Ultimo aggiornamento: 14 Novembre 2013 12:34
"Reddito di cittadinanza, ecco gli errori del M5s". Stefano Sacchi sul Fatto

“Reddito minimo, ecco gli errori del M5s”. Stefano Sacchi sul Fatto

ROMA – Sul Fatto Quotidiano di oggi, giovedì 14 novembre, compare un articolo a firma di Stefano Sacchi, professore di Scienze politiche all’Università di Milano, nel quale si critica la proposta del reddito di cittadinanza proposta dal MoVimento 5 Stelle.

Ecco un estratto dall’articolo:

Il reddito minimo dei Cinque Stelle ha molti problemi. In primo luogo, per come è congegnato, rischia di diventare un regalo agli evasori fiscali. I richiedenti dovrebbero presentare la dichiarazione Isee, ma poi viene preso in considerazione il reddito, senza fissare alcuna soglia di esclusione in base al patrimonio. Perché, se viene richiesto, non utilizzare l’Isee, che ha una componente patrimoniale? E perché non prevedere ulteriori forme di controllo, quali quelle sui consumi effettivi? Tutti questi aspetti sono stati affrontati in modo esaustivo sia dalle linee guida sul Sostegno di inclusione attiva del ministro Giovannini, sia dalla proposta elaborata dalle Acli di un Reddito di inclusione sociale. (…)

Il reddito minimo del M5S prevede poi una distinzione tra italiani e stranieri (inclusi i cittadini comunitari) che per come è configurata è contraria al diritto comunitario e verrebbe certamente sanzionata dalla Corte di giustizia europea. La proposta è poi molto debole sotto il profilo della governance. L’attore cardine della gestione del reddito minimo M5S sono i centri per l’impiego, che devono prendere in carico i richiedenti e organizzare l’in – serimento lavorativo di tutti i beneficiari in età da lavoro. Notoriamente, nella maggior parte del territorio nazionale i centri per l’impiego funzionano male. Più spesso ancora non funzionano proprio. Per farli funzionare occorre tempo e costosi investimenti. Far ricadere tutto sulle loro spalle significa far fallire la misura. (…)

Tutti gli esperti sono invece concordi nell’affidare la gestione ai comuni, da soli o in forma associata, e farli lavorare assieme ai centri per l’impiego nel caso dei soggetti abili al lavoro. Qui risiede un altro problema della proposta. Per i Cinque Stelle esiste solo l’attivazione lavorativa, oltretutto con un taglio molto neoliberale, di workfare. Non vi è traccia delle esperienze, italiane ed europee, dei patti di inserimento sociale per tutta la famiglia, del reddito minimo come strumento di inclusione sociale prima che lavorativa. La proposta dei Cinque Stelle sembra scritta da un economista di Chicago.