Renato Soru. Unità e appalti Tiscali, il Giornale scrive che…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Maggio 2015 8:18 | Ultimo aggiornamento: 21 Maggio 2015 8:18
Renato Soru. Unità e appalti Tiscali, il Giornale scrive che...

Renato Soru. Unità e appalti Tiscali, il Giornale scrive che… (foto Lapresse)

ROMA – Renato Soru, fondatore di Tiscali e attuale segretario del Pd in Sardegna, costituisce l’oggetto di un attacco dal Giornale, che punta su due vicende che di recente hanno portato i giornali a occuparsi di lui: il quotidiano che fu del Pci, l’Unita, è un importante appalto pubblico vinto da Tiscali.

Un articolo di Giuseppe Marino descrive quella che secondo lui costituisce la contraddizione di Renato Soru, il quale,

“per sua natura sarebbe un benefattore, un uomo del fare immune al fascino del denaro, sterco del demonio, come mostra la sua attività pubblica: denuncia il dramma dei profughi portando in aula a Strasburgo le loro scarpe, su twitter fustiga chi inquina Stintino. Un’attività pubblica insomma, sempre all’insegna delle buone cause”.

Poi però, prosegue Giuseppe Marino, c’è l’attività privata:

Nelle sue aziende c’è spesso di mezzo la politica. Basta guardare il caso dell’Unità. L’ex governatore ha consegnato a Repubblica un proclama di generosa disponibilità ad aiutare i suoi ex dipendenti, rottamati come fossero vecchi politici del Pd. Al quotidiano di Ezio Mauro ha dichiarato di essere «pronto a partecipare in prima persona a trovare una soluzione» per loro. E tutto questo, «anche se non mi occupo più del giornale da diversi anni. Dal 2011. Anzi, in realtà praticamente dal 2010».

Il magnate piddino delle tlc però, pur chiarendo che non si sente «responsabile né legalmente, né moralmente di quanto accaduto» aiuterà per spirito di carità. Mettendoci soldi? Non esageriamo, coopererà a cercare «una soluzione, anche legislativa». Frase che fa sinistramente rima con «paghi Pantalone». Ma Soru può davvero proclamarsi estraneo e anzi «parte lesa»? I giornalisti del quotidiano non sono molto d’accordo. Anzi, accusano Renato Soru di aver mollato il quotidiano subito dopo aver perso le elezioni, nel febbraio 2009.

Appena pochi mesi prima, al giornale giravano consulenti stranieri, si assumeva un vice direttore e si parlava di restyling e rilancio. Due mesi dopo la sconfitta di Soru al voto, all’Unità scattavano già cassa integrazione e taglio degli stipendi. Da lì il quotidiano è finito su un piano inclinato. Soru ha chiuso i rubinetti ma la sua ombra in redazione non è svanita.
Almeno a notare certe coicidenze. Tipo il ruolo di Fabrizio Meli, venuto da Tiscali per fare l’amministratore delegato dell’Unità. Un fedelissimo di Soru, tanto che divenne ad anche di Sardegna 24, giornale lanciato a giugno 2011 e fallito in un lampo.

Il direttore-editore Giovanni Maria Bellu, altra coincidenza, era proprio il giornalista assunto dall’Unità nell’era Soru. Ed è stato proprio lui a svelare il ruolo occulto del tycoon in Sardegna 24: «Ha per tutta la fase iniziale coordinato l’attività».
Altra casualità: l’avvocato dell’Unità è Giuseppe Macciotta. Lo stesso che ora difende Soru nel processo per evasione fiscale. Quante coincidenze per un solo uomo.
Talmente tante che un pm, come ha rivelato Andrea Manunza sull’Unione Sarda, vorrebbe chiarirne alcune.

A marzo scorso il sostituto procuratore Andrea Massidda ha ascoltato per due volte l’attuale governatore Francesco Pigliaru. Obiettivo: capire se sia solo un capriccio di date la vicinanza temporale tra la firma di una fideiussione del Banco di Sardegna, grazie alla quale Tiscali ha partecipato a una gara d’appalto pubblica che l’ha salvata dal baratro, e la nomina ad assessore regionale di Luigi Arru, fratello del presidente della stessa banca.
Il maxi appalto pubblico venne conquistato da Tiscali mentre lui era europarlamentare e segretario del Pd sardo.

Con buona pace dei blind trust e anche del processo in corso per evasione fiscale (un altro per false comunicazioni è in fase preliminare) che non ha impedito al Pd renziano di dare il partito in Sardegna in mano a un uomo accusato di aver dribblato 1,7 milioni di tasse su un copioso flusso di denaro in arrivo da Andalas, società inglese con due sterline di capitale controllata dall’ex governatore attraverso un’altra con sede nel paradiso (fiscale) delle Isole Vergini, inserito nella black list europea.

Il 28 aprile scorso Tiscali ha brindato all’assegnazione ufficiale dell’appalto per fornire banda larga e telefonia per sette anni all’intera pubblica amministrazione italiana. Il 13 maggio 2014, aprendo le buste, nessuno poteva credere che davvero si aggiudicasse l’appalto da 2,4 miliardi, finora gestito da Fastweb, con un apparente inverosimile ribasso dell’88,9%: appena 265 milioni. Oltretutto Tiscali era in piena cassa integrazione e con debiti per 140 milioni.

La Consip, la potente società che gestisce gli acquisti centralizzati per la pubblica amministrazione, guidata da Domenico Casalino, considerato in uscita ma ancora senza un successore, ha deciso che l’offerta era appropriata, e Tiscali riusciva comunque a mantenere un margine di guadagno di dieci milioni. Miracolo manageriale di oggi (Casalino si è vantato del grande risparmio per lo Stato) o grande spreco di ieri?

Qui la cosa si fa più complicata, la chiave è innanzitutto l’aver ridotto la banda larga da 300 Comuni ai soli 20 capoluoghi di Regione. Per gli altri sono garantiti appena 4 Mb, che non bastano manco per un videogame. Non solo: c’è il rischio che il risparmio in seguito evapori.