Renzi-Alfano, si cerca intesa; Ucraina, è guerra civile: rassegna stampa 21 febbraio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 febbraio 2014 8:34 | Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2014 8:34

Forti tensioni, si cerca l’intesa. Il Corriere della Sera: “Incontro nella notte tra il presidente del Consiglio incaricato Matteo Renzi e il leader di Ncd Angelino Alfano per parlare di ministri e valutare i punti critici dell’accordo di maggioranza. «Questione di ore e chiudiamo tutto», aveva detto Renzi in giornata. Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, intanto, evoca le elezioni. «Forse tra un anno. Bisogna sempre essere pronti per le urne». E aggiunge: «Renzi? Non è di scuola comunista».”

Renzi: poche ore e chiudiamo Ma si tratta ancora con Alfano. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Lorenzo Fuccaro:

«È questione di ore e chiudiamo tutto», dice convinto il premier incaricato Matteo Renzi. E il suo plenipotenziario, Graziano Delrio, al termine del vertice di maggioranza, conferma: «Per me è andato benissimo». In realtà, l’intesa tra i partner della maggioranza sul programma di governo è di là da venire perché, come ammettono in molti, ci sono parecchi punti da chiarire. «È un work in progress», dice Pino Pisicchio del Centro democratico. Aggiunge Lorenzo Dellai (Popolari per l’Italia): «Stiamo arrivando a un punto di grande delicatezza e dunque a tutti è richiesta prudenza e senso di responsabilità». Puntualizza Renato Schifani, presidente del Nuovo centrodestra: «È un passo in avanti. È stata una riunione proficua ma non può essere definitiva». Però la fotografia che scatta Maurizio Sacconi con un tweet è diversa: «Ci sono molte criticità nel programma», aggiungendo, a mo’ di esempio, che «noi chiediamo la radice quadrata della legge Fornero, ma il Pd chiede la Fornero al quadrato». Contrapposto il giudizio di Marianna Madia (Pd): «È stato un vertice positivo. Abbiamo messo in luce le priorità: abbassamento delle tasse sul lavoro, crescita e mercato del lavoro».

Il rischio di incartarsi rallentando i tempi e il timore di non fare nascere il governo sono evidenti e si aggiungono alle voci su tensioni registrate nel colloquio tra Renzi e Napolitano dell’altro giorno, smentite ufficialmente dal Quirinale che parla di «uno scambio di opinioni svoltosi in un clima di serena collaborazione istituzionale». Del resto è altrettanto evidente che in Senato senza i trentuno voti del Ncd (che sono decisivi) il Renzi 1 non salpa. Ed ecco perché in serata si diffonde la voce di un incontro tra lo stesso Renzi e Angelino Alfano proprio per superare lo stallo certificato nel vertice di maggioranza.

Già in mattinata, però, era chiaro che nella riunione sul programma ci sarebbe stato un braccio di ferro tra Pd e Ncd. Un braccio di ferro innanzitutto sulla legge elettorale ma anche su altri temi divisivi come il lavoro, la giustizia, lo ius soli e le unioni civili. Parlando ai gruppi Alfano era stato esplicito: «Per rendere credibile che davvero togliamo il Senato così com’è, sarà indispensabile approvare una norma che attribuisca alla legge elettorale un vigore, una sua immediata applicabilità appena concluso il cammino delle riforme». Il vicepremier uscente aveva poi aggiunto che «se noi dobbiamo partecipare a un governo con una parte politica a noi avversa, cioè il Pd, dobbiamo partecipare a un governo che si proponga davvero cambiamenti radicali nel nostro Paese. O facciamo misure rivoluzionarie o è inutile galleggiare. Crediamo in un governo che abbia una straordinaria capacità riformatrice». E se vogliamo dare «un’impronta fortemente riformatrice al nuovo esecutivo dobbiamo avere un po’ di tempo a disposizione. Per averlo non si può giocherellare dicendo facciamo la legge elettorale e andiamo al voto».

Purché si dica tutta la verità. L’editoriale del Corriere della Sera a firma di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi:

Il nuovo governo dovrà dimostrare (e in tempi brevissimi) di aver chiare quali sono le priorità e di essere determinato nell’affrontarle. Se saprà farlo tranquillizzerà i mercati e potrà rinegoziare i vincoli europei. Perché una rinegoziazione è inevitabile se si vuol far ripartire la crescita.

Quali siano i problemi dell’Italia lo sappiamo da tempo: un debito pubblico enorme, una recessione che sembra non finire mai, banche che prestano col contagocce, una disoccupazione soprattutto giovanile elevatissima, una tassazione asfissiante, una burocrazia che impone oneri immensi alle imprese, e infine i costi della politica. La difficoltà non è dunque individuare le cose da fare, ma metterle in fila e poi affrontarle con determinazione.

La prima è annunciare stime di crescita credibili. Le previsioni del governo uscente sono più ottimiste di quelle delle organizzazioni internazionali, inclusa la Commissione europea. Il governo prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) dell’1% nel 2014 e dell’1,7% nel 2015. Il consenso internazionale è 0,5% nel 2014 e poco sopra l’1% nel 2015.

Da che numeri parte il nuovo governo? Le previsioni di crescita sono cruciali perché costituiscono il punto di partenza per un piano credibile di riduzione del rapporto debito-Pil. Per avviare tale riduzione è necessario compiere tre passi: ridurre la spesa pubblica e le imposte, far ripartire la crescita e vendere aziende e immobili oggi posseduti da Stato, Comuni e Regioni.

Per rilanciare la crescita, servono due interventi immediati. Primo: provvedimenti per allentare la stretta creditizia. È difficile tornare a crescere se non riparte l’offerta di credito all’economia. Lo si può fare anche con l’aiuto della Bce, come spiegavamo il 9 febbraio (nell’editoriale E ora le banche non hanno scuse ). A ciò deve aggiungersi un’accelerazione del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. Il governo uscente ne ha saldati 22 miliardi su circa 100: troppo pochi.

Seconda cosa da fare: provvedimenti per ridare competitività alle imprese. La leva principale è una riduzione immediata e consistente del cuneo fiscale, finanziata con una combinazione di tagli di spese (immediate e future) e, se necessario, con imposte meno dannose delle tasse sul lavoro.

Il reportage Kiev, nella piazza straziata dai cecchini Cento morti, decine di agenti catturati. L’articolo di Repubblica a firma di Nicola Lombardozzi:

Quello che incombe dalla collina sulla fortezza assediata della Majdan. Sul tetto, sdraiati tra i tralicci che reggono l’insegna dell’hotel Ucraina, si distinguono nettamente agenti di polizia con tanto di cappuccio nero che fanno roteare sulla folla le canne dei loro fucili di precisione.Prendono la mira, poi si fermano. Forse rispondono a cecchini ribelli che, si dice, avrebbero sparato sui poliziotti qualche ora fa. Ma il disastro è evidente. C’è pure un agente in piedi con un kalashnikov. Sta sparando anche lui, forse in aria, ma questo si capirà solo più tardi facendo la conta dei morti e dei feriti. Uccisi due giornalisti ucraini, una decina di poliziotti, tantissimi militanti. Qualcuno parla di almeno cento vittime, e probabilmente non esagera, ma è una contabilità che ha sempre meno senso in questa atmosfera fatta di paura, rabbia e preparativi frenetici per l’ultimo assalto. Né servono da consolazione le interminabili trattative del Presidente Yanukovich con i treministri europei che non riescono a convincerlo alle dimissioni, ma strappano solo la promessa di anticipare di qualche mese le elezioni già previste nel 2015.

Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati l’uno accanto all’altro. Esposti alla pietà di chi passa da lì e ha abbastanza sangue freddo per fermarsi sotto il tiro deicecchini. Sono adagiati su un letto funebre fatto di coperte da campo e vecchi sacchi a pelo a fiori da campeggio. Un ragazzo biondo di una ventina d’anni, jeans e maglione, ha un solo buco di proiettile ma proprio al cuore. Un altro, che molti riconoscono come il capo di una banda musicale di un paese qua vicino, ha un giubbotto antiproiettile sforacchiato e un sorriso stralunato. Nessuno gli ha chiuso gli occhi che restano sbarrati a fissare il cielo denso di fumo. A dieci metri di distanza, ragazzi in mimetica sfornano una zuppa calda dalla loro rudimentale cucina da campo ma l’odore dominante resta l’olezzo che viene da quattro latrine pubbliche utilizzate per mesi da troppa gente.

Tutt’attorno al cuore di Kiev circondato dalla polizia, è pieno di altre camere ardenti da strada come questa. L’effetto è angosciante ma sta cambiando ancora una volta la composizione della protesta. La gente bene, i piccolo borghesi che avevano lasciato il colore e la festa di quella che era una manifestazio-ne pacifica per l’Europa, spaventati dalle intemperanze e dalla violenza delle frange paramilitari di estrema destra, è tornata. Almeno in parte. Terrorizzati dai comunicati della polizia che invita tutti a restare in casa, molti cittadini di Kiev stanno lasciando la città, intasando le pompe di benzina, creando ingorghi da week end di festa in autostrada pur di trovare scampo dall’altra parte del Dniepr. Ma molti hanno deciso invece di andare a dar man forte a “quelli della Majdan” proprio ora, nelle ore di maggior pericolo. La spiegazione te la dà Ivan, pensionato delle Poste che guarda i cadaveri allineati e non trattiene le lacrime: «Non credevo di essere governato da una banda di assassini. Da oggi ci sono anch’io e loro hanno un nemico in più». In sintesi, sono le stesse parole del sindaco di Kiev che ieri si è clamorosamente dimesso dal partito di Yanukovich dicendo: «Nessun potere vale un bagno di sangue».

Il totoministri: Padoan in pole per l’Economia idea Gratteri per la Giustizia. L’articolo di Repubblica a firma di Alberto D’Argenio:

A una notte dall’ora X prende forma la lista dei ministri che comporranno il governo Renzi. Il sindaco punta a sciogliere la riserva oggi pomeriggio e a giurare al Quirinale domani. E così la giornata di ieri il premier incaricato l’ha dedicata alla ricerca degli equilibri politici e tecnici per la composizione del suo gabinetto. In mattinata le due telefonate decisive per sciogliere il nodo che fino ad ora ha tenuto con il fiato sospeso le istituzioni italiane ed europee: la scelta del ministro dell’Economia. Dopo i “franchi” colloqui di mercoledì con il presidente Napolitano e con il governatore Visco, ieri sera Renzi sembrava orientato a scartare l’ipotesi di mandare al Tesoro unpolitico (il suo braccio destro Graziano Delrio) privilegiando la figura del tecnico. E i due tecnici nella short list del premier incaricato erano Pier Carlo Padoan e Carlo Tabellini.

Eccoci alle due telefonate decisive. Renzi ha parlato sia con Tabellini sia con Padoan, appena sbarcato a Sidney per il G20. L’ex rettore della Bocconi non avrebbe passato il fuoco di sbarramento della minoranza del Pd, che lo considera troppo di “destra”. E così ieri sera Renzi confidava ai suoi: «Sono orientato su Padoan ». Vicesegretario dell’Ocse in uscita, da pochi giorni presidente dell’Istat, Padoan ha un passato all’Fmi, è stato professore alla Sapienza e direttore della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema. Se questa scelta resisterà alle ultime 24 ore di negoziati, Delrio diventerà il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, altra poltrona centralissima. Puntato l’architravedel governo, a cascata si vanno coprendo le altre caselle anche se fino ad oggi pomeriggio tutto può accadere con i negoziati sui ministri che proseguiranno a ritmi forsennati. Sia come sia, al fianco diPadoan ieri sera il reparto economico del governo era pressoché completo. La pesantissima poltrona di ministro dello Sviluppo Economico veniva destinata a Mauro Moretti, amministratoredelegato di Trenitalia. Al Lavoro, altro posto chiave per Renzi, era dato per certo l’economista Tito Boeri. All’Innovazione invece era ancora in corsa Renato Soru, mentre andava perdendo quotal’ingresso di Luca Montezemolo, che ieri ha sì incontrato Renzi, ma per un vertice con Etihad sul salvataggio di Alitalia.

A rendere precari fino all’ultimo gli equilibri la trattativa conl’Ncd. Questioni di durata del governo, programma e poltrone. Alfano vorrebbe restare al Viminale (in alternativa Franceschini, che altrimenti andrebbe alla Cultura) ma potrebbe finire alla Difesa, così come non vorrebbe sostituire Lupi e la Lorenzin (Renzi vuole facce nuove per evitare un governo fotocopia a quello di Letta).

La Camera approva: basta soldi ai partiti ma soltanto dal 2017. L’articolo del Fatto Quotidiano a firma di Luca De Carolis:

Se questa è un’abolizione. Ieri, con i voti della maggioranza e di Forza Italia, la Camera ha approvato in via definitiva la legge che cancella il finanziamento pubblico ai partiti e apre ai finanziamenti dei privati, tramite il 2 per mille e contributi volontari. Stop ai soldi statali, quindi, ma solo a partire dal 2017. Per i prossimi tre anni, i partiti prenderanno oltre 136 milioni solo di fondi diretti. E la cassa integrazione ordinaria ai loro dipendenti verrà comunque pagata fino al 2017. Norme contestate da Cinque Stelle e Lega, che volevano l’abolizione immediata del finanziamento, e per motivi opposti da Sel, contraria allo stop.

Le nuove cifre – Il decreto legge convertito ieri prevede la riduzione progressiva dei fondi diretti ai partiti nei prossimi tre anni, fissati in 91 milioni con la legge 96 del 2012. Nel 2014 si scenderà a 68,25 milioni, per passare a 45 milioni e mezzo nel 2015, fino a 22,75 milioni nel 2016. Ma a “compensare” i tagli ci sono altre voci, come la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti. Nel 2014 costerà 15 milioni, per passare a 8 milioni e mezzo nel 2015, e risalire a 11, 25 milioni nel 2016 e nel 2017.

Largo alle donazioni – La nuova legge è imperniata sul passaggio dal contributo diretto dello Stato a quello dei privati. Ogni contribuente potrà destinare a un partito il 2 per mille della dichiarazione dei redditi, mentre singoli cittadini, imprese o società potranno versare un contributo massimo di 100 mila euro. Per i contributi dai 30 ai 30.000 euro è prevista una detrazione fiscale del 26 per cento. I fondi potranno andare solo a partiti dotati di uno statuto redatto con atto pubblico, in cui siano indicati simbolo, indirizzo della sede legale, diritti e doveri degli iscritti. Le forze politiche dovranno poi iscriversi a un registro nazionale dei partiti politici, consultabile sul sito del Parlamento. Inoltre, dovranno far certificare da società esterne i propri bilanci. Per chi non rispetta il tetto dei 100 mila euro, prevista una sanzione pari al doppio dei soldi versati o ricevuti che superano il tetto massimo (esempio: se si ricevono 150 mila euro, la “multa” sarà di 100 mila euro). Chi non paga non potrà prendere il 2 per mille per 3 anni. In caso di violazioni degli obblighi di trasparenza e rendicontazione, sono previste l’esclusione dal registro e forti sanzioni.

Tetti alle risorse –  Soldi dai privati, va bene, ma con dei limiti. La legge prevede un “onere massimo per lo Stato”, ossia un limite ai versamenti tramite il 2 mille. Il tetto passerà da 7,75 milioni per quest’anno a 9,60 nel 2015, per arrivare a 27,70 milioni nel 2016 e a 45,10 milioni nel 2017. È previsto un tetto anche per le detrazioni fiscali per chi versa i contributi: da 27,40 milioni nel 2015, fino a 15,65 milioni nel 2016 e nel 2017.