Rassegna Stampa

Renzi, Barbara Spinelli: “Sta a B. come B. stava a Craxi”. Mentana: “Ora i fatti”

Renzi, Barbara Spinelli: "Sta a B. come B. stava a Craxi". Mentana: "Ora i fatti"

Renzi, Barbara Spinelli: “Sta a B. come B. stava a Craxi”. Mentana: “Ora i fatti”

ROMA – Per alcuni Matteo Renzi è un bluff, per altri è un giovane fuoriclasse. Alcune firme del giornalismo, sul Fatto Quotidiano, raccontano il Premier.

Barbara Spinelli: “Giustizia, conflitto di interessi, Europa: dopo anni di berlusconismo, queste sono in Italia le prove del nuovo. Non i modi di parlare, twittare. Renzi per ora le ha mancate. Ha accettato il veto su Gratteri guardasigilli, opposto dal Colle e da parte del Pd: non perché sia un magistrato, ma perché troppo antimafia e riformatore. Orlando è meglio: dal 2010 (intervista al Foglio), sposa le tesi della destra. Il conflitto d’interessi resta dov’era, non intralcio ma condizione d’ascesa politica: il ministro Guidi si dimette dalla Ducati, ma sarà benigna quando tratterà temi caldi come comunicazioni, Tv, eolico (“Abbiamo un ministro”, ha detto Berlusconi). L’Europa infine: Renzi dice che deve essere “una speranza, non un affare di virgole e percentuali”. Speranza è vuoto lirico, se non aggiungi qualcosa. Renzi fa accordi sottobanco col Cavaliere, e promette di esser l’uomo che mantiene il berlusconismo al potere senza Berlusconi. Come Berlusconi mantenne al potere il craxismo senza Craxi.”

Enrico Mentana: “Ha voluto essere spiazzante. Ha del tutto personalizzato il suo governo, come se non fosse di coalizione, ma un monocolore renziano, fino a dire “se falliremo la colpa sarà mia”, implicando che “quindi se vinceremo il merito sarà mio”. Si è presentato come il leader dell’Italia che sta fuori dai palazzi, rivendicando ogni volta la sua alterità rispetto a liturgie, tradizioni, eredità, ma anche a chi aveva davanti: parlava agli elettori, specie ai più giovani, col linguaggio colloquiale e le citazioni a portata di tutti, a braccio e con ostentata disinvoltura. L’ha potuto fare, questo è il punto, perché tre mesi fa ha scalato dall’esterno il primo partito d’Italia. Conquistato il controllo di tutti i pezzi ha potuto fare scacco al re, l’accordo sulla legge elettorale con Berlusconi, e scacco matto, la staffetta imposta a Letta. Mai prima d’ora, credo, l’Italia ha avuto un leader di governo e di partito così ostentatamente extraparlamentare. Con le parole ha stravinto: ora lo misureremo sui fatti.”

Furio Colombo: “C’è differenza fra ambizione e passione. L’ambizione riguarda una persona, la passione coinvolge un popolo. Il caso Matteo Renzi, anni 39, professione sindaco che diventa segretario di partito che diventa primo ministro che diventa (collocherete qui il seguito della sua futura carriera) è un caso da studio di ambizione. L’ambizione non è riprovevole. È una delle grandi spinte di civiltà. Esistono però due versioni, l’ambizione fredda (ti occupi solo di te stesso, persino se sei un chirurgo che tocca ogni giorno il confine vita-morte degli altri) o l’ambizione unita con la passione. Esempio: Abbado, il direttore d’orchestra, è apparso subito bravo, dunque ambizioso, ma c’era un altro fattore nella sua vita: la passione. Era la passione a portare la sua bravura dentro chi suonava e ascoltava con lui. La passione fredda accelera il passo anche se gli altri restano indietro, cambia strada all’improvviso perché vede la convenienza, afferra un ruolo nuovo perché lui ci riesce e tu puoi solo dire “che bravo!”. Renzi è ambizione fredda. Dice che lui farà molto per noi, se lo lasciamo lavorare, compreso andare ogni mercoledì nelle scuole, perché vuole vedere lui, di persona, come stanno le cose. Non possiamo fare niente per lui. Solo applaudire alla fine. Poco, per un Paese da salvare.”

Antonello Caporale: “Un partito esiste se esiste un destino comune. Conferendo a Matteo Renzi i poteri di commissario straordinario, il Pd perde ogni scopo perché il segretario-presidente assume su di sé l’onere di condurre tutti in un luogo imprecisato, a sua scelta. Sarà un viaggio senza ritorno. Ma lui è vincente, il Palazzo lo sconfitto. Del tutto naturale la ritrosia, la paura e la nascente ma tardiva opposizione che si costruirà anzitutto nel Pd per fermare quella che appare una deriva personalistica. A un Paese con la memoria precaria e senza voglia di un destino comune, la soluzione dell’uomo solo al comando è la più gradita perché agevola la proiezione fantastica di riversare sulle spalle di uno (l’unto del Signore?) ogni necessità, bisogno o soltanto sogno. Renzi è figlio legittimo dell’egemonia culturale berlusconiana che ha immerso l’Italia in uno stato di astenia. Non c’è sforzo collettivo, chiamata alla responsabilità dei singoli, durezza della prova. Prima era Silvio, adesso è Matteo che ci cambierà la vita.”

 

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