Renzi-Berlusconi, caso De Girolamo, Poste: la rassegna stampa del 16 gennaio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 gennaio 2014 8:22 | Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2014 8:22
rep

La prima pagina de La Repubblica del 16 gennaio

ROMA – Renzi: “La legge elettorale si fa con tutti”. Scontro nel Pd: “Non vedere Berlusconi”. La Repubblica: “Il sindaco incontra Alfano. Il vicepremier: “Letta faccia il rimpasto”. L’articolo a firma di Francesco Bei:

«Sulle regole io discuto tutti i giorni anche con Forza Italia». A dispetto dei mal di pancia del suo partito, Matteo Renzi tira dritto nel dialogo con Berlusconi e i suoi emissari. Dopo aver incontrato martedì pomeriggio Denis Verdini, il segretario democratico non ha smentito l’intenzione di organizzare un faccia a faccia con lostesso Berlusconi: «Se ci vediamo è per provare a chiudere. Prima dovremmo sistemare per benino le cose perché l’incontro abbia un senso». Per arrivare a una proposta condivisa ieri l’uomo forte del Cavaliere, Verdini, ha ricevuto nella sede di Forza Italia il politologo Roberto D’Alimonte, consulente di Renzi sulla legge elettorale.

Ma la possibilità che il Cavaliere, tra domani o dopodomani, possa varcare il portone del Nazareno fa sollevare una parte dell’area Cuperlo. A dare voce a questi malumori è il bersaniano Alfredo D’Attorre: «Immagino che Renzi sarà cauto su mosse che possano resuscitare politicamente Berlusconi e che non incontrerà un pregiudicato nella sede del Pd. Credo avrà cautela e attenzione». «Abbiamo fatto un governo con Berlusconi — gli risponde Isabella De Monte — incredibile che oggi si contesti un dialogo con Forza Italia, come con tutti gli altri partiti, sulla legge elettorale».

In effetti i contatti di Renzi sono a tutto campo. Ieri un pranzo in ristorante con Nichi Vendola conferma la preferenza di Sel per il Mattarellum, pur senza escludere un doppio turno di coalizione. All’hotel Barberini, dove alloggia quando scende a Roma, Renzi incontra anche Angelino Alfano. Il faccia a faccia più difficile, viste le ruvidezze che i due si sono scambiati in questi giorni. Dal nuovo centrodestra raccontano tuttavia che da parte di entrambi c’è l’intenzione di arrivare a un’intesa, anche se Alfano ieri è rimasto fermo sul doppio turno: «Siamo disponibili a votare la proposta storica del Pd, che volete di più?».

De Girolamo, Cancellieri in campo “La privacy deve essere tutelata al lavoro sulle intercettazioni”. L’articolo a firma di Liana Milella:

Montecitorio, in Transatlantico, il Guardasigilli Cancellieri non si sottrae alla domanda del giorno su intercettazioni e privacy. «È un tema all’attenzione del governo, ci stiamo lavorando ». Ovviamente dietro c’è il caso De Girolamo, ma non solo, visto l’esplodere delle inchieste sulla gestione affaristica della cosa pubblica in Italia. Con i cronisti che insistono il ministro mette subito le mani avanti: «Ma non ci sarà nulla che sia oltre la garanzia della privacy». Troppo importante il tema soprattutto dopo gli scontri di fuoco ai tempi di Berlusconi sulla famosa legge bavaglio che voleva legale le mani ai pm e ai giornalisti. Anna Maria Cancellieri accenna al futuro ddl sull’accelerazione del processo come possibile contenitore, ma alla Camera non dice di più.

È più generosa di particolari in una successiva telefonata con Repubblica, in cui mette un paletto sull’attività investigativa e sullo strumento delle intercettazioni. «Sia chiaro, finché ci sarò io in questo ministero, i magistrati possono stare tranquilli. Nessuno ha intenzione di ridurre la possibilità di fare investigazioni attraverso le intercettazioni». Una precisazione importante, che sgombra il campo dalle prime malignità sul fatto che proprio lei, finita nella tempesta del caso Ligresti per via di una telefonata registrata, possa mettere mano alla censura. Qui le rassicurazioni di Cancellieri sono insistenti: «Da me nessun intervento per ridurre le intercettazioni». Ma «la questione della privacy è tutt’altro, su quella sicuramente dobbiamo intervenire»». Testi pronti? «Ancora no». Ne ha parlato con il premier Letta? «Ne ho discusso solo con il direttore dell’ufficio legislativo del ministero Mimmo Carcano». Carcano, una vita da magistrato spesa tra Cassazione, Consulta e Csm, toga di sinistra, non pare proprio vestire i panni di chi fabbrica bavagli. Certo Cancelieri tiene molto all’intervento sulla tutela della privacy che potrà toccare due aspetti: lavexata quaestio di quali intercettazioni possono finire nei documenti dei giudici destinati a divenire pubblici, con la rigida esclusione di tutto quello che riguarda chi non è coinvolto direttamente nelle indagini, gli spazi per la divulgazione degli ascolti. Ma i margini non sembrano molto ampi, sicuramente l’intenzione del Guardasigilli è tutelare chi finisce nelle registrazioni ma haun ruolo secondario rispetto alle investigazioni e agli indagati.

Dalle auto blu al nuovo Ku Klux Klan la svolta oltranzista di Salvini e il sodalizio con gli xenofobi europei. L’articolo a firma di Paolo Berizzi:

Dalla corsa alle auto blu al pedinamento del ministro «orango» (copyright Calderoli). Dai vecchi fucili spuntati di Bossi — agitati per mungere poltrone e privilegi statali — al nuovo asse con gli ultranazionalisti europei che marciano in camicia bruna e vomitano odio contro immigrati, islamici, «invasori»: i diversamente etnici. Quelli da ricacciare nelle «riserve indiane» o da «impallinare » mentre attraversano il Mediterraneo sui barconi. Quelli come Kyenge: e i leghisti 3.0 gliel’avevano giurata dall’inizio. In mezzo, la battaglia un po’ pretestuosa contro l’euro e l’Europa «nemica dei popoli».

Che cosa si nasconde dietro la svolta “oltranzista” impressa allaLega dal neosegretario Salvini? Qual è la nuova faccia del movimento che, in crisi di voti e di identità, torna a gridare, a insultare e a minacciare («chi ci tocca inizi ad avere paura», segretario federale dixit) e salda il Sole delle Alpi coi simboli delle formazioni più xenofobe in circolazione in Europa? Il Partito nazionale slovacco, i Democratici svedesi, i bulgari di Ataka e i belgi fiamminghi del Vlamms Belang, l’Udc svizzero che vuole cacciare i lavoratori italiani e i liberal nazionalisti austriaci del Fpo, per finire o iniziare con il Front dei Le Pen, sodalizio confermato anche ieri. Per capirlo si può partire da un convegno. Un convegno saltato all’ultimo per «problemi tecnici», secondo la versione ufficiale. Venerdì 17 gennaio in un’aula dell’Universita Statale di Milano,Mario Borghezio, europarlamentare ex leghista, espulso obtorto collo dai vertici del partito (ma mai rinnegato) e confluito nel Gruppo misto, ex Ordine Nuovo e sedicente secessionista, avrebbe dovuto essere la guest star di un incontro dal titolo «Il Mondo verso un futuro multipolare». Il seminario, temuto dalla Digos per le proteste dei collettivi studenteschi, era organizzato dal Gruppo Alpha, una formazione vicina a Lealtà e Azione che a Milano vuole dire Hammerskin, la falange nata da una costola del Ku Klux Klan, presente in tutto il mondo e famosa per pestaggi contro immigrati e inni alla superiorità della razza bianca.

Via alle Poste sul mercato, azioni ai dipendenti. L’articolo sul Corriere della Sera a firma di Roberto Bagnoli:

Tramonta definitivamente la versione spezzatino per la privatizzazione di Poste italiane. Che andrà intera sul mercato con una quota massima del 40% entro l’anno, di cui il 5% riservato in modo gratuito ai 140 mila dipendenti. Il gruppo guidato da Massimo Sarmi si piazza in pole position nella cessione di quote di minoranza che potrebbe avvenire anche in tempi più ristretti, a partire da luglio e secondo le opportunità del mercato. Che naturalmente ha il suo peso: al momento le condizioni sono incoraggianti, con l’indice Ftse Mib della Borsa di Milano tornato ieri (+1,60%) sopra quota 20 mila punti dopo due anni e mezzo. Dietro ci sono le stime più ottimistiche della Banca mondiale sulla crescita, così come la decisione della Bce sugli stress test (le banche non dovranno adeguare il portafoglio di debito sovrano ai valori di mercato). La speranza a Roma è che le attuali condizioni favorevoli del mercato persistano in futuro, aiutando così il collocamento delle Poste.

Il comitato permanente per le privatizzazioni, costituito dal governo alla fine di novembre (presieduto dal direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e composto da Angelo Provasoli, Piergaetano Marchetti, Anna Maria Artoni e Massimo Capuano) alla sua seconda riunione ieri ha sostanzialmente dato il via libera confermando la priorità per le Poste. Sarmi è stato convocato e per circa un’ora ha spiegato la sua road map per valorizzare al meglio gli asset di Poste. Il comitato ha poi analizzato gli altri dossier per la cessione delle quote detenute direttamente o indirettamente dal Tesoro in Eni, Enav e Sace. Il progetto è quello di incassare entro l’anno 12 miliardi di euro.

Il premier Enrico Letta, appena sbarcato dal suo viaggio in Messico, ha voluto salutare i componenti del comitato a testimonianza di voler seguire questa importante partita in prima persona. Alle Poste ieri si respirava un’aria di soddisfazione. Dopo mesi di rumor sulla possibilità che emergesse la soluzione spezzatino (anche Letta in un primo tempo era d’accordo) alla fine ha prevalso quella aziendale, sostenuta da Sarmi e dagli stessi sindacati.

Marò, lunedì la decisione Imputazioni o scarcerazione. L’articolo sul Corriere della Sera a firma di Fabrizio Caccia:

La vicenda dei due Marò è a una svolta: la Corte Suprema indiana esaminerà già il 20 gennaio prossimo il ricorso presentato lunedì scorso dal governo italiano. E in quella sede i giudici dell’Alta Corte potrebbero valutare il rilascio di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre per i ritardi infiniti del processo indiano. A riferirlo, ieri, la rete televisiva Ndtv, che ha intervistato il ministro degli Esteri, Salma Khurshid. Il capo della diplomazia indiana ha ammesso di ritenere «imbarazzante» la lentezza della giustizia di New Delhi nell’avvio del processo contro Girone e Latorre, controfirmando in pratica le ragioni del ricorso italiano. «Quando lamentano che sono passati due anni e loro non sono stati neppure ancora incriminati per la morte dei due pescatori del Kerala — ha detto ieri Khurshid — provo un sincero imbarazzo».

Lunedì prossimo, dunque, si decide: l’Italia chiede alla Corte di «chiudere il caso, visto che dopo due anni gli investigatori non sono stati in grado di presentare i capi di accusa». O, in alternativa, «di autorizzare i due fucilieri di Marina a rientrare in Italia» nell’attesa dei futuri sviluppi. Nel ricorso presentato dal team legale si sostiene, infatti, che il comportamento tenuto fino ad oggi dalle autorità indiane costituisce «un’offesa al massimo tribunale», cioè alla stessa Corte Suprema di Delhi, perché per un anno intero, dal 18 gennaio 2013, cioè da quando l’Alta Corte si pronunciò per la prima volta sulla vicenda, sono state disattese tutte le sue raccomandazioni. In sintesi: le indagini sui fatti del 15 febbraio 2012 non si sono ancora concluse, il processo non è mai iniziato e ora addirittura si vorrebbe adottare la legge antiterrorismo (il Sua Act) che prevede nei casi più gravi la pena di morte. Ma la Corte Suprema, quel 18 gennaio, escluse categoricamente che il Sua Act potesse venire applicato ai due marò.

Valérie: «Umiliata davanti al Paese» E Julie perde il posto a Villa Medici. L’articolo sul Corriere della Sera a firma di Stefano Montefiori:

Altro che riposo ed esami preventivi, come vorrebbe la versione ufficiale dell’Eliseo. Venerdì 10 gennaio, dopo le foto di Closer e le parole di conferma di François Hollande, Valérie Trierweiler si è chiusa nei suoi appartamenti e ha avuto una crisi di nervi. «Sono stata umiliata davanti alla Francia intera», ha detto al segretario generale dell’Eliseo, Pierre-René Lemas. Lo choc è stato così forte, racconta una persona del suo entourage contattata dal Canard enchaîné , che il medico del Palazzo è accorso e ha consigliato il ricovero immediato.

A distanza di quasi una settimana, la première dame si trova ancora nel reparto di medicina interna del Pitié Salpetrière, e di dimissioni non si parla. La sua curiosa situazione di première dame giornalista, non sposata, che vive all’Eliseo e continua però a scrivere per Paris Match , ha creato un corto circuito ieri, con l’uscita nelle edicole del settimanale: copertina dedicata allo scandalo, titolo «Una coppia alla prova del potere», e a pagina 10 l’articolo consegnato da Trierweiler prima che il caso esplodesse, una recensione dell’ultimo romanzo di Andreï Makine. L’attacco sembra fatto apposta per queste circostanze: «Non c’è peggior veleno mortale dell’indifferenza», scrive Trierweiler. Come quella mostrata dal presidente Hollande, che nella conferenza-fiume di martedì non ha pronunciato una sola volta il nome «Valérie».

François Hollande ha superato con successo — almeno secondo i più sussiegosi standard francesi — lo scoglio dell’incontro con i 600 giornalisti, e c’era da aspettarsi un momento di pausa nello scandalo, in attesa dell’annunciato chiarimento prima della visita di Stato a Washington da Barack e Michelle Obama, l’11 febbraio.

Invece, la vita privata dei protagonisti continua ad avere riflessi nella vita pubblica. Le indiscrezioni su un’ipotetica gravidanza di Julie Gayet si sono rivelate infondate, ma l’amante di Hollande continua a fare parlare di sé: ieri ha fatto causa a Closer , il settimanale Mondadori che ha pubblicato le foto della relazione con Hollande, e soprattutto è comparsa — per scomparire subito dopo — nella lista dei quattro giurati di Villa Medici, l’«Académie de France» a Roma.