Rassegna Stampa

Renzi e legge elettorale, Imu, Electrolux: prime pagine e rassegna stampa

Il Corriere della Sera: “Sì sull’Imu oppure si paga”. Privatizzare solo per finta. L’editoriale di Francesco Giavazzi:

“La «privatizzazione» delle Poste è l’esempio di ciò che accade quando un governo debole e pressato dai conti pubblici, perché non è capace di tagliare le spese, si trova a dover cedere a interessi particolari anziché operare nell’interesse dei cittadini e dello Stato. L’operazione pare costruita su due principi: far contenti i sindacati concedendo loro un implicito diritto di veto su qualunque modifica del contratto di lavoro. E non contrapporsi a un management che si è abilmente conquistato la benevolenza del governo rischiando 70 milioni della propria cassa per coprire le perdite di Alitalia.
Se l’obiettivo fosse stato la massimizzazione dei proventi, la privatizzazione avrebbe dovuto essere strutturata in modo diverso. Gli investitori cercano aziende trasparenti, con obiettivi e strategie chiari, che non usino i ricavi di un’attività per coprire le perdite di un’altra. È il caso delle Poste. L’azienda è, al tempo stesso, un grande banca (con BancoPosta): la maggiore del Paese per numero di sportelli; una compagnia di assicurazione (con PosteVita) e il gestore di un servizio di spedizioni (oltre a essere, da qualche mese, uno dei maggiori soci di Alitalia e possedere una propria compagnia, Mistral). E poi vi sono PosteMobile, operatore di telefonia con 3 milioni di clienti; Postel che offre servizi telematici allo Stato; PosteTributi (attività di riscossione). Come un investitore può comprendere se le attività bancarie e assicurative sono gestite in modo efficiente? Come capire in che modo vengono allocati i costi degli oltre 13.000 uffici postali fra le tre attività che svolgono, posta, banca e assicurazione? Le Poste hanno anche un grande patrimonio immobiliare: come valutare se è sfruttato bene?
Sono questi i motivi per i quali in Germania Postbank fu scorporata dalle poste e venduta a Deutsche Bank prima della privatizzazione. Anche la britannica e ora privata Royal Mail svolge solo il servizio di spedizione”.

La lunga trattativa Renzi-Berlusconi L’ipotesi della soglia al 37 per cento. Articolo di Dino Martirano:
“«Siamo a un passo dall’accordo con Berlusconi, e questo dà il segno di una classe politica che finalmente si tira fuori dalle sabbie mobili». Quando è sera, il segretario del Pd ostenta ottimismo. Matteo Renzi, dopo il lunedì dello stop imposto da Berlusconi, si sente già «fuori dal pantano» perché i suoi contatti telefonici con il Cavaliere avrebbero dato finalmente esito positivo. Sulla legge elettorale si chiuderebbe a «quota 37» (soglia d’accesso per il premio di maggioranza al 37% anziché al 35%) e si farebbero digerire a Berlusconi persino le primarie regolate per legge (facoltative, però) e la delega al governo per disegnare (entro tre mesi) i collegi. Un pacchetto, questo, che soddisfa quasi in pieno il Pd (minoranza compresa), che verrebbe digerito da Forza Italia ma che lascia l’amaro in bocca ad Angelino Alfano (che per ora incassa solo le multicandidature ma non la soglia di sbarramento al 4% invece che al 5%). E così il vicepremier si vendica con Renzi invitandolo a prendersi una responsabilità di governo: «Senza renziani al governo non possiamo andare avanti»”.
Si tratta sui dettagli ma sono in palio governo e legislatura. La nota politica di Massimo Franco:
“Più si avvicina l’accordo sul sistema di voto, più si coglie l’intreccio con la durata del governo. Silvio Berlusconi resiste sul premio di maggioranza, ma intanto introduce il tema di un nuovo esecutivo guidato non più da Enrico Letta ma da Matteo Renzi. E il vicepremier Angelino Alfano, quasi di rimbalzo, lancia un Letta bis con ministri renziani, chiedendo al segretario del Pd se intende appoggiarlo o no. Sono manovre incrociate che per il momento portano solo allo slittamento di un giorno della discussione parlamentare sulla riforma elettorale: comincerà domani pomeriggio. Ma potrebbero anche accentuare le tensioni e frenare l’intesa.
Ormai è chiaro che Forza Italia è pronta a dare il «via libera» alla proposta di Renzi solo in cambio di un’ipoteca sul governo, e forse di altre concessioni delle quali non si vedono ancora i contorni. E il Nuovo centrodestra di Alfano, che si sente minacciato dalla riforma, teme di logorarsi se il vertice del Pd non viene coinvolto nella coalizione. Sono condizioni politiche, che si mescolano con quelle tecnico-elettorali e di fatto le oltrepassano. La diatriba sul 35 o 38 per cento di soglia per far scattare il premio di maggioranza, o la barriera del 4 o del 5 per le forze minori è solo lo schermo numerico di una trattativa politica: uno scambio nel quale sono in palio bipolarismo e legislatura.
Da Forza Italia arrivano parole di ottimismo: la legge dovrebbe essere approvata dalla Camera in settimana. Le telefonate tra Renzi e Berlusconi e i tecnici al lavoro per gli ultimi dettagli fanno pensare che sia quasi fatta. Per paradosso, gli insulti grevi del Movimento 5 Stelle a Giorgio Napolitano, accusato di favorire una norma che i grillini considerano incostituzionale, avvicina gli interlocutori. Eppure resta un alone di tatticismo e di incertezza strategica che non permette di dare per scontato l’esito: almeno, non nei tempi brevi che Renzi spera. Berlusconi sa che l’immagine vincente del leader del Pd dipende da lui”.

La prima pagina di Repubblica: “Legge elettorale, pronto l’accordo”.

La Stampa: “Riforme, intesa a un passo”.

L’Ucraina più vicina all’Ue spaventa ancora Putin. Articolo di Marco Zatterin:

“Aria di possibile disgelo fra Russia ed Europa sul fronte del contenzioso sull’Ucraina e sul suo accordo di partenariato con l’Ue. Piccoli segnali, senza illusioni che la strada possa esser facile. Eppure, nelle parole come nelle smorfie del presidente Putin, si legge che la partita potrebbe riaprirsi. «Temiamo le conseguenze dell’intesa sulla nostra economia», ha ammesso l’uomo del Cremlino, citando per la prima volta i settori che lo preoccupano, auto ed energia. «Vi spiegheremo che non c’è pericolo», ha risposto il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, così i due hanno deciso di avviare consultazioni tecniche. Non molto, ma certo un punto da cui ripartire”.

Il Fatto Quotidiano: “Electrolux, quello da licenziare è Zanonato”.

Leggi anche: Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Gli insaputi”

Il Giornale: “Renzi ha le palle”. L’editoriale di Alessandro Sallusti:

Forse ci siamo. In politica il condizio­nale è d’obbligo, fino all’ultimo le cose potrebbero cambiare, addirit­tura saltare. Ma questa volta Berlu­sconi e Renzi sono davvero a un passo dal chiudere la riforma elettorale. Anzi: loro l’hanno chiusa, con pochissime modifiche rispetto a quanto concordato nello storico incontro di dieci giorni fa nella sede del Pd. Adesso il Parlamento deve metterci il tim­bro, resistendo alle isteriche pressioni e ai ri­catti dei piccoli partiti, peraltro ben tutelati dal testo finale: niente preferenze (fonti di guai), soglia di sbarramento al cinque per cento, innalzamento della soglia sotto la quale servirà il ballottaggio dal 35 al 36 per cento. La vera buona notizia è però che sta per fi­nire la dittatura delle minoranze, elettorali o parlamentari che siano. Da Alfano a Qua­gliariello, da Cuperlo a Civati: si sentivano padroni del mondo senza avere voti, in base a un potere di ricatto efficace solo se il siste­ma è debole o se la partita è truccata. Adesso sono all’angolo, spiazzati dall’asse tra Ber­lusconi e Renzi, prima non previsto e poi, ne­gli ultimi giorni, inutilmente attaccato. Adesso sono loro al bivio: prendere atto del­la sconfitta e rassegnarsi a essere marginali oppure suicidarsi del tutto e far saltare il go­verno bocciando la riforma elettorale in Par­lamento. I numeri li avrebbero, perché la maggioranza che sostiene Letta, voluta e coltivata da Napolitano (che certamente non è un boia come dicono i grillini ma nep­pure un arbitro imparziale), c’è, ma è solo sulla carta. Rappresenta il vecchio Pd bersa­niano ( uscito a pezzi dalle recenti primarie) e i traditori di Forza Italia che i sondaggi in­chiodano a un misero tre per cento”.

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