Renzi, Letta, Franceschini: nuovo Pd modello vecchia Dc. Risorgeremo democristiani?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Settembre 2013 8:54 | Ultimo aggiornamento: 5 Settembre 2013 9:11
Renzi, Letta, Franceschini: nuovo Pd modello vecchia Dc. Risorgeremo democristiani?

Renzi, Letta, Franceschini: nuovo Pd modello vecchia Dc. Risorgeremo democristiani? (LaPresse)

ROMA – “La resurrezione del modello Dc“: con questo articolo su La Stampa Marcello Sorgi si chiede se, all’alba del terzo millennio, risorgeremo democristiani. Il momento è quello in cui le posizioni più importanti – tranne la presidenza della Repubblica – sono occupate da ex dc. E soprattutto c’è il Pd, l’ultimo partito rimasto sulla piazza, che si sta comportando come una nuova Dc:

“Renzi segretario, con Letta premier, ancora per un po’, in attesa di scambiarsi le poltrone o sedere insieme, uno premier e l’altro ministro degli Esteri, nello stesso governo.

Annunciato da tempo come una grande resa dei conti, il secondo tempo della sanguinosa partita culminata nel siluramento di Marini e Prodi alla Presidenza della Repubblica, il congresso del Pd si chiude prima di cominciare. Con un patto interno alla nuova generazione e una storica, imprevedibile sconfitta della componente (post) Pci, che aveva fin qui dominato la tormentata esistenza dell’ultimo partito sopravvissuto alla Prima Repubblica, nato nel 2007 dalle macerie di quelli che per mezzo secolo avevano dominato la scena politica italiana. Più dei numeri e delle percentuali delle correnti, aggiornate in vista dello scontro congressuale, hanno contato le «ola» per Matteo del popolo Pd nella stagione delle feste. Che una volta si chiamavano «dell’Unità», e si concludevano con adunate oceaniche per il comizio di chiusura del segretario generale, «assiso sul baldacchino invisibile su cui sedevano tutti i leader comunisti del mondo», come scriveva Vasquez Montalban; mentre adesso impazziscono per questo ragazzone, tutto battute toscane e «rottamazione»: ai loro occhi l’ultima occasione di tornare a vincere, dopo un ventennio di sconfitte subite da Berlusconi e dopo l’umiliazione finale del governo di larghe intese. Parafrasando Luigi Pintor, che in occasione del primo grande crollo elettorale di trent’anni fa titolò speranzoso «il manifesto» «Non moriremo democristiani», a denti stretti si dovrà ammettere che sarà proprio grazie alla Dc, invece, se alla fine il Pd sopravviverà. Avrebbe detto col suo tono svagato Arnaldo Forlani, il segretario finito in affidamento ai servizi sociali innamorato di Nietzsche e del pentapartito: «E’ l’eterno ritorno del sempre uguale».

Non c’è voluta più di qualche ora, infatti, per capire che l’annuncio a sorpresa a favore di Renzi del ministro per i rapporti con il Parlamento Dario Franceschini (definito da Matteo, quando faceva il numero due di Veltroni, «il vice-disastro») non era fatto a titolo personale, ma in nome e per conto del premier Enrico Letta, che a questo punto cerca un accordo con il sindaco di Firenze che ha già la vittoria in tasca. Ieri a Montecitorio e dintorni, tra visi pallidi e capelli ingrigiti di democristiani risorti da ogni dove, era tutto un pullulare di ricordi, aneddoti, paragoni col bel tempo che fu. Al punto che c’era chi si spingeva a paragonare l’asse in via di formazione tra i due leader, di partito e di governo, nientemeno con il «patto dei gemelli di San Ginesio» del 1969, quando i due giovani De Mita e Forlani trovarono un’intesa che nel bene e nel male avrebbe condizionato il futuro del partito e del Paese per i successivi vent’anni. Ma anche senza andare così indietro nel tempo, colpisce, per chi ancora se la ricorda, la liturgia scelta da Franceschini per schierarsi, il suo richiamo all’impossibile «unità del partito» e alla fine delle divisioni interne, che ricorda il clima elettrico di tante vigilie congressuali e i fulminei spostamenti dei «cavalli di razza» che dovevano determinarne gli assetti. Dicevano, i Moro, i Fanfani, i Piccoli, i Donat Cattin, che la Dc doveva «far quadrato per il bene dell’Italia». Poi arrivava Andreotti a ricordargli che «ai quadrati democristiani manca sempre un lato». Nei sotterranei del Palazzo dello Sport all’Eur la fila dei piccoli e grandi capicorrente che brandivano le deleghe di centinaia di migliaia di voti congressuali si allineava silenziosa – altro che primarie! – nella notte di vigilia che precedeva la proclamazione del leader. Dal giorno dopo si potevano avvertire i contraccolpi del nuovo equilibrio di potere, faticosamente e provvisoriamente raggiunto al vertice del partito – Stato.

Perchè il modello democristiano, prediletto come esempio di convivenza possibile tra linee e ispirazioni diverse, anche contrastanti, e come strumento per vincere le elezioni, andare al governo e possibilmente restarci in eterno, era basato su un semplice meccanismo: all’interno della Dc, le minoranze contavano come e più delle maggioranze. Le correnti minoritarie, alleandosi tra loro e cercando sponde tra gli scontenti di quelle maggioritarie, riuscivano ogni anno a imporre un cambio di governo, e ogni due o tre un cambio di segreteria. Il vincitore annunciato, e scelto quasi sempre prima della celebrazione delle assise, nei famosi «congressi a tavolino» o davanti al «caminetto» dei maggiorenti, sapeva già prima della sua elezione di essere la vittima designata della volta dopo, perché il prossimo segretario doveva essere trovato tra gli sconfitti.

Nella sua lunghissima storia – la Dc durò più del doppio del ventennio fascista e si prepara al ritorno dopo quello berlusconiano – eccezioni come quelle di De Gasperi, Moro, Fanfani e De Mita, prima o poi, con cadute fragorose, venivano a confermare la regola. Rivelandosi ininfluenti, più o meno, sulla stabilità dei governi e sul turn-over di ministri e sottosegretari: vero cemento, con la spartizione dei posti di sottogoverno, dell’altalenante equilibrio interno, e della buona, buonissima, o discreta, secondo i tempi, performance elettorale del partito.

Alla Dc, inoltre, la collocazione centrale, durata fino a Craxi e all’inizio degli Anni Ottanta, consentiva allo stesso tempo di definirsi anticomunista e a favore di alleanze di centrosinistra moderate, ma di praticare in realtà, per dirla sempre con Andreotti, la «politica dei due forni»: alleata al Governo con socialisti e laici, e in Parlamento con il Pci, a cui un’esosa finanza pubblica, della quale ancora si piangono le conseguenze, elargiva i fondi necessari al mantenimento delle regioni rosse, in cambio di un’opposizione morbida su gran parte del pubblico sperpero. Per molti anni, le leggi finanziarie o di stabilità (che non si chiamavano così) non erano quel parapiglia, quello scontro all’ultimo sangue, su tasse e tagli, che sono poi diventate. L’illusione, funesta a guardarla con gli occhi di oggi, era che a spese dello Stato ce ne fosse per tutti. Ignorando, o fingendo di ignorare, che quel compromesso sottobanco avrebbe accresciuto un debito pubblico già enorme, insopportabile e caricato sulle spalle delle successive generazioni. […]

Certo, tutti insieme, in un’immaginaria foto di gruppo, i protagonisti di questa storia fanno un perfetto quadro di vigilia democristiana: Renzi segretario in pectore, i suoi gemelli Letta e Franceschini (ma presto ce ne saranno altri – tener d’occhio Fioroni e Bindi), e il gruppo di outsider, soprattutto ex-comunisti, con D’Alema e Bersani che convergono all’opposizione puntando su Cuperlo o su Barca, e si preparano a costituire una minoranza di blocco. Dai «giovani turchi» capeggiati da Matteo Orfini, che dovevano impadronirsi del partito, sortirà al massimo un’altra candidatura, forse Alessandra Moretti, forse Debora Serracchiani, di forte impatto mediatico ma destinata ad essere battuta. E resta ancora da vedere cosa farà Pippo Civati, l’uomo solo contro tutti che probabilmente resterà tale. […]

E tuttavia c’è un ultimo elemento su cui riflettere. Perché Berlusconi – non va dimenticato – ha vinto ed è andato tre volte al governo con un partito monocratico di cui detiene il controllo assoluto. Il paradosso del Cavaliere è che è riuscito per un ventennio a occupare lo spazio politico della vecchia Dc con una leadership carismatica e svincolata da confronti interni più vicina al centralismo democratico del Pci, in cui le correnti erano proibite e vigeva il regime dell’autocritica. Un modello che il Pd, all’atto della sua fondazione, dichiarò di voler superare, e adesso, con la scalata dei giovani Dc, si prepara definitivamente ad accantonare. Anche con questo Renzi dovrà fare i conti. Se non vorrà essere inghiottito dalla stessa resurrezione democristiana, che oggi lo incorona, ma domani è perfettamente capace di segargli le gambe”.