Più che riformare le leggi bisogna riformare i giudici, Filippo Facci su Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 gennaio 2014 9:49 | Ultimo aggiornamento: 10 gennaio 2014 9:49
L'editoriale di Filippo Facci su Libero

L’editoriale di Filippo Facci su Libero

ROMA – Magistrati onnipotenti scrive Filippo Facci su Libero: “Non bisogna riformare le leggi, bisogna riformare i magistrati. La Camera sta finendo l’esame del ddl sulla nuova custodia cautelare che poi passerà al Senato, cioè la seconda Camera: ma l’unica camera che conta ormai è la terza, la camera di consiglio dei tribunali”.

L’editoriale di Filippo Facci:

La presidente della commissione Giustizia, Donatella Ferranti, è un ex magistrato e dovrebbe saperlo: da tempo sta cercando la formula giusta (le parole, cioè) per evitare che gli arresti non siano più fondati sulla semplice gravità del reato ma sulla concreta dimostrazione di un pericolo «concreto e attuale» di fuga oppure di ripetizione del reato. Reato presunto, ricordiamo. Ma è uno schema che abbiamo già visto. Il Codice del 1989 andava già benissimo, per gli arresti vi compariva l’espressione «extrema ratio»: tanto che, per questo e altro, molti magistrati nei primi anni Novanta lanciavano grida d’allarme e dicevano che non avrebbero più arrestato nessuno. Il procuratore generale della Cassazione (1992) definì le nuove norme addirittura come «ipergarantiste» e lo stesso facevano tanti cronisti servi di procura. Che poi è quello che ri-succede oggi: l’Asso – ciazione nazionale magistrati (Anm) ha sollevato perplessità e i servi di procura gli sono andati a ruota, dicono che non finirà in cella più nessuno. Lo dissero anche nei primi anni Novanta e poi sappiamo com’è andata: partì Mani pulite con un’orgia di arresti che di regola si spalmarono su tutta la prassi giudiziaria.

Di carte in questi anni ne abbiamo lette tante: qualsiasi giudice può scrivere che tizio potrebbe «reiterare il reato» e i giudici delle indagini preliminari vergano carte come se fossero magistrati di Cassazione, non li sfiora che la custodia cautelare e il tribunale del riesame non sanciscono colpevolezze né estraneità oggettive, ma solo opinioni soggettive. Cosicché ci sono 24mila detenuti in custodia cautelare (12mila in attesa del primo giudizio) e basterebbe abbassare la quota per risolvere il problema del sovraffollamento. Ma sarà sempre la magistratura ad applicare le leggi: e ci mancherebbe altro. Il problema è che i margini di anarchica applicazione sono massimi e soprattutto non sono sottoposti a nessuna sanzione a fronte di autentici impazzimenti giurisprudenziali. Da vent’anni ogni proposito di rendere meno arbitrari gli arresti vortica nelle discussioni parlamentari e governative, nelle commissioni, nei talk show, nei giornali, nelle strade e nei bar: e ogni ipotesi legislativa viene al dunque sminuzzata e sezionata, emendata, modificata, caricata di mediazioni come una palla di neve lungo il pendio democratico: che infine, sfibrato, sforna magari qualche legge o leggina.

Con quali risultati? Ecco. E ora dovremmo credere che per il disegno di legge di Donatella Ferranti sarà diverso: e potremmo anche farlo. Il punto è che in Italia non esiste la legge, esiste l’interpreta – zione che singoli magistrati decidono di darle, talvolta con un perfetto rovesciamento delle velleità originarie del legislatore: per capirne qualcosa tocca ogni volta investirne la Corte Costituzionale. È la regola aurea. Ma neanche la Consulta è dio in Terra, e lo abbiamo visto chiaramente negli ultimi vent’anni. Al Nuovo Codice di procedura penale del 1989 fu affiancata una controlegislazione dall’alto e furono proprio alcune sentenze della Corte costituzionale a ristabilire e rafforzare lo strapotere degli arresti e delle indagini preliminari, così da ri-trasformare un processo teoricamente «garantista» in un dibattimento che non contava più nulla, ridotto a vidimazione notarile delle carte in mano all’accusa. Tu fai le leggi e le procure le interpretano: sinché la Consulta, secondo stagione, le re-indirizza. Poi dipende dai reati – e troppo spesso ti arrestano per un reato ma poi ti giudicano per un altro, che non prevedeva l’arresto – e dipende anche dalla latitudine. Per certe leggi è come se avessimo un federalismo all’american. Prendi la Fini-Giovanardi sulla droga: a Milano con due grammi ti lasciano andare, in Molise o in Valdaosta finisci dentro, a Napoli eccetera. Fatta la legge, trovata la toga. È da un paio di decenni che si insegue non tanto una riforma della giustizia, ma una riforma che renda inequivoca l’applicazione della vecchia. Ora, sugli arresti, ci riprova Donatella Ferranti con un disegno di legge. Noi attendiamo di leggerlo, i magistrati di applicarlo.