Rinvio Iva. Sergio Rizzo: “Spendere meno non è proibito”

Pubblicato il 28 Giugno 2013 12:01 | Ultimo aggiornamento: 28 Giugno 2013 12:01
Rinvio Iva. Sergio Rizzo: "Spendere meno non è proibito"

Rinvio Iva. Sergio Rizzo: “Spendere meno non è proibito”

ROMA –  Rinvio Iva. Sergio Rizzo: “Spendere meno non è proibito”. Può una falla tapparne un’altra? Se lo domanda Sergio Rizzo (“Spendere meno non è proibito”) sul Corriere della Sera (28 giugno) a proposito del rinvio dell’aumento Iva finanziato con l’anticipo dei pagamenti di tasse su redditi non ancora maturati. La risposta è no, evidentemente.

E’ una partita di giro resa obbligatoria dalle circostanze in cui è nato il governo delle larghe intese, il prezzo da pagare alle ragioni elettorali di chi giudica prioritari la sterilizzazione di Imu prima casa e aumento dell’aliquota dell’imposta sui consumi. Anche sapendo in partenza che l’anno prossimo si dovrà contare su un gettito inferiore certo, che corrisponde alla maggiorazione degli acconti. La realtà ci dice che su spesa pubblica, spending review, privatizzazioni segniamo il passo a dispetto di annunci e di agende.

La Corte dei conti ha ricordato ieri che la spesa pubblica è in diminuzione, ma fra il 2001 e il 2011 è salita di 197 miliardi portando la pressione fiscale a livelli insostenibili, senza peraltro che la crescita forsennata sia riuscita ad arrestare il calo del Pil pro capite reale, franato nell’arco di quegli undici anni in Italia (unica nell’Eurozona) del 3,8 per cento.

Il capitolo privatizzazioni è addirittura mortificante, abbiamo perso almeno dieci anni, così come irrazionale e antieconomico appare il sistema di erogazione di beni e servizi.

L’ultima, quella dell’azienda dei tabacchi, risale al 2003: era stata avviata cinque anni prima. Le cessioni del patrimonio degli enti previdenziali hanno generato grandi profitti privati senza intaccare il debito pubblico, il quale anzi continuava a salire. Nel frattempo lo Stato ha ripreso a dilagare nell’economia con la proliferazione di migliaia di società di capitali controllate dalle amministrazioni locali che hanno garantito poltrone, gettoni e stipendi a un esercito di 38 mila fra amministratori, sindaci e alti dirigenti scelti dai partiti. Incalcolabile è lo spreco di risorse, mentre ogni tentativo serio di liberalizzazione è stato sempre respinto e il costo dei servizi pubblici ha battuto ogni record continentale.