Roma ferma al capolinea. Corriere: “Mezzi pubblici saltano una corsa ogni ora”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 luglio 2015 14:22 | Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2015 14:23
Roma si è fermata al capolinea del bus I mezzi pubblici della Capitale saltano una corsa ogni ora Colosseo e Galleria Borghese chiudono ai turisti per assemblea I visitatori in Rete: «Pulizia zero»

Bus dell’Atac a Roma

ROMA – Ai ritardi e alle corse saltate dell’Atac di Roma contribuisce pure lo stato pietoso dei mezzi. Su 2.300 autobus disponibili ce ne sono 600 letteralmente inservibili. Per il trasporto, ovviamente: servono come pezzi di ricambio. Ma all’Atac non deve funzionare bene neppure il cannibalismo. Dicono sempre i dati dell’azienda che gli interventi dei meccanici di piazza sulle vetture rotte hanno una percentuale di successo del 55,18 per cento. Quasi metà non si riescono a riparare e devono essere ricoverate nelle officine. Dove, non ci crederete, ma il pomeriggio non si lavora.

Come scrivono Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera,

i cittadini (e, immaginiamo, anche i turisti esterrefatti) l’hanno scoperto grazie ai manifesti con cui il Partito democratico ha tappezzato generosamente la pareti delle strade cittadine. Testuale: «Atac — Officine aperte anche il pomeriggio. Una proposta sostenuta dal Pd per migliorare il servizio di trasporti pubblico ai cittadini».

È concepibile che una metropoli frequentata da 40 milioni di turisti con i trasporti che non funzionano e gli autobus che si scassano a ripetizione tenga le officine chiuse il pomeriggio? Ed è possibile che nessuno sia mai intervenuto prima per mettere fine a questo sconcio? Pesantissime sono in questo caso le responsabilità della politica. Di tutti i partiti che si sono alternati al Campidoglio: le maggioranze, perché hanno governato male, e le opposizioni, perché non si sono opposte abbastanza. E se non si può mettere la croce addosso al solo Marino, certo dopo due anni di governo è lecito chiedere che cosa si è fatto, oltre a scoprire che le officine dell’Atac sono sempre rimaste chiuse il pomeriggio.

Perché il crac dell’azienda dei trasporti della Capitale, che è stato certificato ieri in modo drammatico con il licenziamento dei responsabili e perfino dell’assessore Guido Improta, non è il semplice fallimento di un’azienda municipalizzata. Anche se una delle più grandi del Paese: il gruppo ha 12 mila dipendenti, più dell’Alitalia. E non è un caso che si stia pensando proprio a una soluzione come quella studiata a suo tempo per la compagnia di bandiera.

Con l’Atac è fallito un modello assurdo di relazioni industriali incentrato sul rapporto perverso fra i sindacati e la politica. Ed è anche il fallimento di un sistema clientelare per il quale l’interesse dei partiti, delle correnti e dei comitati d’affari (che spesso coincidono con i partiti) prevale sempre sull’interesse pubblico. Lo stesso sistema con il quale è stata gestita per anni la città, precipitandola in un degrado disastroso. A prezzi astronomici.

Così all’Atac, dove i contratti venivano negoziati direttamente fra i sindacati e i politici, scavalcando i vertici aziendali, con il risultato che un autista di tram guidava 700 ore l’anno contro le 850 di un suo collega napoletano e addirittura 1.200 di un tramviere milanese. Ed è bastato mettere in discussione alcuni dei privilegi portati a casa in quel modo negli anni per scatenare un feroce sciopero bianco, con le metropolitane bloccate per ore, ritardi biblici nel servizio e drammatiche tensioni sociali. Un ricatto odioso, che ha dimostrato quanto sia ancora potente il fronte degli irriducibili.

E così pure all’Ama, che di dipendenti ne ha quasi 8 mila. Alla municipalizzata dei rifiuti si era arrivati a siglare quattro anni fa un contratto integrativo che riconosceva il premio di produttività a chi si era presentato al lavoro almeno metà delle giornate e non aveva accumulato più di cinque giorni di sospensione per motivi disciplinari. Scoperta di queste ultime ore, grazie a un altro manifesto del Partito democratico con cui sono stati riempiti i muri della città, a Roma nei giorni festivi la spazzatura resta nei cassonetti. Testuale: «Ama — La raccolta dei rifiuti anche la domenica — La proposta sostenuta dal Pd per una città più pulita».

Ci si può stupire allora che le strade della Capitale siano in condizioni indecenti dal centro alla periferia? Che i giardini pubblici siano un ricettacolo di sporcizia? Che anche le piazze e le vie più frequentate dai turisti siano piene di immondizia? Nonostante un costo della tariffa per i rifiuti soldi urbani fra le più alte d’Italia?

Quel modello di tutela di certi interessi corporativi, si diceva, ha fatto scuola. Superando evidentemente anche i confini delle società comunali. Succede allora che una mattina di luglio migliaia di turisti, magari reduci da una sfacchinata nei carri bestiame dell’Atac, arrivati davanti al Colosseo (che con 6 milioni di ingressi l’anno è fra i monumenti più visitati del mondo) trovino il cancello sbarrato e un cartello che dice: «Chiuso per assemblea. Ci scusiamo per il disagio». Con traduzione pure in inglese, bontà loro. Ma niente tedesco, né francese, e nemmeno spagnolo. Il cinese, poi… Chi lo sa il cinese? (…)