Romana Blasotti lascia lotta a Eternit: 86 anni, sono stanca

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 Novembre 2015 12:09 | Ultimo aggiornamento: 17 Novembre 2015 12:10
Romana Blasotti lascia lotta a Eternit: 86 anni, sono stanca

Romana Blasotti lascia lotta a Eternit: 86 anni, sono stanca (Foto LaPresse)

ALESSANDRIA – “Ho 86 anni e sono stanca. Non ho avuto giustizia ma la guerra all’Eternit alla fine l’ho vinta io”. Romana Blasotti è stata presidente dell’associazione che riunisce le vittime dell’amianto e i loro familiari, Afeva, per quasi 30 anni a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria. Una battaglia all’Eternit che la Blasotti ha condotto dopo che il marito Mario Pavesi si è ammalato ed è morto. Ma dopo tanti anni la donna ora è pronta a lasciare la presidenza e passare il testimone a chi proseguirà la battaglia.

Michele Brambilla scrive su La Stampa che nel pomeriggio del 16 novembre, durante l’assemblea dell’associazione, la signora Blasotti ha annunciato il suo ritiro dalla presidenza:

“Suo marito, Mario Pavesi, era un operaio della Eternit di Casale. Diciassette anni in fabbrica. Tornava a casa con i capelli e la tuta pieni di polvere bianca, la maledetta polvere di amianto che entrava nei polmoni e procurava uno dei tumori più terribili e veloci: il mesotelioma pleurico. Abbracciava la moglie, la figlia, e tutti respiravano quella polvere. Tutti vuol dire tutti: anche quelli che non lavoravano alla Eternit. In città la polvere veniva portata dal vento sui tetti e sui balconi delle case, nelle strade, nei campi; molti non ne conoscevano la pericolosità e la compravano allo spaccio della Eternit, il sabato, per poche centinaia di lire a carriola: la usavano poi per fare i campi di bocce e le stradine di ghiaia nei giardini. A Casale Monferrato sono pochissime le famiglie che non hanno avuto morti per mesotelioma pleurico.

Mario Pavesi si è ammalato nel 1982 ed è morto l’anno seguente. Dopo di lui, la signora Romana ha perso la sorella Libera, la cugina Anna, e undici anni fa la figlia Maria Rosa. Tragedie che hanno cambiato la sua vita. Dal 1983 ha cominciato a denunciare la pericolosità dell’amianto con i sindacati; pochi anni dopo ha dato vita all’Afeva. Una lunga battaglia giudiziaria ha portato, in primo e secondo grado, alla condanna dell’ultimo proprietario della Eternit. Ma pochi mesi fa la Cassazione ha annullato la condanna perché il reato – disastro ambientale doloso – è prescritto.

«La sentenza della Cassazione è stata una bruttissima sorpresa», dice oggi la signora Romana – e ha reso amaro il bilancio della mia battaglia. Abbiamo combattuto per anni per dimostrare che i proprietari della Eternit conoscevano la pericolosità delle fibre di amianto e hanno sempre taciuto. È stata una lotta di Davide contro Golia, e se sono riuscita per tanti anni a combattere è solo perché ho sentito vicini tutti i cittadini casalesi: sono stati la mia forza. Eravamo convinti, dopo le condanne di primo e secondo grado, di avere vinto. Ora non possiamo dirci soddisfatti. Non ci meritavamo un epilogo del genere».

È stata una beffa: reato prescritto e, di fatto, pochissimi e modesti risarcimenti. «Io credo – dice la signora Romana – che i giudici della Suprema Corte non hanno davvero conosciuto la storia di Casale. Altrimenti non avrebbero dato un giudizio così “indifferente”: non riesco a definirlo in un alto modo»”.

Ora la vicenda prosegue con la Procura di Torino che ha chiesto un nuovo processo per lo stesso imputato, stavolta con l’accusa di omicidio volontario, ma portarlo avanti non sarà semplice:

“Insomma c’è sconforto. Ma non è per questo che Romana Blasotti Pavesi lascia la presidenza. «Lascio perché ho 86 anni e sono stanca. Ma non credo di avere perso. La magistratura non ha fatto giustizia, però abbiamo convinto il mondo che avevamo ragione». Non è un’esagerazione: la fabbrica della Eternit è chiusa da più di trent’anni, da più di venti la lavorazione, la fabbricazione e la commercializzazione dell’amianto sono fuori legge in tutta Italia e in molti Paesi del mondo le fabbriche rimaste in attività sono ormai nel mirino. E tutto questo è partito dalla piccola città di Casale Monferrato: da una lotta che pareva disperata, la lotta di un gruppo di persone che piangevano i loro poveri morti, guidate da una vedova che oggi può ritirarsi sentendosi orgogliosa di quello che ha fatto, e pure di quello che ha ottenuto”.