Ruby, Mubarak e Berlusconi: chi ha ragione, Repubblica o Corriere?

Pubblicato il 6 ottobre 2012 13:27 | Ultimo aggiornamento: 6 ottobre 2012 13:27

ROMA – Sfilano i testimoni convocati dalla difesa di Berlusconi per dimostrare che davvero la minorenne si spacciava per nipote dell’allora presidente egiziano. Ma al palazzo di giustizia di Milano fioccano i “non ricordo”. Uno non c’era, uno non ha sentito bene, l’altro non ha capito esattamente. Sono parlamentari ed ex ministri: e, invece di essere favorevoli all’ex leader, producono un flop. Loro compito era mostrare l’importanza di una cena ufficiale, quella in cui Silvio Berlusconi e Hosni Mubarak avrebbero parlato di Ruby Rubacuori come “nipote” del premier egiziano.

Scrive il Corriere della Sera:

Un colloquio surreale in cui il rais egiziano Mubarak non capisce di chi si stia parlando quando Berlusconi gli dice di aver conosciuto una ragazza egiziana di nome Ruby che farebbe parte della sua «cerchia familiare». Le palesi perplessità dell’allora leader egiziano non impediranno otto giorni dopo al Cavaliere di dire ai vertici della questura di Milano che Ruby gli era stata segnalata come la nipote di Mubarak per «accelerare le procedure» di rilascio e di affidamento a Nicole Minetti della ragazza, allora 17enne, fermata per furto il 27 maggio 2010, ed evitare che raccontasse del bunga bunga ad Arcore.

A descrivere quelle chiacchiere sono i primi testimoni della difesa al processo Ruby in cui l’ex premier è accusato di concussione e prostituzione minorile. Valentino Valentini, consigliere diplomatico a palazzo Chigi, dichiara che al termine di un pranzo del vertice Italia-Egitto del 19 maggio 2010 «Berlusconi disse a Mubarak di aver conosciuto una ragazza egiziana di una nota famiglia che si chiamava Ruby. Nacque una confusa discussione» in cui l’entourage del raìs si interrogò se si trattasse di una famosa cantante egiziana. Giorni dopo, parlando di Ruby, il Berlusconi commentò: «Quella mi ha raccontato una marea di balle».

E scrive invece Repubblica:

A Paolo Bonaiuti, sottosegretario e portavoce, viene chiesto esplicitamente dall’avvocato Pietro Longo: “Ha sentito nella cena il nome Ruby?”. Risposta: “No”, con l’aggiunta di un “stavo guardando le mail sul cellulare”. E prima di lui c’era stato Valentino Valentini, ex consigliere delle relazioni internazionali. Lui qualcosina aveva sentito e poi, così assicura, era stato proprio lui a chiamare la questura milanese “di mia iniziativa” quando Ruby era stata fermata, sette giorni dopo quella cena italo-egiziana. Ma è questa una versione che il capo di gabinetto Pietro Ostuni aveva già smentito.

Spiazzata dalla rinuncia a circa quaranta testi fatta – attenzione: prima dell’estate – dalla procura, la difesa Berlusconi quale carta strategica può usare? Rischierà o meno di chiamare Ruby? L’avvocato Longo, ieri da solo in aula, non porta nemmeno la lista dei testimoni successivi. Viene però messo alle corde e, come uno scolaro che non ha svolto i compiti, deve scrivere a mano la lista su un pezzo di carta. Chiamerà Lele Mora? Emilio Fede? Macché, tra le persone da ascoltare nella prossima udienza spuntano il chitarrista Mariano Apicella, un pianista-disc jockey, i camerieri della villa di Arcore. I pubblici ministeri Ilda Boccassini e Antonio Sangermano si guardano stupiti: avrà senso un contro-esame agli stipendiati di Berlusconi? È con simili testimoni che potrà essere smentita la ricostruzione di sesso, soldi e porno-balletti come temi ricorrenti delle “cene eleganti?”.