Salva-Roma, Claudio Tito su Repubblica: “La figuraccia istituzionale”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Dicembre 2013 10:03 | Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre 2013 10:03
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Enrico Letta (LaPresse)

ROMA – Li hanno chiamati emendamenti microterritoriali. Un tentativo maldestro di giustificare la metamorfosi kafkiana del decreto salva-Roma.

Scrive Claudio Tito su Repubblica:

Ma quello che è accaduto prima al Senato e poi alla Camera, più che una necessità di rappresentare le istanze locali, è stato semplicemente il più classico degli assalti alla diligenza. Un provvedimento che il capo dello Stato aveva firmato riconoscendone i requisiti di necessità e urgenza si è trasformato in un “gigantesco insetto” perdendo così la forma iniziale e assecondando i “micro-interessi” di senatori e deputati. La vecchia abitudine della Prima Repubblica, quella di usare il cosiddetto “collegato” alla Finanziaria come un veicolo capace di superare indenne ogni dogana del buon senso.

L’iter parlamentare di questo provvedimento testimonia lo stato confusionale in cui versa il Parlamento. Ma gli errori coinvolgono anche il governo in una sorta di responsabilità oggettiva. Molti di quegli emendamenti che hanno costretto Palazzo Chigi a fare marcia indietro, infatti, avevano ricevuto il giudizio favorevole dell’esecutivo. Il segno che una maggioranza così composita, spesso in contraddizione con se stessa, obbliga il governo a un atteggiamento troppo spesso accondiscendente. Le spinte centripete delle larghe intese prendono quindi corpo in primo luogo nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Non si capirebbe altrimenti perché un decreto che puntava a tirare fuori il comune di Roma dalle sabbie mobili di un bilancio disastroso e sull’orlo del bailout, si sia improvvisamente riempito come un treno merci. Merci di ogni tipo: fondi per il comune di Pietrelcina, il paese di Padre Pio, per il palazzo municipale di Sciacca o per i teatri San Carlo di Napoli o la Fenice di Venezia. Un guazzabuglio in cui un po’ tutti hanno voluto far valere, appunto, le istanze “microterritoriali”. Che altro non sono che le richieste individuali di singole comunità.

Certo, in una fase in cui il rapporto tra eletto e cittadini è sostanzialmente svanito a causa di una legge elettorale capace di mortificare gli italiani negando il diritto di scegliere i propri rappresentanti e assegnando alle segreterie di partito il potere di nominare i parlamentari, l’interesse mostrato da senatori e deputati per le urgenze manifestate a livello locale potrebbe evidenziare anche qualche aspetto positivo. Peccato che questo accada solo in determinate circostanze: quando cioè c’è la straordinaria opportunità di infilare qualche milione in questa o in quella posta del bilancio pubblico (…)

Alla fine, comunque, la figuraccia ha coinvolto tutti: governo, Parlamento e l’intera classe politica. In una fase in cui l’attenzione dell’opinione pubblica è giustamente altissima sugli sprechi e sugli eccessi, bastava forse un po’ di saggezza da buon padre di famiglia per evitare di fornire all’antipolitica l’ennesimo pretesto per aizzare gli animi e chiudere l’anno con un’altra dose massicciadi demagogia.