Sanremo, Villa Nobel: dove morì l’ultimo califfo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 febbraio 2015 11:57 | Ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2015 11:59
Sanremo, Villa Nobel: dove morì l'ultimo califfo

Villa Nobel a Sanremo

SANREMO – Una villa tra il liberty e il neo-gotico nella Sanremo degli anni venti, in piena Belle Epoque. Qui visse il proprio esilio dorato dopo l’arrivo di Mustafa Kemal in Turchia Mehmet Vahideddin, 36° e ultimo sultano turco, centesimo califfo dell’islam e ultimo ad avere un riconoscimento (quasi) totale da parte dei sunniti, chiamato dai giornali italiani semplicemente Maometto VI. E qui morì, in un ventoso 16 maggio del 1926, probabilmente avvelenato da una composta di mele. Matteo Sacchi del Giornale è andato a vedere quei luoghi e ha ripercorso la storia di quegli anni in un interessante articolo.

“Tutti la chiamano Villa Nobel. E in effetti questa aggraziata costruzione, indecisa tra il liberty e il neogotico, al genio della dinamite è appartenuta.

(…) Nell’anno 1923 dell’era cristiana, sotto gli eleganti affreschi della veranda passeggiava Mehmet Vahideddin (…). Quando arrivò a Sanremo quello che allora i giornali italianizzarono in Maometto VI, era già un uomo segnato dall’esilio e dalle angosce per la fine dell’impero.

Magro, spalle piccole, naso adunco, Mehmet Vahideddin non aveva mai avuto una naturale grazia nel portare l’uniforme o quel coraggio che sarebbe servito ad affrontare la rivoluzione capeggiata da Mustafa Kemal. Succeduto al fratello si era ritrovato ben presto schiacciato dagli eventi e, aiutato dagli inglesi a compiere una rocambolesca fuga in ambulanza, aveva iniziato a peregrinare. (…) Finì per fermarsi in Italia. In quella Sanremo che era uno dei luoghi di mare più rinomati della Belle Époque e che era un vero e proprio covo di esuli, tanto che da lì a poco a far compagnia all’ex sultano sarebbe arrivato anche Mohammad Ali Qajar ex scià di Persia detronizzato dai costituzionalisti”.

Mentre Mehmet Vahideddin si godeva la sua pace ligure, nella terra che aveva abbandonato si facevano sempre più urgenti alcune questioni geopolitiche.

“La questione di che fine avrebbero fatto i territori dell’ex Impero ottomano era tutt’altro che risolta. La Siria sotto protettorato francese era dilaniata da una infernale guerra civile. Gli inglesi volevano che il loro protettorato irakeno mettesse le mani sui pozzi di Mosul, Atatürk non aveva alcuna intenzione di mollarli. Mussolini rivendicava il suo ruolo coloniale, i turchi temevano che venisse a sfogare le sue mire a casa loro. In tutto questo il melanconico Mehmet Vahideddin aveva molteplici ruoli.

Per i turchi fedeli a Kemal era un traditore. Per gli altri membri della casa reale, come il cugino Abdülmecid Efendi (erano in lite per il titolo di Califfo), un rappresentante dei loro diritti ma anche un ingombrante ostacolo. Per le potenze, Italia compresa, uno strumento di pressione politica da utilizzare contro Ankara (la nuova capitale turca).

(…) Non ci volle molto perché ci scappasse anche il morto. Il 14 marzo 1924 Resad Pascià, il medico del sultano fu trovato morto con un proiettile calibro 6,35 piantato nella testa. (…) Suicidio? Omicidio? Era una spia? Gli trovarono delle lettere sul corpo, dei soldi nascosti nei calzini. E mentre gli inquirenti italiani indagavano (…) l’ex sultano si sentiva sempre più stanco e circondato. Sì spostò in un’altra vicina ma più imponente magione sanremasca: Villa Magnolie (che era stata la residenza del generale Dufour e dei duchi d’Aosta). Usciva sempre meno e camminava meditabondo per il grande giardino. Tra le altre sue pene anche un grande congresso al Cairo per discutere chi dovesse essere il nuovo califfo dell’islam e che caratteristiche dovesse avere.

Da Sanremo partì un proclama di Mehmet il 9 maggio 1926: «Io continuo ad avere nella mia persona tutti gli attributi relativi alla mia qualità di Califfo… vorrei preservare da una grandissima responsabilità morale coloro che ritengono che il califfato sia attualmente senza titolare e, quindi, provocano nel mondo islamico una scissione». Non gli diedero molta retta.

Poi, il 15 maggio del 1926, Mehmet

“fece lo sbaglio di mangiare, controvoglia, una composta di mele. La composta può essere indigesta ed è uno di quei classici cibi in cui si può nascondere di tutto. Poco dopo averla mangiata il sultano si sentì improvvisamente male e morì. Partì la ridda di accuse e contro accuse. Partì subito anche la ridda di comunicazioni ufficiali e il 17 maggio 1926 venne fatta l’autopsia. Nessuno volle insistere troppo con analisi tossicologiche, ci si accontentò del fatto che le coronarie fossero ingrossate.

Oggi a Villa Nobel c’è un museo in cui si parla del grande scienziato. (…) Però ancora oggi a Villa Nobel pare che di turchi ne arrivino, dice la garbata signora della biglietteria. Forse si chiedono se la loro storia avrebbe potuto essere diversa se da qui, da Sanremo, un giorno il Sultano-Califfo fosse tornato. Ora sono altri i «Califfi» che bussano alla loro porta”.