Schifani vuole affossare Berlusconi, Andrea Cuomo sul Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 febbraio 2014 12:11 | Ultimo aggiornamento: 5 febbraio 2014 12:11
Schifani vuole affossare Berlusconi, Andrea Cuomo sul Giornale

Schifani vuole affossare Berlusconi, Andrea Cuomo sul Giornale

ROMA – Guerra in famiglia a pagina 5 del Giornale di Berlusconi: sotto attacco Renato Schifani, oggi capogruppo di Ncd al Senato e già ultra fedele di Berlusconi oltre i limiti della sua notevole intelligenza.

La colpa è da peccato mortale: avere detto, parlando a  Radio Anch’io. che Berlusconi “non è candidabile alle primarie del centrodestra, né è pensabile che si possa fare il premier per interposta persona”. Due righe di una notizia Ansa delle 09,38 di martedì 4 febbraio sono bastate all’incendio delle micce.  Scrive Andrea Cuomo sul Giornale:
Una leadership liquidata in poche parole. «Silvio Berlusconi non è candi­dabile alle primarie del centro­destra, né è pensabile che si pos­sa fare il premier per interposta persona». A dirlo ai microfoni di Radio Anch’io-udite udite­è Renato Schifani, attualmente capogruppo al Senato per il Nuovo Centrodestra. Uno che a Berlusconi deve all’incirca tut­to. Il serafico avvocato palermi­tano è uno dei miracolati della prima ora del Cavaliere. Che lo candidò e fece eleggere per cin­que volte in Senato (1996, 2001, 2006, 2008 e 2013) e gli garantì anche il massimo traguardo rag­giunto, la presidenza di Palazzo Madama dal 2008 al 2013. Oggi tutte queste medaglie sono ap­pannate come la memoria di Schifani, acquattatosi nel frat­tempo con gli alfaniani. Schifani è sempre stato uno dei fedelissimi del Cav, pur avendo avuto per indole toni mi­surati a paragone con taluni più sulfurei pasdaràn di Berlusco­ni. Le cronache rosa narrano che al suo mentore debba an­che la provvidenziale decisione di abbandonare il disastroso ri­porto fino ad allora esibito rasse­gnandosi a una più onesta calvi­zie. Ora però è lui a dare una sfor­biciata al cordone ombelicale che lo lega al Cav, con una buo­na do­se di ingratitudine nei con­fronti di chi, come lo stesso Schi­fani si compiacque di rivelare ai telespettatori diDomenica In qualche anno fa, gli ha dedicato anche un pezzo del parco di Vil­la La Certosa in Costa Smeralda a causa dell’abitudine di Schifa­ni­di rifornirla di piante dopo es­sersi informato attraverso sa­pienti spie di quali mancassero piacessero al Cav. Aneddoto che dice molto sul motivo per cui Schifani nel corso degli anni sia sempre stato nelle zone altis­sime della classifica dei «berlu­scones » più scodinzolanti. Cate­goria con cui ogni leader cari­smatico, ahilui, deve fare i con­ti.
C’era un tempo in cui Schifa­ni aveva solo parole di zucchero per il suo leader. Nell’aprile 2008, quando venne eletto pre­sidente del Senato, disse lapida­rio: «Berlusconi è come Ca­vour ». Anche senza andare così indietro. Prendete l’intervento al Senato sulla fiducia al gover­no Letta, il 30 aprile scorso, quando parlò di Berlusconi co­me di un «leader che con la lun­gimiranza propria dell’uomo di Stato ha consentito e consente oggi all’Italia di ritrovare la stra­da maestra della solidarietà, del­la g­overnabilità e della pacifica­zione anteponendo alla cultura dell’odiola cultura del bene co­mune ». E prendete l’intervista rilasciata al Corriere della Sera all’indomani della manifesta­zione di solidarietà a Berlusco­ni avvenuta a Brescia qualche settimana dopo: «Che Berlusco­ni sia vittima di una persecuzio­ne giudiziaria è innegabile, che abbia diritto di parlare al suo po­polo e dire che resterà comun­que incampo lo è altrettanto».
Anche nei mesi calamitosi se­guiti alla condanna definitiva di Berlusconi da parte della Cassa­zione per il processo Mediaset, Schifani è stato tra i più strenui difensori dell’ex premier. Il 5 agosto eccolo con il suo collega alla Camera Renato Brunetta sa­lire al Quirinale per trattare con il presidente della Repubblica sull’agibilità politica del Cav.Ec­colo fare la voce grossa con il Pd: «In caso di un voto immediato della Giunta contro Silvio Berlu­sconi, senza aver approfondito le tante obiezioni poste da insi­gni giuristi, prima fra tutte quel­la d­ella costituzionalità della Se­verino, ma anche senza aver va­lu­tato politicamente la situazio­ne, un percorso comune diven­ta impossibile». Eccolo sbraita­re contro il cambio delle regole che sdogana il voto palese del­l’aula sulla decadenza di Berlu­sconi, rendendola scontata: «Nessuno si azzardi ad avallare blitz per modificare il regola­mento sul voto segreto», sibila minaccioso il senatore sicilia­no. Poi, quando si avvicina il mo­mento della co­nvalida del Sena­to della decadenza del Cav deci­sa dalla Giunta, Schifani conti­nua a urlare: «Il regolamento del Senato è stato deliberata­mente violato e piegato agli inte­ressi politici di una parte». Ma è l’ultimo fuoco di un amore alla fine. Il 20 novembre, inizia l’in­versione a U: «Purtroppo temo che tra poco il presidente Berlu­sconi, ingiustamente e comun­que temporaneamente, non sia più candidabile. Ed è ovvio che si inizi a porre il tema della sua successione istituzionale». Un de profundis al berlusconismo. E alla coerenza.