Scuole senza presidi, colpa della “rottamazione” degli over 65: Mario Pirani, Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 settembre 2014 12:26 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2014 12:26
Scuole senza presidi, colpa della “rottamazione” degli over 65: Mario Pirani, Repubblica

Scuole senza presidi, colpa della “rottamazione” degli over 65: Mario Pirani, Repubblica

ROMA – “La rottamazione di vecchi presidi e giovani studenti“: il commento di Mario Pirani su Repubblica mette in evidenza gli eccessi della rottamazione e della “staffetta generazionale”. In alcune regioni addirittura il 50% degli istituti scolastici si ritroverà senza un preside. In attesa che un infornata di “giovani” presidi venga da concorsi che sono ancora tutti da fare, le scuole si trovano in mano ai reggenti fino a tempo indeterminato.

Pirani sottolinea come dal pensionamento forzato dei dirigenti scolastici over 65, scattato il primo settembre, non porterà nessun risparmio, nessuna spending review visto che “occorrerà coprire le sedi vacanti affidando la reggenza a un apicale, che ha già la sua scuola, attribuendogli per questo una indennità aggiuntiva”.

“SIAMO nel bel mezzo della discussione sulla scuola, aperta dal premier Renzi, che ha raccomandato giustamente di non affondare negli eterni discorsi sulle riforme ma di affrontare una ragionata analisi delle richieste direttamente provenienti dal mondo scolastico.
Ci baseremo, perciò, sui fatti, senza abbellimenti e falsità retoriche. Cominciamo dalla constatazione che all’apertura del primo anno scolastico, decine di scuole risultano senza presidi, decapitate da una strana ideologia che ha applicato a sproposito una sorta di “staffetta generazionale” alle istituzioni scolastiche. Dal Berchet al Parini di Milano, a istituti come i Convitti nazionali (istituzioni storiche che gestiscono migliaia di alunni) fino a 40 scuole nel Friuli, 80 nel Veneto e altrettante nel Piemonte e in Lombardia saranno governate da reggenti che dovranno dividersi tra due istituti, non si sa per quanto tempo. In alcune regioni questo fenomeno potrà interessare fino al 50 % delle scuole.

La questione parte da un decreto per la semplificazione e la trasparenza amministrativa presentato dal governo a metà giugno che in nome del “ricambio generazionale”, proibisce ai dirigenti scolastici di restare in servizio per un anno o due oltre i 65 anni, anche se ne facciano richiesta, come era stato fino ad allora stabilito. Una sorta di rottamazione ante litteram che oggi si trasforma nella decapitazione di molti istituti scolastici e nella condanna a gestioni transitorie per i prossimi anni.

Nella realtà della scuola infatti il ricambio generazionale è, per ora, impossibile per quanto riguarda i presidi. L’unica modalità prevista per il reclutamento di queste figure è infatti quella concorsuale e non esistono graduatorie o altre risorse cui attingere, né è possibile che, come in passato, questi incarichi vengano conferiti a docenti, compresi i collaboratori vicari della presidenza, privi della qualifica dirigenziale.

Diversi esponenti politici hanno fatto presente questa realtà in sede di discussione del decreto. La commissione Affari Costituzionali addirittura ha dato il suo parere critico sul provvedimento, ma il governo è andato avanti lo stesso, escludendo la possibilità di qualsiasi proroga che possa far gestire questa fase di transizione e garantisca la continuità in una scuola già assillata dai problemi, dove i presidi spesso si fanno in quattro per compensare i ritardi del ministero.

Dal primo settembre la collocazione forzosa a riposo di molti dirigenti ha messo così nel caos le scuole di mezza Italia affidandole a una precarietà combattuta solo a parole ma praticata nei fatti. Forse un barlume di ragione potrebbe far capire che non c’è alcun risparmio nel pensionamento forzato dei dirigenti scolastici e nessun contributo alla spending review poiché occorrerà coprire le sedi vacanti affidando la reggenza a un apicale, che ha già la sua scuola, attribuendogli per questo una indennità aggiuntiva”.

Pirani porta all’attenzione dei lettori di Repubblica un altro aspetto della scuola e dell’università italiana: l’approssimazione e la scarsa trasparenza nei concorsi pubblici.

“Un’altra prova di ordinaria inettitudine mi è fornita dagli appunti di una giovane aspirante universitaria che si è iscritta ad un concorso per una borsa di studio al collegio superiore di Bologna: “La prova si è tenuta il 2 settembre. Le borse di studio riguardano 14 persone iscritte al primo anno. Dividendoci per cognome, ci indirizzano nei due stanzoni pieni di computer. Entrati tutti, i tutor ci invitano a leggere il bando sullo schermo. È lo stesso che avevo letto sul web e mi colpisce, come allora, che non sia indicato il metodo di valutazione. Viene chiesto da una come verrà valutato il test: se, per esempio, una risposta sbagliata è valutata con un punteggio negativo o no. Mi sembra un’informazione che il candidato dovrebbe avere per decidere se è meglio rispondere comunque a una domanda, anche a costo di sbagliare. La faccia del professore si paralizza. Poi con tono quasi solenne dice: ‘Ci riserviamo il diritto di decidere in seguito il metodo di valutazione’. Gira le spalle e si allontana come se fosse tutto normale. Durante le quattro ore del test i tutor non fanno altro che ripetere di salvare il proprio lavoro. Il tempo passa velocemente e in un baleno mi ritrovo nuovamente lì fuori dal portone, decisamente infastidita per la risposta del professore e ovviamente demoralizzata. Ma le sorprese non sono finite: dopo meno di 24 ore mi arriva una mail in cui il collegio superiore comunica che il test è stato annullato: alcune prove sono state salvate solo parzialmente e quindi il tutto deve essere ripetuto. La prossima prova in data da definirsi. Questa è la mia prima esperienza di un concorso pubblico in Italia””.