Seat: “Danni al gruppo per 2,4 miliardi”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 febbraio 2014 12:26 | Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2014 12:26
Seat: "Danni al gruppo per 2,4 miliardi"

Seat: “Danni al gruppo per 2,4 miliardi”

ROMA – “Danni al gruppo per 2,4 miliardi”, Seat Pagine Gialle si prepara a decidere sull’azione di responsabilità nei confronti dei precedenti amministratori, presupposto per la richiesta di risarcimento danni, come scrive Mario Gerevini sul Corriere della Sera:

La Procura di Torino è al lavoro e probabilmente ha già acquisito il dossier dei consulenti di Seat, gli avvocati milanesi Fabio Franchini ed Ettore Negro. Il fascicolo è in mano al sostituto procuratore Valerio Longi del «Gruppo specializzato penale nell’economia», coordinato dal procuratore aggiunto Vittorio Nessi. E una consulenza tecnica sarebbe già stata assegnata al commercialista torinese Enrico Stasi, uno dei collaboratori più fidati della procura.

È un capitolo nuovo che si sta aprendo nella travagliata storia di Seat e dei i turbo-finanzieri che fino al 2012 hanno spremuto come un’arancia un’azienda ricca (e quotata in Borsa), lasciando le scorze al concordato. Chi ha gestito la società fino alla soglia del dissesto (se con responsabilità civili e penali è però tutto da vedere) ha i nomi e i cognomi di un gruppo di manager e professionisti espressione di alcuni tra i più importanti fondi di private equity che operano in Italia: Cvc, Investitori associati, Permira e Bc Partners (quest’ultima sfilatasi quattro anni fa).
Intanto la società, oggi presieduta da Guido de Vivo e ammessa al concordato preventivo dalla scorsa estate, tenta di risollevarsi con una serie di operazioni che dovranno essere deliberate da un’assemblea straordinaria il prossimo 4 marzo. Ma servirà una maggioranza qualificata del 20% del capitale, non facile da raggiungere in una società che ha un capitale estremamente frammentato (150mila azionisti con un possesso medio di 100 euro) e con solo la Carisma di Giovanni Cagnoli sopra il 2%. In sede ordinaria si deciderà, invece, a maggioranza semplice, sull’azione di responsabilità. Un passaggio cruciale da cui dipende anche il futuro di 4.000 dipendenti.
Seat negli anni d’oro, a cavallo del millennio, era la regina della cosiddetta new economy, aveva flussi di cassa da 700 milioni annui, e ancora nel 2008 controllava il 20% del mercato pubblicitario italiano sul web, una posizione formidabile. L’operazione che più di ogni altra l’ha zavorrata risale al 2003-2004. I fondi di private equity acquisirono per 3,1 miliardi il 62% di Seat che oggi in Borsa vale appena 30 milioni (0,0018 euro ogni titolo). Si indebitarono per 2,2 miliardi e poi scaricarono sull’azienda il debito con un’ardita manovra finanziaria. Ma era il presupposto per non diluirsi e al contempo ripagarsi l’acquisizione con il gigantesco dividendo straordinario (3,6 miliardi) che Seat distribuì a tutti soci. È il peccato originale, uno dei quattro punti su cui si basa la richiesta di azione di responsabilità. Una grande giostra di operazioni finanziarie nelle quali la società ha pagato costi extra (comprese consulenze e spese sostenute dagli azionisti di maggioranza) per centinaia di milioni.
«Assodato quindi — è scritto nel report dei legali Seat — che la condotta sopra illustrata è da considerarsi illecita, il danno che ne è derivato è pari quantomeno all’ammontare degli oneri finanziari netti corrisposti (circa 2 miliardi fino al giugno 2012), oltre all’ammontare delle spese sostenute per i finanziamenti (circa 122 milioni)». Ulteriori 300 milioni deriverebbero da altre operazioni. E poi c’è una cifra indefinibile, ma potenzialmente elevatissima: la perdita di chance. Che cosa avrebbe potuto fare Seat, con il suo enorme cash flow, senza la montagna del debito?
La prescrizione per l’azione di responsabilità è di 5 anni dalla cessazione del mandato quindi quasi tutti i rappresentanti dei fondi e gli amministratori indipendenti sono stati individuati come «responsabili dei danni procurati» alla società. In primis l’ex presidente Enrico Giliberti, in carica dal 2003 al 2012, e l’ex amministratore delegato Luca Majocchi che ha lasciato l’azienda nel 2009. Per ringraziarlo gli diedero un «premio» di 10 milioni. Tanto pagava Seat. Lui poi ha mosso milioni di euro per gli affari personali con la copertura di una fiduciaria.
Ora è il momento di chiarire se nella «spremuta» di Seat le manovre estreme della finanza sfrenata sono rimaste entro i binari dei codici, civile e penale.