Sergio De Gregorio al Fatto: “Voto segreto e Pd. Così la scampai a Palazzo Madama”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 Ottobre 2013 12:49 | Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre 2013 12:49
Sergio De Gregorio

Sergio De Gregorio (LaPresse)

ROMA – “Voto segreto e Pd. Così la scampai a Palazzo Madama”. Questo il titolo dell’intervista a Sergio De Gregorioa cura di Fabrizio D’Esposito, sulle pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 25 ottobre.

Manuale per sopravvivere al voto segreto (e salvarsi). Destinatario: il Cavaliere Condannato a rischio decadenza dal laticlavio. Autore: Sergio De Gregorio. L’uomo che ha inguaiato Silvio Berlusconi per la compravendita dei senatori anti-prodiani è una miniera inesauribile. Non solo per i magistrati. Questione di esperienza. Era il 6 giugno 2012 e De Gregorio si salvò dalle manette per un’altra inchiesta napoletana, quella sui fondi pubblici all’Avanti! di Valter Lavitola. Sulla carta, il 6 giugno, l’allora senatore era già ai domiciliari. A favore dell’arresto si pronunciarono Pd, Udc e Lega. Contro solamente il suo gruppo, il Pdl, 127 seggi. Ma il voto segreto fece il miracolo. De Gregorio rimase libero grazie a 169 voti. Un boom garantista. Bipartisan.

Le sue prime parole, riconoscenti, furono: “Ringrazio i tanti colleghi che non conosco”.

Infatti, ero fiducioso che sarebbero arrivati una ventina di voti in più, non così tanti.

Da dove?

Dal Pd e da dove se no? Ricordo la Finocchiaro (capogruppo all’epoca, ndr), era bianca in volto. Fu anche merito del mio intervento poco prima.

Molto accorato.

Quagliariello, che era vicecapogruppo, mi aveva scongiurato: “Non parlare, di solito in questi casi quando il protagonista interviene combina solo guai”. (…)

Partiamo.

Al Senato non si consegna mai un senatore alle manette. È una logica ferrea, che accomuna tutti.

Quale fu il suo primo passo?

Andai da Gasparri (allora capogruppo del Pdl, ndr), una settimana prima. Gli chiesi: “Come siamo messi?”. Lui mi diede una risposta bruttissima: “Non è che possiamo salvare tutti”. Mi infuriai e mi rivolsi a Schifani.

Presidente del Senato nonché presidente supplente della Repubblica.

E comunque punto di riferimento del nostro schieramento. Lui mi ricevette e gli spiegai i miei dubbi. Vedevo alcuni ex An fare strani giochini giustizialisti. Dissi a Schifani anche di avvisare Berlusconi.

Risultato?

Il giorno dopo ricevetti una telefonata da Gasparri che mi rassicurò: “Siamo tutti con te. Il presidente Berlusconi ha dato disposizione di fare il massimo per te”.

Iniziò la strategia delle chiacchiere.

Vede, al Senato, sul voto segreto c’è una consolidata tradizione. Quella della diplomazia d’aula. Si va o si manda qualcuno dal collega di commissione, di missione o altro ancora. (…)

I nomi dei contatti?

Non voglio mettere in difficoltà nessuno. Erano metà ex Margherita e metà ex Ds. Uno di loro, molto autorevole, propose anche un patto al Pdl.

Quello dello “scambio” tra lei e Lusi, l’ex tesoriere della Margherita. Il Senato non lo salvò. Venne arrestato due settimane dopo.

Il Pd voleva far scorrere il sangue su Lusi e non voleva correre rischi in caso di voto segreto. Quell’autorevole senatore disse al Pdl: “Noi salviamo De Gregorio e voi non votate per salvare Lusi”.

Poi il Pd si salvò con il voto palese e fece scorrere il sangue di Lusi.

E Berlusconi rischia di fare la stessa fine. (…)

La diplomazia d’aula, le “chiacchiere” tra colleghi?

La salvezza di Berlusconi con il voto segreto significherebbe una sola cosa: la tomba del Pd. Perderebbero tutti i loro elettori.

Lei cosa pronostica?

Non mi interessa più di tanto. Berlusconi si può salvare dalla decadenza, non dalla Storia. È già condannato.