Siria, gli alleati arabi e la mano dell’Iran: lo strano patto che piace ad Assad

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 settembre 2014 12:01 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2014 12:01
Siria, gli alleati arabi e la mano dell’Iran: lo strano patto che piace ad Assad

I raid aerei sulla Siria (LaPresse)

ROMA – Damasco è soddisfatta per i raid sulla Siria. Teheran, solo apparentemente è esclusa dai giochi: in realtà guida milizie sciite che godono dell’appoggio aereo Usa e si muovono in sintonia con i vertici di Riad, la potenza campione dei sunniti.

Scrive Bernardo Valli su Repubblica:

Era prevista da tempo. Ad affrettarla deve avere contribuito la pessima situazione militare in Iraq. Adesso l’estensione dell’offensiva aerea americana alla Siria dà al tentativo di contenere e col tempo distruggere l’autoproclamato Stato islamico tutti gli attributi di una guerra vera. La durata? Sarebbe azzardato fare pronostici. Barack Obama si è ben guardato dal farne. In quanto agli sviluppi il presidente americano non sembra invece avere dubbi. Lui non lascerà un solo “santuario” ai terroristi. Ma l’impresa chiede tempo e rischia di finire nella mani del prossimo inquilino della Casa Bianca.

Un intervento più ampio, sostenuto anche da paesi arabi, comunque si imponeva. Era urgente. Sul piano politico e militare. L’allargamento del conflitto a gran parte della regione del Tigri e dell’Eufrate, la Mezza Luna Fertile degli storici, un tempo “culla di civiltà” diventata valle di tragedie, non riesce tuttavia a dissipare la confusione creata da un groviglio di alleanze e di doppi giochi.

L’appoggio aereo degli Stati Uniti nelle ultime sei settimane ha consentito alle forze armate irachene e alle milizie curde alleate di fermare la marcia su Bagdad delle truppe del “califfato”, ma non ha evitato pesanti sconfitte nel resto dell’Iraq. Al punto che il governo nazionale perde terreno, non controlla più circa un quarto del paese. Nelle province a maggioranza sunnita, in particolare quella di Anbar, attigua alla capitale, intere unità sono state circondate e decimate. Anche con esecuzioni sommarie. La passività della popolazione sunnita, o addirittura la sua collaborazione, hanno favorito e favoriscono le forze jihadiste del califfato espressione dell’estremismo sunnita. La solidarietà più comunitaria che religiosa, gestita da un mosaico di tribù e dai residui dell’esercito di Saddam Hussein ansiosi di una rivincita sugli sciiti, è un’arma efficace nelle mani dello Stato islamico. Nella stessa Siria settentrionale quest’ultimo ha guadagnato terreno provocando l’esodo della popolazione curda verso la Turchia.

Era dunque indispensabile colpire al più presto l’avversario nella sua tana siriana, nella provincia settentrionale di Raqqa, la “capitale” dello Stato islamico. Da dove arrivano ordini e aiuti. Ed era altrettanto urgente coinvolgere nell’operazione i paesi arabi sunniti, per chiarire il loro fermo desiderio, armi alla mano, di distinguersi dall’estremismo sunnita. Dichiarandosi un califfato esso si è posto al di sopra di tutti gli Stati musulmani, e ne ha abolito virtualmente i confini poiché l’autorità del califfo abbraccia l’intero Islam. L’autoproclamazione ha urtato tradizioni e suscettibilità. In molte capitali è apparsa un’usurpazione. Una bestemmia. La partecipazione di Bahrein, della Giordania, del Qatar, degli Emirati arabi uniti e soprattutto dell’Arabia saudita alle incursioni sulla Siria è stata un’aperta dichiarazione di guerra a chi esercitando il terrorismo si è dichiarato successore del Profeta, e quindi si è collocato in una posizione di superiorità rispetto agli stessi custodi della Mecca e di Medina. La dignità offesa di presidenti, sovrani ed emiri al potere è tuttavia estranea al sentire di parte delle popolazioni, attente ai più azzardati richiami religiosi. Da qui il cospicuo numero di partecipanti alla grande coalizione promossa dagli americani desiderosi di non esporsi troppo. Barack Obama è stato garbato, ha detto che sono una quarantina, senza nominarli. I cinque paesi che hanno mandato i loro aerei sulla Siria sono un’avanguardia di non poco conto, ma gran parte del mondo arabo non ha osato andare oltre le dichiarazioni di principio o gli aiuti indiretti e il più possibile anonimi. La loro riservata solidarietà è in tutti i modi preziosa.

Barack Obama ha potuto affermare che nella battaglia non ci sono soltanto gli Stati Uniti. Ha aggiunto che farà di tutto per garantire la sicurezza dei membri della grande coalizione, della regione e «del mondo intero ». Sebbene ambizioso l’impegno doveva essere esplicitato. Il conflitto non è limitato al campo di battaglia iracheno-siriano. Le ramificazioni dello Stato islamico sono larghe e imprevedibili. Lo ha rivelato nelle ultime ore la presa dell’ostaggio francese in Algeria da parte di un’organizzazione che si dice ispirata dal remoto califfato di Raqqa. Il gruppo originario, il «califfato», può essere eliminato o indebolito dalle bombe guidate dei droni e dai missili della US Navy, ma per neutralizzare la patologia micidiale dell’islamismo ci vorranno altre armi e tempi più lunghi. Il terreno di scontro è più vasto della Mezza Luna Fertile, cosi battezzata per la sua forma geografica e la generosità dei suoi raccolti, nel frattempo sfumata e sostituita dal petrolio. Insieme allo Stato islamico gli Stati Uniti hanno bombardato il gruppo armato Khorasan composto da ex militanti di Al Qaeda. Il suo capo, Muhsin al-Fadhli, era giovane, aveva 19 anni, l’11 settembre del 2001, ma ebbe un ruolo, pare, nell’organizzare l’attacco alle Torri gemelle. La guerra civile ha creato in Siria un imprecisato numero di movimenti islamisti. Spesso in concorrenza. Tutti sostengono di opporsi alle forze governative di Damasco, e considerano Bashar el Assad, il loro principale nemico, ma al tempo stesso si scontrano, nell’ambito della ribellione, con quelli di cui non condividono le idee. La mischia è feroce. La più presa di mira è la Coalizione nazionale, considerata laica, alla quale gli americani hanno deciso di fornire delle armi (…)