Sono martiri banali, nessuno si indigna. Cristiano Gatti, Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 settembre 2014 13:02 | Ultimo aggiornamento: 9 settembre 2014 13:02
Sono martiri banali, nessuno si indigna. Cristiano Gatti, Giornale

Sono martiri banali, nessuno si indigna. Cristiano Gatti, Giornale

ROMA – “Sono solo suore – scrive Cristiano Gatti del Giornale – Buona parte d’Italia, buona parte di noi stessi, deraglia inevitabilmente verso questa inconfessabile indifferenza nell’apprendere i ciclici massacri dentro le missioni del terzo mondo. In tanti ci gioca la forsennata pulsione laicista e luciferina, che porta a considerare con fastidio tutto quanto odori d’incenso, persino barbare esecuzioni. In altri, anche nei cattolici, ci gioca invece una pigra assuefazione, come se fosse scritto nelle tavole della legge che prima o poi un prete o una suora possano finire sgozzati in qualche angolo remoto del mondo”.

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Le nostre reazioni sono comunque fiacche, svagate, annacquate. Niente di paragonabile al clamore e allo sdegno nazionale, con sequela di veglie notturne e marce della pace, quando le nostre giovani ragazze idealiste – e anche un po’ temerarie: si può dire senza che nessuno parli di sacrilegio? – vanno a ficcarsi in guai internazionali molto seri. Emotività a corrente alternata.

Però dovremmo fare uno sforzo. Però dovremmo cercare un equilibrio. Che cosa hanno di meno tre anziane suore missionarie? Cosa manca, alle loro figure, per meritarsi la corale compassione e l’unanime ammirazione dell’Italia civile? Leggendo la loro storia, si scoprono immancabilmente risvolti autenticamente pop, come piace al movimentismo post-moderno dei nostri tempi, e ideali di altezza sublime. Queste tre donne provengono da famiglie contadine, della Brianza e del Veneto. A un certo punto hanno deciso di lasciare tutto per partire. «La mia vocazione è l’Africa», diceva sempre suor Olga. Vocazione: è questa la spinta che noi uomini di mondo, mondani e mondanizzati, non riusciamo proprio a comprendere. A tradurre nella nostra lingua.

Sappiamo genericamente di un irresistibile richiamo che spinge alle decisioni più estreme e alle esistenze più generose. Ma noi sappiamo pure che si vive una volta sola e che non è concessa una rivincita: come possiamo capire giovani donne (e giovani uomini) che la buttano via tutta quanta per aiutare, servire, educare, nutrire, curare perfetti sconosciuti, tra l’altro neanche sempre così riconoscenti?
Almeno di fronte a questo mistero che non riusciamo a spiegare, figuriamoci a condividere, potremmo metterci sull’attenti e concedere il massimo del rispetto. Lo stesso che ci sgorga copioso per i casi delle Due Simone e delle loro consorelle ardimentose. Ma non è così. Non ci riesce. Quelle sono eccezionali, queste sono banali. Eppure queste tre suore più o meno ottantenni hanno vissuto cinquanta o sessant’anni tra gli ultimi. Non sono andate nella miseria e nella malattia, nelle umiliazioni e nel dolore, per uno stage o per una vacanza edificante.

In tutto questo tempo non hanno postato su Facebook le loro foto coi negretti derelitti, non hanno twittato contro i biechi egoismi dell’Occidente evoluto. Sono semplicemente rimaste là, prima in Sudamerica e poi in Africa, perché questa è la «vocazione». Qualcosa di così forte e insondabile, che ci sono volute tornare persino da vecchissime, più forti e più tenaci dei loro pesanti malanni. Mentre altre culture e altri religiosi vogliono salvare il mondo sparando siluri e cannonate, loro hanno sparato per una vita intera solo proiettili di bene, ad altezza d’uomo. Hanno costruito scuole, insegnato la dignità, predicato la tolleranza, hanno dato tutto senza chiedere niente (noi, che ci troviamo a Cernobbio, potremmo chiederci ogni tanto come sarebbe questo mondo senza i missionari in giro a sporcarsi le mani).

Riconosciamolo: tre donne come queste meriterebbero di essere trattate da eroine italiane, se il nostro doppiopesismo solidale non ci spingesse a scomodare certi termini e certe enfasi solo per certe donne. Per queste tre, il solito calcolo del dare e dell’avere: da come le hanno ripagate, non ne è valsa molto la pena. E comunque sono tre suore, l’hanno messo in conto, prima o poi poteva capitare.

Grazie al Cielo – e stavolta non è un modo di dire – loro e quelle come loro hanno inseguito un particolare concetto di gloria, molto diversa dalla nostra vanagloria narcisa, limitata, patacca. Sono due lingue e due mondi separati: loro guardano in alto nel silenzio, l’Italia di oggi insegue altri modelli e mitizza altri eroi. Nessuna cerimonia solenne, nessun funerale di Stato, nessuna bandiera a mezz’asta. Non è il caso, sono solo tre povere martiri.