Spagna, flessibilità alla tedesca per l’auto. Luca Veronese, il Sole 24 Ore

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 gennaio 2014 9:54 | Ultimo aggiornamento: 9 gennaio 2014 9:54
"In Spagna flessibilità alla tedesca per l'auto..."

“In Spagna flessibilità alla tedesca per l’auto…”

ROMA – In Spagna flessibilità alla tedesca per l’auto, scrive Luca Veronese per il Sole 24 Ore: “La contrattazione decentrata a livello aziendale chiave della ritrovata competitività dell’industria”.

L’articolo di Luca Veronese:

Davanti ai cancelli della fabbrica Nissan, gli operai che escono alla fine del turno si mescolano a un gruppo di giovani arrivati qui, nella zona franca alla periferia di Barcellona, con in tasca la promessa di un lavoro. Diego Sanchez ha poco meno di trent’anni e dopo aver superato le selezioni deve ora sostenere le visite mediche: dal prossimo aprile, quando inizierà la produzione del nuovo veicolo commerciale completamente elettrico, la casa giapponese avrà bisogno anche di lui tra altri mille operai. Ha la faccia di chi ha vinto alla lotteria. «Ci contavo, ho già qualche anno di esperienza in fabbrica. Per me questo posto significa molto, non è un lavoro come un altro, ci sarà da sudare ma lo stipendio è buono e sicuro».
In Spagna l’industria automobilistica vale il 10% del Pil e il 16% delle esportazioni. Sta contribuendo in modo determinante alla ripresa di un’economia che – dopo oltre due anni di recessione e con il tasso di disoccupazione sopra il 26% – non può contare sulla domanda interna e deve sfruttare invece la crescita dei mercati esteri. Tutti i grandi produttori di auto hanno rafforzato la loro capacità produttiva nel Paese, investendo in due anni circa cinque miliardi di euro nei loro 17 stabilimenti. Nissan ha una presenza consolidata, così come le francesi Citroën e Renault, le americane General Motors e Ford, l’italiana Iveco, le tedesche Mercedes e Volkswagen che nel 1986 ha acquisito Seat, fino ad allora l’unico gruppo a capitale spagnolo del settore.
La Spagna, nel 2013, con una crescita del 9% ha raggiunto i 2,2 milioni di veicoli realizzati e si è confermata al secondo posto in Europa tra i Paesi produttori, davanti alla Francia e dietro solo alla Germania. Mentre nella classifica mondiale potrebbe presto superare la Russia entrando tra i primi dieci.
«Sono tre i fattori che hanno aiutato lo sviluppo dell’industria dell’auto in Spagna: la flessibilità garantita dagli accordi raggiunti a livello di stabilimento tra i grandi gruppi e la rappresentanza sindacale; il tessuto industriale che sta attorno alle fabbriche con produttori di componenti affidabili e di qualità; la posizione geografica favorevole e la capacità di coprire tutta la gamma di veicoli per i diversi mercati internazionali, dagli Stati Uniti, alla Russia, all’Africa», spiega Mario Armero, vicepresidente esecutivo di Anfac, l’associazione che riunisce tutti i produttori nel Paese.
La Spagna ha guadagnato in termini di produttività anche in seguito alla riduzione dei salari: la disoccupazione elevata ha messo pressione sui lavoratori e nell’automotive gli stipendi sono scesi di quasi il 3% negli ultimi due anni. Ma a convincere i grandi gruppi a investire non è solo un vantaggio di costi di produzione, ma anche e soprattutto la flessibilità garantita dai contratti firmati a livello di fabbrica che con numerose deroghe ai contratti nazionali.
«Nelle fabbriche spagnole che producono auto gli stipendi non sono più bassi di quelli pagati in Italia o in Francia e certo non sono più bassi di quelli che vengono corrisposti nell’Europa dell’Est o in Asia. Ma in Spagna – aggiunge Armero – si è sviluppata negli anni e senza scontri una cultura della contrattazione che ha portato vantaggi a tutti. Poi, su questa tradizione di buone relazioni industriali è intervenuto il governo di Mariano Rajoy che, riformando le regole del lavoro, ha mandato un chiaro segnale ai grandi gruppi internazionali garantendo loro un quadro normativo favorevole e definito. Il nostro modello non guarda ai vantaggi di costo della Cina ma alla Germania degli accordi condivisi».
Nonostante i tagli in busta paga, un operaio nell’industria dell’auto guadagna oggi circa 2mila euro al mese lordi, una cifra comunque superiore al salario medio nazionale. I contratti prevedono un’ampia possibilità per l’azienda di organizzare l’orario di lavoro: riducendo o aumentando l’attività per seguire la domanda, spostando quindi da un mese all’altro e anche da un anno al successivo le prestazioni dei dipendenti con notevoli ripercussione sulle retribuzioni. I nuovi assunti devono inoltre subire la cosiddetta “doppia scala”, cioè il divario anche sostanzioso con la retribuzione dei dipendenti con più anzianità. In cambio c’è per tutti la quasi certezza del posto: il 90% dei lavoratori dell’auto sono assunti a tempo indeterminato contro una media nazionale inferiore al 70 per cento.
«Dall’automotive può arrivare la svolta nel processo di reindustrializzazione del Paese dopo anni di bolle speculative», dice ancora Armero. Renault ha tradito la Francia spostando parte della produzione del gruppo a Palencia, a Valladolid e a Siviglia. Ford ha fatto del suo stabilimento di Valencia un modello tecnologico per la rinascita industriale di tutto il Paese. Opel ha trasferito dalla Corea a Saragozza la realizzazione del suv Mokka. Nissan a Barcellona si appresta ad avviare la linea che produrrà l’eNV200, il primo veicolo commerciale elettrico. «Nel settore dell’auto la Spagna ha capito molto bene quello che si doveva fare per affrontare il futuro con sicurezza. Ha puntato tutto sulla competitività e sulla flessibilità, potendo già contare sull’ottima qualità della manodopera, sulla capacità dei fornitori e su evidenti vantaggi logistici. Ha permesso ai gruppi come il nostro di adattare la produzione alle fluttuazioni del mercato», dice Marco Toro, amministratore delegato di Nissan Iberia.
Anche all’interno dei 63mila metri quadrati dello stabilimento di Barcellona – tra linee quasi totalmente automatizzate e parti di carrozzeria che vanno all’assemblaggio muovendosi sopra le teste degli operai – i dipendenti Nissan non nascondono l’orgoglio per i risultati raggiunti, per la qualità che viene loro riconosciuta dalla casa madre in Giappone. E che è stata ribadita con la scelta di produrre qui per poi vendere in tutto il mondo, la nuova vettura elettrica. Mentre fuori dai cancelli, in attesa del suo turno, Alex Navarro ripete ai suoi amici: «Qui non ho mai sentito parlare di licenziamenti e poi tutti i soldi investiti da Nissan nelle linee di produzione sono la migliore garanzia per il nostro futuro».