Sprechi. “A Foggia le scarpe estive dei vigili costano 130 €, mentre a Siena…”. Tino Oldani su Italia Oggi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 Giugno 2015 7:15 | Ultimo aggiornamento: 9 Giugno 2015 16:31
Sprechi. "A Foggia le scarpe estive dei vigili costano 130 €, mentre a Siena...". Tino Oldani su Italia Oggi

Vigili urbani

ROMA – Ma perché mai le scarpe estive dei vigili urbani di Foggia devono costare 130 euro al paio e quelle dei loro colleghi di Siena appena 38,7 euro? È forse così che Stato ed enti locali pensano di sconfiggere gli sprechi e la corruzione? Se lo chiede Tino Oldani che su Italia Oggi commenta: “Come se non bastassero le ruberie di Mafia Capitale, perpetrate per anni da politici e funzionari comunali in combutta con la mafia su decine di milioni destinati ai centri rom e immigrati, ecco un esempio più piccolo in termini monetari, ma non meno eloquente”.

Continua Tino Oldani.

A Foggia, in vista dell’estate, il Comune ha provveduto ad equipaggiare i vigili urbani di una divisa consona per la stagione, con tanto di scarpe estive. Il conto parla di 24 mila euro spesi per 188 paia di scarpe, 130 euro al paio. Anche a Siena il Comune ha sentito la stessa esigenza, ha fatto un bando di gara e il conto finale dice che sono stati spesi 5 mila euro per 130 paia di scarpe estive, in media 38,7 euro al paio. Meno di un terzo rispetto a Foggia.

Invitato da una radio a spiegare le ragioni di questa differenza, il responsabile degli acquisti del Comune di Siena ha risposto che l’acquisto è stato fatto attraverso il sistema telematico della Regione Toscana, che ha centralizzato gli acquisti, con evidenti risparmi di spesa. Un comportamento virtuoso, perché ridurre la spesa pubblica è l’unica strada che può portare a una riduzione delle imposte. Dunque, un esempio di buon governo, che in questo caso vede la Toscana in netto vantaggio sul governo nazionale, che sembra impegnato a combattere gli sprechi e la corruzione più con le parole e con i tweet, che non con i fatti. Da due anni, infatti, la legge di stabilità promette una drastica riduzione delle stazioni appaltanti e di acquisto delle varie amministrazioni pubbliche, ben 36 mila in tutta Italia, ma finora con risultati vicini a zero.

Il fatto stesso che la pubblica amministrazione (Stato, Regioni, Comuni, Asl, più le Province in via di soppressione, ma tuttora vive e vegete) continui a distribuire appalti e fare acquisti attraverso 36 mila centri decisionali, ciascuno con regole e prezzi diversi, lascia intuire dove si annidino le radici degli sprechi e della corruzione. Non solo: in un Paese normale, già da tempo si sarebbe deciso di attuare per decreto un pezzo di riforma della pubblica amministrazione, per ridurre in modo drastico il numero delle stazioni appaltanti e di acquisto, come aveva suggerito inutilmente due anni fa l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli indicando un possibile risparmio di di spesa pari a 8 miliardi. Un calcolo prudente, se si considera che una ricerca dell’Università di Roma sulle 10 mila stazioni appaltanti di 107 Province sostiene che sarebbe possibile ottenere un risparmio di 30 miliardi, il 2% del pil, solo con la loro riorganizzazione e centralizzazione, che è ancora di là da venire nonostante la soppressione di questi enti locali.

Altri hanno calcolato che sarebbe già un buon risultato scendere da 36 mila a non più di 3 mila stazioni appaltanti. Ma la riforma della pubblica amministrazione di Marianna Madia si è posta un obiettivo ancora più ambizioso, fissando a 35 il numero massimo delle stazioni appaltanti del futuro, non una di più, né una di meno. Un’utopia, come confermano i fatti: il relativo provvedimento, sotto forma di disegno di legge, è fermo in Parlamento, bloccato da discussioni interminabili sui pro e contro.

Che il punto debole della lotta alla corruzione e agli sprechi sia il numero eccessivo delle stazioni appaltanti, oltre a Cottarelli, lo ha sottolineato di recente anche il commissario anticorruzione, Raffaele Cantone, che al termine di un’indagine sugli acquisti dei Comuni capoluogo di provincia ha riscontrato “una sistematica disapplicazione” delle regole europee su acquisti e appalti. Regole che fanno divieto di frazionare artificiosamente l’importo degli acquisti per poterli concludere in economia, e sottrarsi così ai vincoli di trasparenza. In ben 90 dei 116 Comuni capoluoghi di provincia attuali, ha rilevato Cantone, negli ultimi anni è stata seguita in modo sistematico la prassi di affidamenti in via diretta o in economia anche per importi superiori a un milione di euro, violando anche la normativa che consente di seguire tale prassi solo per le spese fino a 200 mila euro. La soglia consentita dalla legge è stata così superata di 5 volte. Alla faccia della legalità (…)