Statali, fate la spia vi proteggeremo. In Usa si chiamano whistleblower

di redazione Blitz
Pubblicato il 8 Maggio 2015 7:12 | Ultimo aggiornamento: 8 Maggio 2015 2:26
Statali, fate la spia vi proteggeremo. In Usa si chiamano whistleblower

Statali, fate la spia vi proteggeremo. In Usa si chiamano whistleblower

ROMA – In Usa si chiamano whistleblower, sono gli informatori, le gole profonde che fanno la spia sui loro colleghi corrotti o “furbetti”. Da oggi anche in Italia i dipendenti pubblici che segnaleranno gli illeciti dei loro colleghi avranno diritto all’anonimato e non potranno neanche essere licenziati o discriminati. E’ quanto previsto nelle Linee Guida pubblicate dall’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. A fare il confronto tra Usa e Italia, un convegno organizzato dall’Università Luiss Guido Carli di Roma

Ne parla Silvia Barocci sul quotidiano il Messaggero:

Il ”whistleblowing” italiano è tutt’altro rispetto alle leggi federali e statali grazie alle quali gli Usa hanno sino ad oggi recuperato 60miliardi di dollari frodati all’erario. Ma un varco è stato aperto. Resta un interrogativo di fondo: il sistema statunitense è replicabile in Italia?

Ad affrontare la questione, nel corso di un convegno organizzato dalla Luiss, sono stati il prorettore vicario dell’Università ed ex Guardasigilli Paola Severino, il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, il presidente dell’Anac Cantone, il presidente di Telecom Italia Giuseppe Recchi e l’ambasciatore Usa in Italia John R. Phillips. Con un passato di avvocato in uno studio legale della California, Phillips è uno dei massimi esperti di «whistleblowing»: «La legge del 1989 – ha spiegato – ha consentito di passare dai 25milioni di dollari l’anno di denaro recuperato agli attuali 6 miliardi l’anno. Le aziende ritenute colpevoli sono costrette a pagare tre volte tanto la somma frodata. Il ”whistleblower” può ottenere dal 15 al 22% delle somme recuperate e dovrà versare il 20% all’avvocato. Le spese per indagini sono notevoli e dunque prima di intentare la causa lo studio legale vuole avere delle certezze su quanto denunciato».
Per quanto l’ambasciatore Usa garantisca «il massimo della collaborazione» perché anche l’Italia si avvii sulla medesima strada, la meta non sembra di facile portata. «Il nostro sistema è diverso: la formazione della prova è estremamente rigorosa. Servono pesi e contrappesi. L’azione di ”filtro” negli Stati Uniti è rappresentata dall’avvocato che istruisce la pratica», fa notare Paola Severino. Per il procuratore di Roma Pignatone va tenuto conto che «la corruzione oggi in Italia rappresenta un pericolo tanto quanto la criminalità mafiosa. Occorre quindi utilizzare gli strumenti impiegati per la lotta ai clan». L’esperienza statunitense – avverte Cantone – «ci dice che non bisogna vergognarsi: la delazione non è necessariamente una brutta parola. Bisogna avere il coraggio di dare maggiore tutela e riservatezza a chi denuncia che però non deve rimanere un anonimo». Nel sistema italiano le segnalazioni anonime non possono valere come prova ma in ogni caso – non manca di far notare il presidente di Telecom, Recchi – «sempre più le imprese si rendono conto dell’importanza della trasparenza»