“Still Alice”, Paolo Mereghetti: “Julianne Moore protagonista di un dramma che commuove”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 12:23 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 12:23
"Still Alice",  Paolo Mereghetti: "Julianne Moore protagonista di un dramma che commuove"

“Still Alice”, Paolo Mereghetti: “Julianne Moore protagonista di un dramma che commuove”

ROMA – “Still Alice – Perdersi” è il nome del romanzo da cui è stato tratto il film diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland e con protagonista Julianne Moore. Il film racconta la storia di Alice Howland, una professoressa cinquantenne che scopre di essere malata di Alzheimer precoce. La recensione di Paolo Mereghetti per il Corriere della Sera.

La protagonista, Alice Howland, insegna linguistica alla Columbia University di New York, è sposata con un ricercatore biomedico e ha tre figli che hanno cominciato a camminare con le loro gambe (uno è sposato, la terza vuole fare l’attrice). Invitata all’Ucla a tenere una conferenza, ha un improvviso vuoto di memoria che non le fa trovare il giusto vocabolo durante il suo discorso; tornata a New York, mentre fa il suo solito giro di jogging intorno al campus, si smarrisce e non sa più dove si trova.
Decide di farsi visitare da un neurologo temendo un tumore al cervello e invece la diagnosi è quella di Alzheimer precoce. Dando inizio così a un doppio calvario, quello degli altri membri della famiglia che devono ricalibrare la propria vita sulla malattia di Alice e quello della stessa donna che inizia una personalissima lotta contro un male «invincibile». Non è la prima volta che il cinema affronta una delle malattie più devastanti e inafferrabili che esistono (e che vede le donne più indifese e colpite). Basterebbe ricordare l’ottimo Away from Her – Lontano da lei di Sarah Polley, anche lui tratto da un testo letterario (il racconto L’orso attraversò la montagna di Alice Munro) e che fece vincere un meritato Golden Globe a Julie Christie. Qui però il film (e il romanzo) mettono in campo un significativo ribaltamento di prospettiva: mentre solitamente i film «osservano» la malattia dal punto di vista di chi sta loro accanto — coniuge, medico o amico che sia —, in Still Alice lo spettatore vive il dramma dal punto di vista della malata. È lei che vediamo prendere pian piano coscienza della propria condizione, accorgersi della gravità della malattia e cercare di lottare contro un morbo che si insinua giorno dopo giorno nel suo corpo e nella sua mente.
Con almeno una sequenza che non si può dimenticare, quella in cui si costringe a una serie di «compiti» con cui poter misurare il suo livello di malattia così da essere pronta alla più radicale delle soluzioni.
L’ho lasciato per ultimo, ma è evidente che un film costruito con questa prospettiva si può reggere solo su un’interpretazione perfetta e su un’attrice superlativa. Julianne Moore è entrambe queste cose, capace di far trasparire sul suo viso la discesa verso la perdita di sé di Alice, senza cedere a facili effetti melodrammatici e restando sempre convincente nel suo ruolo di malata.
Accanto a lei non sfigurano né Alec Baldwin, nel ruolo del marito che non vorrebbe del tutto abdicare alle proprie ambizioni professionali, né Kristen Stewart (una sorpresa dopo Twilight ) nella parte della figlia «ribelle» che vorrebbe fare l’attrice e che saprà ricomporre i legami tormentati con la famiglia. Ma è la Moore che tiene sulle proprie spalle tutto il film, rendendolo credibile e commovente.
Il Golden Globe appena vinto come miglior attrice drammatica e la nomination agli Oscar ne sono una ulteriore conferma.