Strage a Lampedusa, più di 300 vittime: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 ottobre 2013 9:22 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2013 9:22

ROMA – Strage di migranti, l’Italia è in lutto. Corriere della Sera: “Barcone dalla Libia in fiamme davanti a Lampedusa: più di 300 vittime tra morti e dispersi Il Papa: vergogna. Elogio di Napolitano ai soccorritori. E Alfano chiede l’intervento della Ue.”

Intrappolati dentro il relitto. Il mare diventa un cimitero. L’articolo a firma di Marco Imarisio:

Europa è solo una parola vana davanti a questi 93 cadaveri uno in fila all’altro. Ogni discorso peloso, ogni razzismo dovrebbe tacere per sempre davanti al bambino che non avrà mai più un nome, coperto con una tovaglia della mensa degli aviatori, perché i sacchi blu e verdi per metterci dentro i corpi erano finiti.

L’hangar dell’Aeronautica militare è un edificio dalle pareti esterne di un azzurro intenso, quasi come il cielo di Lampedusa, che oggi inganna più di ogni altra volta. Dentro, appoggiati sul cemento grezzo dove sostano gli aerei in riparazione, ci sono decine di corpi senza vita. Sono gli «emersi», come li chiamano i soccorritori, che non ne avevano mai visti così tanti, e per la prima volta nella storia tragica di questa frontiera li hanno dovuti portare qui dal molo del porto nuovo dove non c’era più spazio.

«Annegati. Come gli altri, come sempre». Con il fungo schiumoso rappreso sulla bocca, un impasto di acqua e sangue dai polmoni. È così che li trovano. Sono ormai vent’anni che Pietro Bartoli aiuta i vivi e raccoglie i morti in quest’isola. Ma oggi il direttore della guardia medica, faccia bruciata dal sole e barba sfatta, è colpito dalla quantità. A un certo punto, racconta, sono entrate in porto cinque motovedette tutte insieme, tutte con la prua e le fiancate cariche di cadaveri impilati che quasi non si vedeva il resto della barca, e mentre avanzavano ne cadeva qualcuno in acqua, come legna da una carriola troppo carica. Certo, una cosa del genere non era mai accaduta neppure nel luogo che ormai è sinonimo di tragedie dell’immigrazione. «Ma questo non è un evento straordinario. È diverso solo nei numeri».

Adesso si parlerà molto della coperta che ha preso fuoco sulla nave, anch’essa senza nome come i suoi poveri passeggeri. Il mediatore culturale che all’ospedale fa da filtro con i tre ultimi naufraghi ricoverati sull’isola riferisce una versione uniforme nella sua banalità. Alle 4 del mattino i passeggeri sul ponte vedono all’orizzonte le luci dei pescherecci diretti verso sud. Loro li vedono ma non possono essere visti, avvolti come sono dall’oscurità di una carretta carica di esseri umani che procede a motori spenti, in silenzio e al buio per paura di essere fermata dalla Guardia costiera. Qualcuno dà fuoco a una coperta, cospargendola con il gasolio preso da una delle taniche incustodite sul ponte. Le fiamme si alzano, aggrediscono il legno della nave. Gettano altre coperte per spegnere, ma l’unico effetto è quello di generare un’altra vampata. Il panico porta tutti i migranti ad appoggiarsi sul lato sinistro per chiedere aiuto a quelle luci in lontananza. La nave si ribalta. Tutti gli altri, uomini donne e bambini da giorni stipati come sardine negli anfratti della stiva, muoiono senza neppure capire come è potuto succedere.

I sorrisi con fidanzate e parenti. L’album delle foto dei fantasmi. L’articolo a firma di Goffredo Buccini:

Hanno giubbotti e jeans americani. Camicette fuori dai calzoni, come i ragazzi dei campus. Sneaker per andare lontano e occhi pieni di speranza. Il sogno è già in quei vestiti: la promessa di un pasto sicuro che diventa benessere, la voglia di sembrare come noi, di scappare all’orrore e alla paura infilandosi nei nostri panni. Guardano nell’obiettivo ma vanno oltre, fissando il futuro che cercano qui, dall’altra parte del mare. Quel mare che adesso ci restituisce le loro immagini, le foto dei fantasmi di Lampedusa, ragazzi e ragazze, quasi tutti giovanissimi, finiti a centinaia sotto quaranta metri d’acqua a quattro chilometri dall’Isola dei Conigli, una delle spiagge più incontaminate e famose del Mediterraneo. «Spesso partono con l’abito migliore addosso, come andassero a una festa, perché non sanno a cosa vanno incontro», mormora un vecchio marinaio qua sul molo, mentre si accendono le luci della sera e i sub ancora, testardi, cercano i corpi.

Eccole le loro foto, riemerse da qualche portafoglio zuppo d’acqua, da una borsetta risparmiata dal naufragio e raccolta dai soccorritori. Ancora umide, ancora salate all’olfatto, tutte uguali, stesso formato, come figurine prese dalle collezioni dei nostri figli. Non abbiamo nomi, nemmeno il nome della barca maledetta. Solo facce, ed è già tanto in un dramma collettivo che dura da anni e si racconta normalmente solo per numeri. Eccole, le facce. Un ragazzino in un viale accanto a una panchina, palazzi e palme sullo sfondo, dodici anni al massimo. Un altro, coetaneo, che tira su i pugni e fa il duro. Le coppie, tante, lui e lei in posa accanto a una colonna di gesso, lui e lei mano nella mano, lui e lei sotto una scritta, «free», libero, libertà. Le famiglie, i fratelli, il più anziano seduto in mezzo, i più giovani in piedi, accanto, spavaldi, a nascondere la paura di quel viaggio che è incominciato da Misurata, in Libia, ed è un salto nel buio da mille dollari a testa. Tre sul divano che fanno una smorfia tosta da attori di film d’azione, sfidando il futuro. Gli amici, con la scritta «best friend» sulla testa. Un’adolescente tenera che congiunge le mani come pregasse e se le mette accanto alla guancia. E poi le immagini sacre, Gesù e i portafortuna, fede e superstizione, nulla serve a salvarli nella notte e tutto riemerge al mattino davanti a Lampedusa, assieme a ciò che resta di loro.

«Noi all’alba in barca davanti a una distesa di teste di uomini». L’articolo a firma di Felice Cavallaro:

Avevano deciso di passare la notte alla Tabaccara, sotto costa, lì a due passi dalle rocce e dalla spiaggia dell’Isola dei Conigli, ma le quattro giovani coppie che s’erano addormentate sotto le stelle tutto avrebbero immaginato tranne di svegliarsi all’alba in un mare di teste galleggianti come fossero palloni alla deriva.

Bisognava esserci su quella barca di dodici metri, la Gamar di Vito Fiorino, per capire come la sorpresa e il terrore possano trasformarsi di botto in coraggio e solidarietà, riuscendo a salvare i primi 47 migranti, e poi in rabbia e ribellione contro «soccorsi al rallentatore».

Perché il titolare del bar «I peccati di gola», salpato mercoledì sera con i suoi amici, vino bianco a mezzanotte, ancora in rada, è stato il primo all’alba, «alle 5.45», a svegliarsi: «Sento delle voci». Zittito da Grazia Migliosini, una boutique a Lampedusa: «Sono i gabbiani».

Ma si desta Vito, controlla, certo delle voci nell’oscurità, solo piccole ombre sul pelo delle onde. Sgancia la cima, mette in moto e avanza lento, guardingo, di 50 metri, forse 80. Quanto basta perché dietro uno scoglio Linda Barocci, giovane avvocato a Pesaro, scossa dal movimento, stropicci gli occhi, scopra l’orrore ed emetta un grido disperato: «Sono uomini, sono le teste di uomini…».

Dollari e nuove rotte, i miliziani dei barconi. L’articolo a firma di Fiorenza Sarzanini:

Arrivano dal Corno d’Africa, dall’area subsahariana, ma anche dalla Tunisia e dall’Egitto. Aspettano giorni, settimane, addirittura mesi prima di cominciare un viaggio che sempre più spesso finisce in tragedia. Pagano almeno 2.000 dollari, il doppio se il mare è mosso e si deve utilizzare un barcone più grande. Si affidano alle bande criminali composte da scafisti e comandate da ex miliziani del regime di Gheddafi. Sono loro i nuovi trafficanti di esseri umani. Personaggi spietati che si sono riciclati dopo la guerra e adesso gestiscono le partenze dalla Libia.

Sono circa 30 mila i migranti partiti dalla Libia e sbarcati nel nostro Paese nel 2013 — 26 mila in Sicilia di cui 11.686 tra Lampedusa e Pantelleria — migliaia potrebbero essere morti durante la traversata. Ma altre decine e decine di migliaia sono pronti a partire. Ed è questa la realtà che allarma i responsabili della sicurezza, convincendo il governo italiano della necessità di coinvolgere l’intera Unione Europea in una strategia unitaria che porti a ripristinare i pattugliamenti in mare. E preveda una reale cooperazione più volte promessa, però di fatto mai attuata dal punto di vista operativo, e soprattutto per quanto riguarda gli stanziamenti. Perché le ultime segnalazioni trasmesse dagli ufficiali di collegamento italiani che si trovano in Africa assicurano che il vero rischio arriva dal Kenya dove si trova uno dei campi profughi più affollati del mondo.

L’ecatombe di Lampedusa. La Stampa: “Barcone s’incendia davanti all’isola: oltre 100 vittime e 200 dispersi, tra loro bimbi e donne incinte. Polemiche sui soccorsi. Alfano chiama Barroso: la Ue apra gli occhi. Napolitano: leggi da rivedere.”

Guerra delle firme. Tra falchi e colombe è ancora scontro. L’articolo a firma di Amedeo La Mattina:

«Non è il momento della guerra delle firme, non è il momento di dividersi mentre in giunta si vota la mia decadenza da senatore e siamo di fronte alla tragedia di Lampedusa. Così facciamo un favore al Pd. Dobbiamo tenere i nervi saldi». E invece la guerra è scoppiata. L’appello di Berlusconi è caduto nel vuoto. La sensazione è che il Cavaliere non controlli più il partito, non riesce a sedare uno scontro all’ultimo sangue. Anzi all’ultima firma, visto che ieri falchi e «lealisti» berlusconiani ne hanno raccolte 100 sotto un documento per sbarrare la strada ad Alfano. Un modo per dimostrare chi rappresenta la maggioranza dei gruppi parlamentari. Fra i firmatari Carfagna, Gelmini, Verdini, Bondi, Capezzone, Santanché, Malan, Polverini, Brunetta e Fitto.

Il giorno dopo la grande piroetta del Cavaliere e la fiducia al governo Letta, il lutto per la tragedia di Lampedusa non è servito a fermare il braccio di ferro. Per la verità gli alfaniani, con il ministro dell’Interno volato nell’isola siciliana, volevano fermare l’assalto alla conquista del partito. Sconvocata la conferenza stampa dei ministri Pdl e rinviata la presentazione di un documento di proposte e contenuti per dare un senso politico e programmatico a quanto è accaduto l’altro ieri al Senato. Questo «manifesto» a sostegno della leadership di Alfano sarà comunque scritto nei prossimi giorni e sarà sottoscritto da una sessantina di senatori e deputati. Grosso modo sono quelli che hanno firmato la proposta di Cicchitto. «Pochi? Quanto basta a tenere in piedi il governo e poi – spiega l’ex capogruppo Pdl – se Letta andrà avanti fino al 2015, vedrete quanti se ne aggiungeranno. In ogni caso doveva essere una giornata di tregua e di riflessione nel Pdl. Ci troviamo di fronte invece ad un ulteriore atto di aggressività e di conflittualità». Cicchitto si riferisce al fatto che una delegazione di «lealisti» (così amano chiamarsi ora i falchi) sia andata a Palazzo Grazioli per consegnare a Berlusconi il suo documento con le 100 firme in calce. «Venti parlamentari bussano a palazzo Grazioli per la resa dei conti interna. In un giorno come questo… senza parole», scrive su Twitter Quagliariello.

Stressato e fragile. Finale di partita amaroper il Cavaliere stanco. L’articolo a firma di Mattia Feltri:

Dice il dottor Alberto Zangrillo che il suo paziente più famoso, Silvio Berlusconi, è «sotto stress». Altri sprovvisti di titoli scientifici dicono che «è provato», che è «sfinito», che «è incredulo», che «fatica a realizzare quello che è successo», che «non è presente a se stesso». Non sempre, perlomeno. Ieri dicono fosse già più sereno, come uno che s’è liberato di un peso. Ma fino alla notte precedente era stato soggetto a crisi di pianto che per lui sono una costante, ultimamente. Tutti lo hanno visto piangere in aula, quasi a singhiozzare, subito dopo aver pronunciato il breve discorso della fiducia al governo. Aveva pianto anche poco prima, al Senato, dopo un incontro con Nunzia De Girolamo, il ministro delle Politiche agricole.

Lei piangeva a dirotto, lui aveva a gli occhi arrossati. Ha pianto ancora più tardi, a Palazzo Grazioli, mentre incontrava alcuni dei suoi. Non era un pianto rabbioso. Non ha accusato nessuno di tradimento. Solo che è stanco, tutto gli pare così faticoso, si commuove con poco. In una delle tante riunioni delle scorse ore, un falco di quelli arrabbiati stava tenendo un’arringa sui traditori e sulla necessità spazzarli via, o qualcosa del genere, e Berlusconi lo ha interrotto: «Martedì notte, intorno alle due, Angelino è venuto a trovarmi a Palazzo Grazioli, e non per convincermi a votare la fiducia o per mettermi in guardia da qualcuno. Mi ha semplicemente detto delle cose che porterò per sempre nel cuore». Mentre lo diceva, gli tremava la voce.

Un taglio in tre anni per le tasse sul lavoro. L’articolo a firma di Alessandro Barbera:

Fra i ministri c’era chi aveva azzerato le agende, nelle stanze dei collaboratori circolavano persino gli scatoloni. Al Tesoro si preparavano a presentare la legge di Stabilità da dimissionari. In 48 ore è cambiato tutto: da ieri mattina il lavoro è ripreso di corsa per rispettare l’inderogabile scadenza del 15 ottobre. Un segno visibile è l’aver sbloccato una tranche da 1,8 miliardi per il pagamento delle fatture arretrate dei Comuni. Oggi stesso il consiglio dei ministri dovrebbe inoltre approvare il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.

Da quest’anno, come prevedono le nuove regole del «Fiscal compact» e del «two pack», entro il 15 ottobre i governi devono inviare le rispettive leggi di bilancio alla Commissione di Bruxelles e sottoporsi ad una complicata procedura coordinata. Venti giorni dopo la stessa Commissione presenterà le previsioni economiche, il 22 novembre l’Eurogruppo darà un giudizio su ciascuna manovra. Di qui in poi, se la Commissione riterrà una manovra poco credibile, avrà il potere di chiedere modifiche in ogni momento.

Il problema per i ministri è sempre lo stesso: dove reperire le risorse per fare ciò che si deve o vorrebbe fare. In 15 giorni Letta deve sistemare sia i problemi irrisolti sui conti del 2013 che programmare gli interventi del 2014. Resta anzitutto da coprire la seconda rata dell’Imu. Nel Pd si fa sempre più strada l’idea di farla pagare alle case di pregio e ai «finti» terreni agricoli: l’operazione potrebbe valere circa 800 milioni dei 2,4 miliardi di gettito previsto. Non sarà semplice convincere il Pdl o quel che ne resta, visto che a Natale occorrerà comunque pagare l’aggravio per la nuova e costosa Tares sui rifiuti. C’è sempre da varare la mini-correzione (1,6 miliardi) per rientrare nei parametri europei, ma in questo caso sarà sufficiente la vendita di un pacchetto di immobili del Demanio attraverso la Cassa depositi e prestiti.