Nella summa di Papa Francesco c’è la conversione del papato, Maurizio Caverzan sul Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Novembre 2013 14:06 | Ultimo aggiornamento: 27 Novembre 2013 14:06
L'analisi del Giornale

L’analisi del Giornale

ROMA – E’ il manifesto di Papa Francesco, l’Esor­tazione apostolica Evan­gelii gaudium, il documento programmatico del pontificato. Pastori e cristia­ni devono «raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo», scrive Francesco. Ma per questo è ne­cessaria una “conversione del papato” e l’attribuzione di un ruolo maggiore alle conferenze episcopali.Perché “un’eccessi­va centralizzazione» non aiuta la dinamica missionaria della Chiesa. Il cristianesimo non è un reticolato di precetti da im­porre a chi si avvicina alla fede. Certe norme e certe forme che non appartengono al nucleo del Vangelo possono valere per un tempo e non per un altro. “San Tommaso d’Aquino-scri­ve Bergoglio- sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli apostoli al popolo di Dio sono pochissimi”.

Citando sant’Ago­stino, notava che i precetti ag­giunti dalla Chiesa posterior­mente si devono esigere con moderazione “per non appe­santire la vita ai fedeli” e trasfor­mare la nostra religione in una schiavitù, quando “la miseri­cordia di Dio ha voluto che fos­se libera”. Sul terreno dell’eti­ca, poi, i vescovi non possono ta­cere, ma “una pastorale in chia­ve missionaria non è ossessio­nata dalla trasmissione disarti­colata di una moltitudine di dot­trine che si tenta di imporre a forza di insistere”. Tuttavia,sul­l’aborto “non ci si deve attende­re che la Chiesa cambi posizio­ne” perché c’è un legame diret­to tra “difesa della vita nascente e difesa di qualsiasi diritto uma­no”.

L’analisi di Maurizio Caverzan sul Giornale:

Nelle 220 pagine dell’Esorta­zione, Bergoglio tocca molti ar­gomenti, dalla richiesta ai go­vernanti di realizzare una rifor­ma della finanza nel senso del­l’etica agli eccessi di certe ome­lie troppo lunghe o altre che sembrano «uno spettacolo di in­trattenimento ».Ma è la«trasfor­mazione missionaria della Chiesa» ciò che sta più a cuore a Bergoglio, come dimostrano il tono vibrante e l’insistenza sul fatto che l’annuncio dev’essere rivolto a tutti (lo ha notato il mensile Vita , dopo Gesù, la pa­rola «tutto – tutti» è la più pro­nunciata in questo pontifica­to). «È vitale- scrive il Papa- che oggi la Chiesa esca ad annuncia­re il Vangelo a tutti, in tutti i luo­ghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e sen­za paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno». Per que­sto la Chiesa deve saper «pren­dere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lonta­ni e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi».
Ribadendo la sua preferenza per una Chiesa magari «acci­dentata » piuttosto che ripiega­ta e autoreferenziale, Bergoglio chiarisce anche la sua insisten­za sui poveri. «L’opzione per i poveri è una categoria teologi­ca prima che culturale, sociolo­gica, politica o filosofica. Dio ­continua, citando Wojtyla- con­cede loro “la sua prima miseri­cordia”. Questa preferenza divi­na ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere “gli stessi sen­timenti di Gesù”». Perciò,lungi da influenze politiche o ideolo­giche, l’impegno dei cristiani non consiste innanzitutto in for­me di assistenza. «Quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta al­l’altro “considerandolo come un’unica cosa con se stesso”», conclude citando san Tomma­so.
Insomma, sembra che, pri­ma di condannare la deriva edo­nistica del mondo moderno che pure c’è («Il grande rischio del mondo attuale è una tristez­za individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dal­la ricerca malata di piaceri su­perficiali, dalla coscienza isola­ta »), Francesco chieda un gran­de cambiamento alla cristiani­tà. A cominciare dal suo vertice. Cioè, in un certo senso, da se stesso. «Dal momento che so­no chiamato a vivere quanto chiedo agli altri devo anche pen­sare a una conversione del pa­pato. A me spetta, come Vesco­vo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evan­gelizzazione ». Già Giovanni Pa­olo II, ricorda Bergoglio, aveva chiesto nell’enciclica Ut unum sint di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del pri­mato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Tutta­via, osserva, «siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale».