Rassegna Stampa

Il superbollo è un flop. Ma ce lo teniamo stretto, Sandro Iacometti su Libero

Il superbollo è un flop. Ma ce lo teniamo stretto, Sandro Iacometti su Libero

Il superbollo è un flop. Ma ce lo teniamo stretto, Sandro Iacometti su Libero

ROMA – Più ci tassano e meno guadagnano ironizza Libero che poi accusa il governo: “Il superbollo è un flop. Ma ce lo teniamo stretto. La maggiorazione sulle auto più potenti ha fatto perdere allo Stato 140 milioni. Voci di cancellazione, poi il governo smentisce”.

L’articolo di Sandro Iacometti:

Malgrado il flop clamoroso il governo non sembra disposto a fare marcia indietro sul superbollo. Che la sovrattassa non avesse prodotto gli effetti sperati si era capito già da un po’. Il balzello era stato introdotto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel luglio 2011, con effetto ovviamente reotrattivo: 10 euro aggiuntivi per ogni kW di potenza del veicolo superiore ai 225 kW. Per non essere da meno il professore premier Mario Monti, nel famoso Salva Italia del dicembre 2011, non solo a confermato la stangata sulle auto di grande cilindrata, ma ha addirittura rincarato la dose, raddoppiando l’importo da 10 a 20 euro per ogni kW e abbassando la soglia di partenza da 225 a 185 kW. La misura avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato 168 milioni. Il risultato, come accaduto anche sulle accise, è stato catastrofico. Nel solo 2012 si è determinata una perdita complessiva, tra minori entrate fiscali e mancati introiti, di circa 140 milioni di euro. Nel dettaglio, lo Stato ha perso 93 milioni di gettito Iva e 13 di superbollo, le Regioni 19,8 milioni di superbollo, le Province 5,2 milioni di mancata Ipt e 9 milioni di addizionale Rc auto. Insomma, un bel capolavoro. Prevedere quello che sarebbe accaduto non era poi così difficile.

Nel 2012 lo Stato aveva incassato appena 23,5 milioni rispetto ai 115 attesi. Un misero 15%. Il primo effetto è stato quello sulle compravendite: nel 2012 le immatricolazioni di vetture con potenza superiore ai 185 kW sono crollate del 35% contro il 19,8% del mercato. Mentre i passaggi di proprietà per le stesse tipologie di auto si sono ridotti del 37%. Se la maggior parte delle persone ha semplicemente evitato di acquistare macchine troppo grandi, i più scaltri hanno adottato strategie alternative. Nel nord Italia, ad esempio, si è registrato un boom di falsi leasign di autovetture con targa tedesca o ceca date in noleggio da soggetti commerciali e utilizzate da clienti italiane. Con la conseguenza che oltre al superbollo, per lefinanze pubbliche sono venuti meno anche i pagamenti di Iva, Ipt, multe e addizionali locali. Altri hanno invece optato per la cosiddetta esterovestizione del veicolo. Ovvero radiare il mezzo per l’esportazione in Paesi Ue e poi farlo circolare tranquillamente sul territorio italiano. Il fenomeno è confermato dai dati sulle esportazioni, che hanno mostrato, nel 2012, volumi più che raddoppiati rispetto al 2011 (da 13mila a 29mila euro, +115%). E sulla base di questi numeri che tutte leprincipali associazioni della filiera automotive (Anfia, Aniasa, Assilea, Federauto, Unasca, Unrae) hanno da mesi avviato un pressing sul governo per ripensare il balzello. Sforzi che sembrava fossero finalmente riusciti ad ottenere un riscontro. Qualche tempo fa il viceministro dell’Eco – nomia, Luigi Casero, aveva evidenziato che il superbollo «è stato sbagliato e toglierlo costa pochissimo». E ieri è circolata la notizia che in un imminente incontro con rappresentanti del settore il governo avrebbe messo sul tavolo la questione. Magari già il prossimo 15 gennaio, quando il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, dovrebbe vedere tutte le associazioni dell’automotive, oppure la settimana successiva. La notizia di un apertura è stata accolta con soddisfazione da Scelta civica, con il responsabile delle politiche fiscali EnricoZanetti che si è però chiesto perché il governo abbia sempre bocciato gli emendamenti in tal senso presentati dalla formazione dei montiani alla legge di stabilità. La risposta è arrivata a stretto giro. Fonti del ministero dell’Eco – nomia hanno infatti fatto sapere che «non è allo studio alcuna norma per cancellare il superbollo». Esulta il piddino Ermete Realacci, che difende il balzello definendo del tutto «immotivata» la sua abolizione. Resta da capire quale sia il senso di una tassa che fa perdere soldi allo Stato, ma non è la prima volta, né sarà l’ultima.

Web tax e sigarette elettroniche, i dietrofront sulle tasse. L’articolo di Rita Querzé sul Corriere della Sera:

 «Dev’esserci uno scienziato pazzo a mettere a punto le alchimie del Fisco». Così ha diritto di pensare chi non segue il tira e molla quotidiano in materia di tasse e balzelli. L’ultimo caso è quello del bollo auto sui mezzi di lusso. Si toglie? Resta? Per ora l’unica certezza è che ne discuteranno venerdì al ministero dello Sviluppo i rappresentanti del governo con le associazioni dei costruttori.
A metà settembre il viceministro dell’Economia, Luigi Casero, aveva detto che la rimozione del superbollo era già al vaglio del governo: «E stato sbagliato metterlo e costa pochissimo toglierlo». Ora la sovratassa potrebbe avere vita breve. Potrebbe. Perché, quando si parla di imposte, l’indicativo non ha cittadinanza nel vocabolario.
Basti pensare alla vicenda dell’Imu. In teoria doveva essere cancellata, in pratica il 24 gennaio molti italiani dovranno pagarne un pezzo. Certo, anche su questo si può sperare in una retromarcia in extremis. E per restare nell’ambito delle tasse locali, che dire della Trise? Quanto inchiostro sprecato per spiegare il significato dell’acronimo. Poi la «tassa sui rifiuti e sui servizi» non ha mai visto la luce. Al suo posto è arrivata la Iuc, imposta unica comunale. C’è di buono, tanto per mantenere qualche punto di riferimento, che entrambe le tasse sono costituite da Tasi (imposta sui servizi indivisibili, come l’illuminazione pubblica) e Tari (tassa sui rifiuti). Peccato che l’anno scorso la Tari si chiamasse Tares. E nel 2012 Tarsu. Insomma, in Italia, in fatto di Fisco, gli acronimi resistono al massimo una primavera.
E che dire della Web tax? Sembrava cosa fatta. Obiettivo: fare in modo che i servizi di pubblicità e i link sponsorizzati online potessero essere acquisiti solo da soggetti con partita Iva. Invece all’ultimo si è trovata una soluzione di compromesso: l’applicazione della Web tax è rimandata al primo luglio 2014. Ovvio che una data scritta sulla sabbia della prossima estate può sparire in qualunque momento. Sei mesi in materia di Fisco sono un’eternità.
La vicenda delle slot machine insegna. A metà dicembre il governo intendeva ridurre i trasferimenti ai Comuni che riducevano il numero di macchinette mangiasoldi. Poi anche il premier Enrico Letta ha definito questo intervento un errore. E vai con l’ennesimo dietrofront. Altrimenti i Comuni virtuosi nella lotta al gioco d’azzardo sarebbero stati penalizzati.
La marcia indietro non c’è stata (anche se più volte annunciata e sperata dagli operatori del settore) sulla supertassazione delle sigarette elettroniche al 58,5%. A complicare la vita ai produttori, e soprattutto ai rivenditori di sigarette elettroniche, è anche l’obbligo, in vigore da inizio anno, del cosiddetto deposito fiscale sui prodotti da fumo.
Al capitolo «marce indietro» va aggiunta la vicenda della certificazione energetica degli immobili. La legge 90 del 4 agosto 2013 stabiliva che l’attestato di prestazione energetica dovesse essere allegato al contratto di vendita come ai nuovi contratti di locazione. Pena addirittura la nullità degli stessi contratti. Poi il decreto Destinazione Italia ha cambiato idea e ha stabilito che gli atti privi di certificazione energetica non siano annullati ma semplicemente «puniti» con una sanzione (dai tremila ai 18 mila euro).
Alla fine di questo excursus negli ultimi mesi di schizofrenia fiscale risultano chiare un paio di cose. La prima: «A parte i livelli del carico fiscale, indiscutibilmente elevati, l’incertezza è diventata un problema in più», fa presente Massimiliano Sironi, presidente della commissione Diritto tributario dell’Ordine dei commercialisti di Milano. La seconda: c’è retromarcia e retromarcia. Alcuni cambi di rotta (molto rari, per la verità) sono benvenuti, auspicati, attesi. Come quello che avrebbe dovuto evitare l’aumento dell’Iva dal 21 al 22% lo scorso ottobre. Peccato, è andata male. Certo, si potrebbe recuperare con una bella inversione a U che scongiuri il taglio delle detrazioni dal 19 al 18%. Parliamo di mutui, polizze vita, spese mediche che permettono di ridurre il conto della denuncia dei redditi. Ma per evitare «l’impatto» la macchina impazzita del Fisco ha tempo solo fino alla fine del mese.

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