Rassegna Stampa

Svalutare l’euro è indispensabile, Tino Oldani su Italia Oggi

Svalutare l'euro è indispensabile, Tino Oldani su Italia Oggi

Svalutare l’euro è indispensabile, Tino Oldani su Italia Oggi

ROMA – Svalutare l’euro è indispensabile scrive Tino Oldani: “Una richiesta sacrosanta, visto che l’euro è fortemente sopravvalutato e danneggia l’export dei paesi dell’eurozona (Italia in primis). Ma la Bce, per statuto, non ha alcun potere in materia. Si tratta di una anomalia unica al mondo, frutto dei compromessi che hanno condizionato la stesura dei Trattati europei di Maastricht e di Lisbona”.

L’articolo di Oldani su Italia Oggi:

Il risultato è un insulto al buon senso: la Bce non può prestare soldi agli Stati dell’eurozona, ma soltanto alle banche, e neppure può intervenire sul cambio.

Lo stesso presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, lo ha ammesso in un’intervista a Le Journal du Dimanche, che gli ha chiesto: «L’euro è apprezzato molto sul dollaro? Che cosa fate per abbassarlo e renderlo più competitivo?». Risposta: «Non voglio fare congetture sulla buona parità tra euro e dollaro. Non abbiamo obiettivi di cambio. Ma riconosco che un tasso di cambio elevato ha conseguenze sulla crescita e sull’inflazione in Europa». Tutto qui? Purtroppo sì. Di fronte ai diktat di Berlino, che nei Trattati ha imposto alla Bce di occuparsi solo di inflazione e prezzi, e di niente altro, anche un banchiere preparato come Draghi, forte di una lunga esperienza sul campo, è costretto a fare la figura di un Ponzio Pilato qualsiasi. Ma come? Se neppure il presidente della Bce può fare «congetture» e dire cosa pensa del cambio dell’euro, a chi mai dovrebbero rivolgersi i 330 milioni di europei dei 18 Paesi dell’eurozona per avere lumi sulla loro moneta e sentirsi tutelati?

E poiché è lo stesso Draghi a riconoscere che la Bce «non ha obiettivi di cambio», è del tutto evidente che la richiesta del manifesto di Savona coglie un obiettivo strategico quando propone di attribuire alla Bce perlomeno il compito di intervenire sul cambio, un potere che hanno tutte le Banche centrali del resto del mondo proprio per aggiustare il valore della moneta da loro emessa, e adeguarlo all’andamento dell’economia. In Europa, invece, il vuoto di potere della Bce in materia di cambio ha provocato un duplice paradosso. mentre l’economia della maggior parte dei Paesi dell’eurozona è in crisi, l’euro è sempre più una moneta forte.

Nel 2013 tutte le monete del mondo si sono svalutate rispetto all’euro: il dollaro Usa del 4,2%, lo yen giapponese del 22%, la sterlina inglese del 3%, perfino il rublo russo è sceso del 13%. Non solo. Il secondo paradosso è che, a determinare il tasso di cambio della moneta comune europea, non è la Banca che la emette, ma le Banche centrali delle monete concorrenti, che finora hanno avuto buon gioco nella svalutazione competitiva delle loro valute (soprattutto la Fed Usa con il dollaro, che ha iniettato sul mercato mille miliardi di dollari in un anno), favorendo così l’export dei loro Paesi a danno di quelli europei. E l’Italia è il Paese europeo che ha pagato il prezzo più elevato. Basti ricordare che il nostro Paese (dati Eurostat 2012) vende, al di fuori della zona euro, il 59 per cento del suo export totale. E non poche aziende di eccellenza (Luxottica e Technogym, per esempio) vendono all’estero il 90 per cento della loro produzione.

Ma quale potrebbe essere una valutazione corretta dell’euro? Nonostante il silenzio della Bce, gli studi in materia abbondano. La Morgan Stanley, partendo da un cambio euro-dollaro di 1,33 per l’insieme dell’eurozona, ha ammesso di recente che l’Europa monetaria è divisa in due grandi aree, una forte e una debole: così per la Germania sarebbe più corretto un cambio dollaro-euro pari a 1,53, mentre per l’Italia si dovrebbe scendere a 1,19. Il Fondo monetario in un suo Rapporto è arrivato ad auspicare una svalutazione del 10 per cento dell’euro per il nostro Paese. E il centro Studi della Confindustria ha calcolato che «il tasso di cambio in termini reali, cioè in termini di costo del lavoro per unità di prodotto nonché di potere d’acquisto, è peggiorato del 40 percento in Italia rispetto alla Germania, a far data dal 1997, anno di nascita dell’euro» (la cui introduzione fu successiva, a partire dal 2002). Si tratta di ben quaranta punti di rivalutazione monetaria che per molte imprese manifatturiere del Made in Italy hanno significato la perdita totale di competitività non solo con la Germania, ma anche con il resto del mondo, fino al fallimento e alla chiusura di molti stabilimenti industriali.

Con tutto quello che segue: disoccupazione di massa, calo delle esportazioni e dei consumi, perdita di pil, cioè meno ricchezza nazionale. Uno scenario che ha il sapore di una beffa atroce quando i teorici dell’austerità e dei «compiti a casa», da Bruxelles a Roma, lo presentano come uno dei prezzi da pagare (insieme al taglio delle pensioni, della sanità e dell’istruzione) per aggiustare i conti pubblici e restare in Europa. Ecco perché la riforma dei Trattati europei auspicata dal manifesta di Paolo Savona su ItaliaOggi, per conferire alla Bce «il potere di intervenire sul cambio», non solo è giusta, ma necessaria e più urgente che mai. Certamente più urgente di tante bagatelle (come nozze gay e la riforma elettorale) intorno alle quali si sta accapigliando in Italia una classe politica che sembra avere smarrito il senso della realtà e del bene comune, oltre alla capacità di difendere l’interesse nazionale

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