Rassegna Stampa

Svizzera chiude agli immigrati; Evasione Cutrì: rassegna stampa 10 febbraio

Svizzera chiude agli immigrati; Alfano; Evasione Cutrì: rassegna stampa 10 febbraioROMA – La Svizzera chiude agli immigrati. Il Corriere della Sera: “Gli elettori svizzeri hanno detto «sì» all’introduzione di tetti e quote agli ingressi di immigrati nel Paese”.

La Svizzera sceglie di chiudere i confini: tetto agli immigrati Ue. L’articolo del Corriere della Sera a pagina 2:

La freccia dell’immigrazione spacca a metà la mela di Guglielmo Tell. Con una strettissima maggioranza, ma contraddicendo le previsioni della vigilia, l’elettorato svizzero ha detto sì all’introduzione di tetti e quote all’arrivo di immigrati nel paese. Al referendum di ieri la proposta dell’Udc, partito della destra conservatrice, è passato per un soffio, il 50,3% dei voti che equivalgono a un margine di appena 19mila schede. Il pronunciamento del popolo sovrano obbliga adesso il governo e il parlamento di Berna (che avevano espresso parere contrario all’iniziativa) a rimettere in discussione entro tre anni i trattati sulla libera circolazione delle persone sottoscritti con la Ue solo pochi anni fa e dunque a innalzare nuovamente barriere ai confini tra la Confederazione e il resto del continente.

Una decisione che all’apparenza cammina contro la storia ormai avviatasi lungo la strada della globalizzazione ma che si spiega alla luce di alcuni dati. In Svizzera il 23% dei residenti è ormai straniero, la più alta percentuale dell’intera Europa, contro il 7% dell’Italia . A ciò va aggiunta la quota di lavoratori pendolari che ogni giorno varcano la frontiera, provocando il crollo dei salari sul mercato del lavoro ma soprattutto generando insicurezza sulla tenuta dell’intera «isola felice» delle Alpi. Quest’ultimo aspetto riguarda da vicino l’Italia, da cui partono ogni giorno 60mila lavoratori impiegati a nord di Chiasso.

Non è un caso che proprio il Canton Ticino abbia registrato la più alta percentuale di consensi al referendum di ieri, addirittura il 68%. I sì sono passati in tutti i cantoni di lingua tedesca con l’eccezione dei grandi centri (Zurigo e Basilea) mentre i voti nelle aree francofone sono stati di segno opposto.

In teoria il voto di ieri non avrà conseguenze immediate sugli stranieri residenti nella Confederazione né sui lavoratori italiani del Ticino ma una ripercussione di natura politica e diplomatica l’ha già provocata. Bruxelles non ha infatti tardato a manifestare la sua irritazione. «Il voto va contro il principio della libertà di movimento delle persone, ne esamineremo attentamente le implicazioni» ha avvertito il portavoce della commissione Olivier Bailly ricordando che Berna ha sottoscritto nel 1999 un accordo globale con la Ue su una serie di temi che ora potrebbero essere rimessi in discussione nel loro complesso, aprendo un vero e proprio «vaso di Pandora» nei rapporti tra la Comunità e Berna. «Il voto rischia di essere sfruttato dai movimenti populisti in vista delle elezioni europee di maggio» ha detto da parte sua il presidente dell’Europarlamento Martin Schultz.

Italiani rassegnati: il vento era cambiato. L’articolo a firma di Claudio Del Frate:

Visto da piazza della Riforma, dalla sponda del lago riscaldata dal sole, il voto con cui gli svizzeri (e i ticinesi in particolare) hanno detto sì all’introduzione di limiti all’immigrazione non ha nulla di sorprendente. Ma anche spostandosi poco più a sud e riattraversando la frontiera di Chiasso, il responso di ieri non è giunto inatteso. «Gli italiani che lavorano al di là della frontiera lo avevano capito da tempo che sarebbe andata così. Stavamo esercitando troppa pressione sul loro sistema; e ancora una volta abbiamo sottovalutato la situazione»; la ricerca del perché il 68% dei ticinesi voglia mettere le distanze tra sé e i «cugini» lombardi deve partire dalle parole di Giovanni Moretti, comasco, che di mestiere fa il consulente per le imprese che lavorano al di qua e al di là del confine italo — elvetico. «Se ai 60mila frontalieri che ogni giorno partono dalla Lombardia e dal Piemonte — racconta — aggiungiamo i 90mila stranieri residenti stabilmente in Ticino, su una popolazione di 330mila abitanti, ne esce un dato inequivocabile: ogni 3 svizzeri che vivono qui, ci sono 2 immigrati. Provate a immaginare cosa accadrebbe se una proporzione del genere si riproducesse in Italia. Detto questo, tutti speravamo che l’esito del referendum fosse ben diverso». «Anche i miei contatti mi dicevano che tirava una brutta aria — ammette Claudio Pozzetti, componente del consiglio per gli italiani all’estero e per anni rappresentante sindacale dei frontalieri —. Ma adesso Bruxelles non può stare a guardare: se la Svizzera dovesse assumere decisioni contrarie ai trattati comunitari che danneggiano la libera circolazione delle persone bisognerà intervenire subito».

Ma i vincitori della tornata referendaria di ieri non lasciano cadere del tutto il ramoscello d’ulivo. «Gli italiani che già oggi lavorano da noi non hanno nulla da temere e non verranno cacciati. Ma su eventuali nuovi arrivi saremo intransigenti, fin da subito» ammonisce Pierre Rusconi, parlamentare dell’Udc, il partito che ha condotto al successo la consultazione smentendo ogni pronostico. Una cosa però Rusconi la mette in chiaro fin da subito: «Berna ha tre anni di tempo per rinegoziare gli accordi con Bruxelles ma non lasceremo di certo passare così tanto tempo. Incalzeremo il governo perché si giunga il prima possibile a un nuovo trattato ma qui, in Ticino, faremo scattare immediatamente controlli sui cantieri, alle frontiere. Vogliamo il rigoroso rispetto delle norme da parte di chi viene a lavorare da noi».

Alfano rilancia il Letta bis «Altrimenti non ci stiamo». L’articolo a firma di Marco Galluzzo:

“Preparatevi a tutto, «Letta e Renzi non hanno alcun tipo di accordo». Socio di minoranza del governo, vicepremier, ministro dell’Interno, interessi politici convergenti con quelli del presidente del Consiglio, Angelino Alfano ha nelle ultime ore allertato i ministri del Nuovo centrodestra presenti nell’esecutivo.

L’ex delfino del Cavaliere sperava che l’iniziativa politica di Letta, la mossa di non attendere il Pd su un programma di rilancio della maggioranza, fosse il preludio di una possibile intesa e la conseguenza di un abboccamento di massima. Ieri ha constatato che non è così: il rischio molto concreto è quello di una crisi al buio, di «un terremoto politico» in grado di buttare al vento il lavoro fatto finora da questo governo.

Ovviamente Alfano ha un giudizio diverso da Renzi sull’efficacia del gabinetto Letta, sugli obiettivi di medio periodo per rilanciare l’economia. È convinto che a Palazzo Chigi non debba esserci un cambio di guardia, ma è letteralmente sconcertato dallo stato delle cose nel partito democratico: lo scontro fra Renzi e Letta e il rischio che questo pregiudichi la legislatura lo ha indotto ad assumere una posizione molto netta con il suo premier.

Al presidente del Consiglio Alfano ha chiesto due cose. Primo: un accordo alla luce del sole con Renzi, perché «non siamo noi a doverlo fare, non siamo noi il tuo partito», ragionamento che sembra rimarcare una certa timidezza del presidente del Consiglio. Secondo: un passaggio di discontinuità molto chiaro, un vero e proprio Letta bis. «Altrimenti noi non ci stiamo», è stata la conclusione.

E se questo non bastasse ci si aggiunge anche la legge elettorale: Alfano conosce bene il partito da cui proviene, Forza Italia, e intravede a Montecitorio movimenti che rischiano di compromettere la fragile intesa prodotta da Berlusconi e dal segretario del Pd. Alcune componenti del partito del Cavaliere, secondo il vicepremier, potrebbero essere tentate da un’operazione di sabotaggio delle nuove norme. Magari dietro la regia di quella vecchia guardia del partito che non si arrende al ricambio generazionale che Berlusconi sta cercando di imporre.

«Ma chi me lo fa fare?» Il segretario allontana l’ipotesi della staffetta. L’articolo a pagina 5 del Corriere della Sera:

«Ma chi me lo fa fare?». Matteo Renzi si esprime così, in un’intervista che andrà in onda oggi ad Agorà . Il riferimento è alla staffetta, metafora sportiva che indica la possibilità di andare al governo al posto di Enrico Letta, senza passare dalle urne. Una possibilità che i fedelissimi del segretario del Pd continuano a escludere, ma che rimane nel novero delle tre opzioni possibili e che anzi con il passare dei giorni prende forza. La palla, però, resta per ora nel campo di Enrico Letta, che ha annunciato di voler «sbloccare» la situazione e di voler incontrare il capo dello Stato. Oggi e domani saranno giornate cruciali per le sorti del governo e non è escluso che Letta e Renzi possano incontrarsi per un faccia a faccia.

Al programma di RaiTre Renzi spiega: «Sono tantissimi i nostri che dicono: ma perché dobbiamo andare al governo ora? Ma chi ce lo fa fare? Ci sono anch’io tra questi, nel senso che nessuno di noi ha mai chiesto di andare a prendere il governo». Parole che sono in linea con il no che arriva da altri esponenti vicini al segretario. Come Maria Elena Boschi: ««Il mio augurio è che Renzi diventi presidente del Consiglio attraverso l’investitura popolare. In questa fase abbiamo la necessità di procedere speditamente sul piano delle riforme». Ancora più duro Davide Faraone, responsabile del Welfare della segreteria: «Chi propone Matteo premier, lo fa con lo spirito di quei democristiani che volevano far fuori un leader e lo promuovevano a Palazzo Chigi».

Ma, nell’attesa di una mossa di Letta, sono in pochi a credere che si possa andare avanti così. Per Andrea Marcucci «il governo deve uscire dal guado in cui è finito, spesso per errori che potevano essere evitati. Impossibile continuare a galleggiare. Se non c’è una svolta, non sarebbe un’eresia ammettere la svolta e andare alle urne». Michele Anzaldi ha un quadro molto negativo del governo: «Mi sembra che la benzina sia davvero finita. Troppe cose da fare e troppo immobilismo. È tutto fermo, dal nodo Rai alle nomine degli enti, all’economia. O Letta fa una virata epocale, oppure mi pare complicato dire no alla prospettiva di Renzi al governo: per la prima volta c’è un coro unanime per chiederglielo».

Anche la minoranza del Pd chiede al premier di smuovere le acque. In questo caso però le subordinate si riducono a due: escluso il ricorso a elezioni, Gianni Cuperlo vorrebbe un Letta bis o un intervento di Renzi: «Non bastano dei correttivi, serve una ripartenza vera e coraggiosa. Letta deve dire se è in grado di farlo, anche con un atto di coraggio e radicalità sui contenuti. Mi auguro che sia nella condizione di prendere una iniziativa ed essere lui alla guida della ripartenza del governo». Se così non fosse, chiarisce, «il segretario del principale partito che sostiene questo governo faccia una proposta alternativa e noi saremo responsabili». Cesare Damiano è ancora più esplicito: «Renzi si assuma una responsabilità diretta».

Cutrì nel covo senza acqua né luce preso all’alba con la pistola carica tutti i passi falsi della “gallina nera”. L’articolo di Repubblica a firma di Paolo Berizzi:

Dormiva vestito “gallina nera”, sui massetti di cemento. Per giaciglio un tappeto di cartoni intrisi di olio e sugo di pomodoro e i cuscini del divano; la Magnum 357 con i colpi in canna; sparse ovunque confezioni di pasta e scatolette di cibo e pagine dellaPrealpina sulla sua non irresistibile fuga. Finita molto prima di quanto doveva durare. Quando alle 2.35 di notte i Rambo del Gis piombano nel covo di Inveruno e lo abbagliano con le granate accecanti, Domenico Cutrì si era coricato da un paio d’ore. Con il suo ultimo complice e amico di infanzia, Luca Greco, uno che per coprirlo si era già beccato una condanna a tre anni, hanno chiuso il sesto giorno di latitanza scaldando ali di pollo in un fornelletto da campeggio, rollando una canna e ascoltando dalle brandine i rumori intorno. Cani braccati. Cani rabbiosi e disperati. C’erano dei cani, veri, e abbaiavano, anche a Cellio, nel vercellese, dentro e fuori il penultimo covo abbandonato in fretta e furia dalla banda martedì. Perché «Cutrì si era incazzato, e lì non si sentiva sicuro».

Ma questa volta i cani sono loro:Mimmol’evaso in fuga, infine rintanato in un trilocale a due passi dalla casa di famiglia a Inveruno, e Luca che è uno dei sette del commando di Gallarate. Uno dei sette — otto con Carlotta Di Lauro, l’unica donna — che per amicizia, amore, paura, prestigio, accettano di entrare nel Romanzo criminale casereccio dei fratelli Cutrì. Mimmo e Nino. Nino che venerava Mimmo ed è morto per liberarlo nella sparatoria con le guardie carcerarie. Dice l’investigatore: «Due criminali carismatici e violenti che si atteggiano a boss». E della banda: «Pensavano di diventare la Uno Bianca, ma senza essere poliziotti ». L’hanno pensato per sei giorni. Sei giorni durante i quali le speranze dell’ergastolano Domenico Cutrì detto “gallina nera” — lo chiamano così i suoi complici intercettati al telefono — si sfaldano come i pezzi del suo esercito un po’ raffazzonato. Fino alloshow down di sabato notte.

Sono trascorse 130 ore dalla sanguinosa evasione di fronte al tribunale di Gallarate. Contate otto secondi. Tanto dura il blitz delle teste di cuoio del Gruppo Intervento Speciale dell’Arma. Otto secondi e Cutrì, che sta dormendo, forse lessato dalla marijuana, non ha nemmeno il tempo di muovere un muscolo: quando si accorge di cosa sta succedendo è già pancia a terra, i ferri ai polsi, ancora rintronato dalle flashbang dei commandos d’assalto. «Un’operazione chirurgica», dice il comandante del Ros di Milano, Giovanni Sozzo.

I carabinieri di Gallarate, Varese e Milano — coordinati dal pm di Busto Arsizio Raffaella Zappatini — individuano l’ultima tana di Cutrì tra giovedì e venerdì. Via Villoresi è il terzo covo utilizzato dalla banda dopo l’evasione. Il terzo in meno di una settimana. Ma è un “ripiego”. Non era previsto che l’evaso finisse a Inveruno. L’appartamento — offerto dall’imprenditore Franco Cafà, amico di famiglia dei Cutrì, anche lui arrestato — è un fuoriprogramma imposto dagli eventi. Prima la morte di Nino, il capo del gruppo. Poi la “disfatta” di Cellio, il paesino sui monti in provincia di Vercelli. Doveva essere più di un rifugio. Nei piani era una sorta di buen retiro della banda: un posto dove stabilirsi a lungo, da dove “ripartire” cambiando identità e iniziando una seconda vita criminale puntellata — è l’ipotesi degli investigatori — da rapine e colpi tra Lombardia e Piemonte. A dicembre 2013 Carlotta Di Lauro, fidanzata di Antonino “Nino” Cutrì, risponde a un annuncio di affitto utilizzando una falsa identità. «Vado a vivere in montagna — dice alla madre — ho trovato casa là, è un posto tranquillo, staremo bene (lei e il figlio di 5 anni,ndr.)».

Anno 2014, fuga dei prof dalla scuola “Siamo stufi, mandateci in pensione”. L’articolo di Repubblica a firma di Salvo Intravaia:

Boom di pensionamenti in arrivo nella scuola. Nonostante la riforma Fornero abbia bloccato in cattedra tantissimi insegnanti pronti a passare la mano ai più giovani, si profila un consistente incremento di uscite dal lavoro a partire dal primo settembre 2014. I dati, che Repubblica è in grado di anticipare, sono ancora provvisori ma in ogni caso abbastanza significativi per descrivere la voglia che hanno gli insegnanti italiani di gettarsi alle spalle un lunghissimo periodo di lavoro nelle classi senza troppe soddisfazioni, almeno dal puntodi vista economico. E per presentare domanda ci sarà tempo ancora fino al 14 febbraio, giacché il termine dello scorso sette febbraio è stato prorogato.

L’anno scorso, quando la riforma del governo Monti sulle pensioni fece crollare i pensionamenti nelle scuole, gli insegnanti che abbandonarono la cattedra furono appena 10.860. Quest’anno, stando alle anticipazioni provenienti dagli uffici di viale Trastevere, saranno parecchi di più se sul finire della scorsa settimana le domandeonline inoltrate avevano già superato le 12mila e 500 unità. Con un incremento del 15 per cento che potrà soltanto incrementarsi visto che il precedente termine del 7 febbraio per inoltrare le domande è stato prorogato al 14 febbraio prossimo.

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