Svizzera, referendum anti immigrati. Nel 1963 gli italiani là vivevano così

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 febbraio 2014 8:09 | Ultimo aggiornamento: 10 febbraio 2014 21:04

ROMA – Italiani e immigrati in generale in Svizzera, i tempi non sono dei migliori dopo che nel referendum voluto dalla destra ha vinto la linea del tetto al numero degli ingressi.  Ma la Svizzera, negli anni per gli italiani è stata una specie di eden in cui cercare riscatto, condizioni di vita migliori, stipendi adeguati.

Così,  la Stampa, nel 1963 raccontava una domenica degli italiani in Svizzera. A dominare nel racconto dell’estensore dell’articolo è una sorta di ossessione comunista. Gli italiani in Svizzera vengono quasi tutti dal sud e sono quasi tutti comunisti. E cbi non lo è lo diventa.

 Nei pomeriggi domenicali, Berna si abbiglia all’italiana. Seduti sulle panchine dei giardini pubblici, i giovanotti in casacche rosse e azzurre, ammirano le ragazze ohe passeggiano in abiti fasciami e scollati. Echeggiano galanterie in dialetti disparati, pugliese e siciliano, calabrese e napoletano, creando un’atmosfera da sagra paesana meridionale che sotto i grandi alberi già folti di malinconie autunnali, fra la gelida compassatezza degli svizzeri, assume l’aspetto impertinente di un balletto grottesco. Non è facile immaginare il meridionalissimo “struscio”, la passeggiata domenicale ricca di sottintesi, con’rapidi sfioramenti di corpi giovani, nella Svizzera dell’efficienza, della precisione, del puritanesimo (sia pure solo apparente) ma i nostri emigranti sono riusciti a trapiantarlo con disinvolta facilità.

E’ doveroso riconoscere che i nostri connazionali finiscono per ottenere ciò che desiderano in questa Svizzera apparentemente arcigna, ma di manica decisamente larga. Riescono persino a dichiararsi comunisti senza avere fastidi, in un Paese che ha cancellato dal proprio vocabolario la parola comunismo. I tesserati e simpatizzanti per la falce e martello sono numerosissimi tra i nostri emigranti; stabilire guanti siano non è agevole, le  autorità federali elvetiche stimano che la cifra si aggiri sui duecentomila, cioè oltre un terzo dei lavoratori italiani.

Accertare quali cause facilitino una cosi massiccia adesione al comunismo è impresa ardua, e non basta a spiegarla l’abile propaganda svolta senza sosta dagli attivisti che lavorano qui, o che vengono direttamente dall’Italia. Arrivando in Svizzera, i nostri lavoratori trovano condizioni favorevolissime, soprattutto sotto l’aspetto economico.

Guadagnano salari che non avrebbero mai sperato (non sono pochi gli emigranti che, detratte le loro spese, mandano settantamila lire al mese alle famiglie rimaste in Italia); hanno dinanzi agli occhi gli esempi quotidiani di un Paese che ha realizzato un altissimo livello di benessere con un’equa distribuzione della ricchezza e leggi sociali ammirevoli, da cui anch’essi traggono vantaggio, attraverso una economia liberistica e forme democratiche di governo.  

Ciò dovrebbe indurli a pensare che la democrazia, come la intendiamo in Occidente, è la condizione migliore per realizzare la giustizia sociale; invece, dopo due mesi di soggiorno in Svizzera, se già non lo erano, diventano comunisti. Conversando con molti connazionali, dopo aver esaurito il capitolo sugli attriti con gli svizzeri, domandavo quali idee politiche professano, ed i comunisti non esitavano a dichiararsi tali.

Passeggiando in un giardino pubblico, ho conosciuto quella che si può definire una bella famiglia: padre e madre ancora validi con un bimbetta di tre anni e, sulla panchina accanto, tre figli tra 4 ventidue ed i ventisette anni. Ogni fine settimana portano a casa quattro salari; mi hanno detto di abitare in un discreto alloggio, vestono con ricercata proprietà, hanno l’automobile, e non è un’utilitaria.

I tre figli, ed il padre sono’ comunisti, anche se sono economicamente soddisfatti. Gli ho domandato le cause della loro convinzione politica e questa è la risposta. “Perché questo benessere abbiamo dovuto cercarlo in Svizzera; a Catania non l’avevamo e finora nessun governo italiano ha tentato di darcelo”. Fin qui siamo nell’area della propaganda svolta dagli attivisti comunisti i quali sorvolano con disinvoltura sulle differenze sostanziali tra la Svizzera e l’Italia ed affermano che soltanto il comunismo può realizzare a casa nostra una giustizia sociale di tipo svizzero dando lavoro ben retribuito a tutti.

La prima risposta sull’argomento, era pressoché identica per tutti coloro che ho avvicinato, ma allargando la conversazione avvertivo un fondo di mal represso rancore emergere quasi inconsciamente da un confuso sentimento di reazione ad un ordine considerato ingiusto. “Quando lanceranno bombe atomiche sulle industrie dell’Alta Italia e le ricostruiranno nel Meridione” mi disse convinto un leccese. Gli fece eco un uomo di Reggio Calabria: “Devo abbandonare casa, moglie e figli per cercare lavoro a Torino, Milano, in Svizzera o in  Germania. Non ho il diritto di vivere a casa mia anziché fra gli svizzeri che mi trattano da nemico”.

Altri emigranti esprimevano idee diverse: “La colpa delle nostre divergenze con gli svizzeri è dei siciliani, dicevano; sono tutti comunisti”. E’ una affermazione sommaria ed inesatta (ho incontrato numerosi siciliani non comunisti) ma con un fondo di verità. Arrivando in Svizzera, molti emigranti provenienti dalla Sicilia Occidentale si sentono « liberati » dalla mafia, dal gabellotto, dal barone, dal parroco che li intruppavano  in clientele elettorali, e reagiscono in forma violenta, diventando comunisti per dispetto più che per convinzione politica; l’ideologia marxista è totalmente estranea alla loro conversione.

I contrasti con la popolazione svizzera generati da mentalità, usi e costumi che sono agli antipodi, da carenze nell’organizzazione, soprattutto nelle abitazioni per gli emigranti, deplorevoli anche se dovute all’urgenza di sistemare una così grande massa di persone, sono stati spostati dagli attivisti, comunisti sul piano politico. “Noi soltanto, dicono, possiamo imporre agli svizzeri di trattarvi da uomini” e accusano le autorità elvetiche di una caccia ai comunisti, colpevoli soltanto di proteggere gli emigranti.

Gli svizzeri non hanno mai fatto discriminazioni politiche, tranne quando gli attivisti  hanno esagerato creando disordini, incitando a scioperi ingiustificati e condannati dalle organizzazioni sindacali elvetiche esigentissime nel difendere i diritti dei lavoratori, o esercitavano pressioni per rifilare anche agli operai italiani che non volevano saperne, la tessera con falce e martello. In Svizzera è bandita la parola comunismo, ma esiste il parti du travati il cui marxismo è più estremista di ‘ quello professato dai comunisti nostrani. E’ un partito con scarsissimo seguito, il suo giornale La voix ouvrière non arriva alle cinquemila copie e non spaventa le autorità elvetiche sollecite nel difendere la loro stabilità politica, economica e finanziaria. 

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