Rassegna Stampa

Tariffe servizi cresciute del 50% in 10 anni: Roma la peggiore in Ue

Tariffe servizi cresciute del 50% in 10 anni: Roma la peggiore in Ue

Tariffe servizi cresciute del 50% in 10 anni: Roma la peggiore in Ue

ROMA – Le tariffe dei servizi in Italia sono cresciute del 49,2% negli ultimi 10 anni. Un dato tre volte superiore alla media europea del 14,9%. E alla città di Roma spetta il “primato” di peggiore in Ue. La Capitale infatti si posiziona nella classifica di efficienza dei servizi erogati in rapporto alle tariffe pagate 81° su 83 città tra i 30 Paesi Ue più Turchia, Islanda, Norvegia e Svizzera.

I dati sono relativi all’inchiesta Eurobarometro, indagine che si basa sui dati del 2013, scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera:

“Altro dato avvilente: fra le 83 città prese in esame, Roma occupa la casella numero 81. La capitale italiana è dunque la peggiore delle capitali europee per qualità dei servizi locali: trasporti pubblici, pulizia delle strade, rifiuti urbani. Napoli e Palermo sono al numero 82 e 83, ma neanche le città del Nord brillano. L’inchiesta, che si basa sui dati del 2013, segnala che negli ultimi dieci anni le tariffe delle nostre città sono cresciute del 49,2 per cento a fronte del 14,9 europeo”.

E se Roma è la peggiore, le città al Nord non brillano:

 “Non che le nostre città del Nord brillino particolarmente, considerando che Bologna galleggia a metà classifica (posizione numero 39), mentre Verona e Torino non raggiungono nemmeno la mediocrità (rispettivamente ai posti 45 e 52). Ma la differenza fra le aree del Paese, come sottolineano i numeri contenuti nel documento della Confartigianato, è comunque talmente macroscopica da non poter essere trascurata!.

Il confronto tra la qualità del servizio offerto, si tratti di smaltimento dei rifiuti, forniture di gas, acqua ed elettricità o ancora i trasporti pubblici, e quanto pagato è deludente anche secondo i dati misurati da Ref Ricerche per Indis Unioncamere e Istat:

“A Trento, per esempio, il prezzo è inferiore del 14,8 per cento alla media nazionale mentre l’indice di soddisfazione è superiore del 53,7 per cento. Così a Milano, dove a un costo più basso del 17,5 per cento corrisponde un maggior gradimento del 24,5 per cento rispetto al dato medio italiano. All’opposto troviamo invece Cagliari, dove le tariffe per le piccole imprese sono più alte del 37,8 per cento nonostante un livello di soddisfazione inferiore di ben il 58,4. E Palermo, con prezzi più salati del 17,3 e un gradimento più basso del 55,4 per cento rispetto alla media. E Roma: tariffe più 7,3 e soddisfazione meno 17,6”.

E in Italia negli ultimi 10 anni si paga di più per avere meno:

“Negli ultimi dieci anni il costo dei servizi pubblici locali non energetici (le forniture di gas e luce sono fortemente influenzate dai prezzi delle materie prime) è aumentato in Italia del 73,3 per cento, a fronte di un’inflazione del 24,1. Il rincaro reale è stato perciò del 49,2 per cento, quasi tre volte e mezzo la crescita del 14,9 per cento registrata al netto dell’inflazione nei 17 Paesi dell’euro: di cui siamo quindi in larga misura responsabili proprio noi”.

Tariffe alte e che, spiega Rizzo, nulla hanno portato comunque nelle tasche delle imprese:

“Lo studio della Confartigianato mostra che nel 2011 delle 6.151 imprese controllate da Regioni, Province e Comuni soltanto 2.879 (meno della metà) hanno chiuso il bilancio in utile, mentre 1.249 hanno archiviato l’anno in pareggio e le restanti 2.023 hanno presentato conti in rosso. E che rosso: in media un milione 94.768 euro ciascuna, per un totale di due miliardi 225 milioni. Somma tale da azzerare il miliardo e 413 milioni di utili realizzati dalle aziende pubbliche profittevoli (mediamente 490.815 euro ognuna di esse), facendo così gravare sulla collettività una perdita netta di 802 milioni”.

Intanto la spesa sale e anche il costo per lo Stato:

“Nel 2011 la loro spesa consolidata ha raggiunto 65,5 miliardi di euro. È il 4,2 per cento del Prodotto interno lordo, contro il 2,2 per cento del 1998. Con punte vertiginose. Nel Lazio il peso delle imprese pubbliche locali sull’economia regionale è salito in tredici anni dall’1,7 al 4,3 per cento. In Veneto, dall’1,5 al 4,7. In Emilia-Romagna, dal 3 al 6,8 per cento. Nella Provincia autonoma di Trento, dal 4,7 al 10,3. Nella Valle D’Aosta, dal 2,9 al 14,3. Sono dati che spiegano molte cose. Per esempio, la crescita del numero degli addetti, che ha raggiunto quota 212.921: più 7.545 dipendenti soltanto nel 2010, lo stesso anno in cui il personale delle amministrazioni locali si riduceva di 13 mila unità e le imprese controllate dallo Stato ne perdevano 4.830”.

E il trasporto pubblico urbano è quello che offre il peggio al prezzo più caro:

“il costo per chilometro va da un minimo di 1,48 euro in Umbria fino a 4,42 in Lombardia, 5,16 in Sicilia, 7,14 in Campania e 7,40 nel Lazio, dove la sola municipalizzata romana (Atac) ha quasi 12 mila dipendenti. E sono sempre gli autisti umbri quelli che percorrono più chilometri in un anno: mediamente 54.749. Nel Lazio ogni addetto alla guida ne fa invece 31.543 e in Lombardia 29.629, ma in Campania si scende a 19.170, per toccare il fondo in Sicilia con 17.210”.

 

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