Tasse. Uccidono la fiducia degli italiani. Dario Di Vico: 6 su 10 non ci credono

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Aprile 2015 11:45 | Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2015 11:45
Tasse. Uccidono la fiducia degli italiani. Dario Di Vico: 6 su 10 non ci credono

Tasse

MILANO – Gli italiani “non credono nella ripresa imminente”, informa Dario Di Vico sul Corriere della Sera, a causa di fue “fattori prevalenti: l’andamento delle tasse e le dinamiche del mercato del lavoro”.

Dario Di Vico si basa su un sondaggio della Ixè di Roberto Weber:

“il 63% dei nostri concittadini non vede i segnali di un’inversione di tendenza e continua a pensare che il tunnel della crisi sia ancora lungo. I risultati del sondaggio, in prima battuta, sembrano contraddittori rispetto a quanto sostengono molti tra economisti e banchieri che in ripetute occasioni hanno illustrato una tesi più rosa. Ma mentre il giudizio degli addetti ai lavori si basa sui vantaggi che cominciano a riflettersi sull’economia per alcune variabili macroeconomiche (prezzo petrolio, svalutazione euro ed effetti del quantitative easing ), gli italiani si basano sull’osservazione concreta dell’ambiente attorno a sé e ne ricavano per l’appunto che la ripresa non è ripartita”.

Tasse e lavoro minano la fiducia della gente, ma mentre del lavoro parlano in tanti, l’argomento tasse è coperto da molto pudore. A sinistra proprio non ne parlano perché si sono identificati nel partito delle tasse, a destra, dopo la disastrosa battaglia sulla Imu che per colpa di Berlusconi ci costa ancor di più e le rivelazioni sulla complicità di Berlusconi e Giulio Tremonti nel Fiscal Compact, madre di tutte le stangate, sono coperti di vergogna.

Gli italiani, prosegue Dario Di Vico, ne ricavano “una sensazione pessimistica” e le ultime due rilevazioni dell’Istat l’hanno confermata:

“quella sul tasso di disoccupazione di febbraio 2015 diffusa nei giorni scorsi e quella sulla pressione fiscale 2014 emessa ieri. In entrambe le occasioni il dato Istat avalla lo scetticismo degli italiani e in qualche modo smentisce l’ottimismo ostentato dal governo, come nel caso del ministro Giuliano Poletti che aveva parlato di un milione di posti di lavoro in arrivo il giorno prima dei dati negativi di febbraio”.

Non possiamo non guardare con allarme alla pressione fiscale 43,5% su base annuale e 50,3 nell’ultimo trimestre del 2014, dati comunicati giovedì 2 aprile dall’Istat,

“che consolidano l’impressione che gli italiani hanno avuto sugli effetti perversi della somma di nuovi tributi locali, accise e Iva.
Il Governo replica che gli 80 euro non vengono contabilizzati come taglio delle tasse, bensì come spesa sociale (e si spiega così il dato sull’aumento delle uscite per +0,8%), ma la sensazione che resta è una: tutta quell’operazione ha sicuramente dato a Renzi un dividendo politico (alle Europee) ma non ha prodotto lo stesso esito in campo economico. È mancata la capacità di gestirla in maniera fruttuosa, si è pensato più a cavalcare l’elemento politico-propagandistico che a curare la trasmissione di quel taglio ai consumi e all’economia reale”.

Amara e realistica conclusione:

“Governare è più difficile che tener botta a un intervistatore”.