Ticino resta con poca acqua. Gli impegni del ministro

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Maggio 2015 12:48 | Ultimo aggiornamento: 4 Maggio 2015 12:48
Il fiume Ticino (foto Wikipedia)

Il fiume Ticino (foto Wikipedia)

ROMA – “Chi decide all’Ambiente: il ministro o i funzionari? – scrive Gian Antonio Stella del Corriere della Sera – È una domanda obbligatoria se si mettono a confronto la lettera al Corriere di Gianluca Galletti che prometteva una cosa e la decisione finale del ministero che ne fa un’altra. E sancisce, nella guerra fra regioni sull’uso dell’acqua del Ticino, la vittoria degli albergatori e la sconfitta del Parco naturale e degli agricoltori”.

L’articolo di Gian Antonio Stella: Breve riassunto: il Ticino, che per portata d’acqua è inferiore solo al Po e alimenta sei centrali idroelettriche e un’agricoltura d’eccellenza di 7 mila aziende dedite soprattutto al riso, è il cuore dell’omonimo parco naturale che dal 1974 ha salvato dall’aggressione edilizia migliaia e migliaia di ettari di pianura padana.
Il tema è: l’acqua che scende dal Canton Ticino, dopo avere formato il Lago Maggiore va lasciata andare senza regole verso il Po nel quale il fiume si getta (via tutta allo scioglimento delle nevi e poi vada come vada in caso di estati secche) o va piuttosto regolamentata tenendo conto di eventuali siccità come quella che nel 2006 provocò danni pesantissimi?
Ovvio: va regolamentata. E così è dalla costruzione, settant’anni fa, della diga della Miorina. C’è anche un trattato firmato da Italia e Svizzera nel 1938 e rifinito nella fase finale della seconda guerra mondiale che stabilisce, come abbiamo scritto, che la diga deve garantire al lago un livello massimo delle acque fino a un metro e mezzo sopra lo zero idrometrico in inverno per poi scendere, superati i mesi più freddi e piovosi, a un metro. Fin qui, tutto chiaro.
Dicono gli agricoltori e i difensori del Parco, però, che in tanti decenni è cambiato il mondo. E che è assurdo lasciare che vada a mare tanta acqua che, in caso di stagioni di secca, potrebbe esser trattenuta dalla diga (che qualcuno vorrebbe raddoppiare: 220 milioni di appalti) e liberata a valle quando necessario. Come è accaduto, un po’ sottobanco, negli ultimissimi anni.
Ed è lì lo scontro. Gli albergatori del Lago Maggiore, in particolare della sponda piemontese, che lamentano già di avere spiagge piuttosto corte a disposizione dei turisti, invocano il rispetto dell’antico accordo italo-svizzero e dicono che a tenere il livello dell’acqua a un metro e mezzo anche d’estate quelle spiagge si ridurrebbero a una fettuccia. Scontata la risposta dei vertici del Parco e degli agricoltori: non è vero. Rissa politica e scontro davanti al Tar, dove il Parco invoca l’annullamento della decisione del governo di tornare al rispetto scrupoloso dell’antico accordo. Nonostante la stagione, come spiega il direttore Claudio Peja, possa essere secca come nel disastroso 2006 e aggravata dalla necessità di rifornire l’Expo, tutta centrata sui temi dell’acqua, dell’agricoltura, del cibo (…).