Ticket sanità: legati al reddito, se guadagni paghi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 settembre 2014 12:25 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 12:25
Ticket sanità: legati al reddito, se guadagni paghi

Ticket sanità: legati al reddito, se guadagni paghi

ROMA –  Tagli ai conti della sanità pubblica, una di quelle cose che, per fare rubare i partiti e i loro amici, ci sta portando a fondo e ci costa un bel po’ di punti di tasse:

“Alla fine i famosi 3 miliardi di euro di risparmi che il governo vuole tirare fuori dalla sanità dovrebbero arrivare con una ricetta che prescrive due medicine:
1. il rafforzamento anche in questo settore della Consip, la società che si occupa degli acquisti della pubblica amministrazione e che, lavorando sui grandi numeri, mediamente garantisce prezzi più vantaggiosi;
2. la riforma dei ticket, che dovrebbe mettere un freno alla crescita delle prestazioni gratuite, con la possibile eliminazione delle esenzioni per patologia per le fasce più ricche della popolazione”.

Sul Corriere della Sera, Lorenzo Salvia, sintetizza il nodo sanità, una delle partite fondamentali per rimettere in sesto i conti dello Stato italiano:

“Il potenziamento della Consip è un progetto che viene da lontano. Già oggi la società controllata dal ministero dell’Economia presidia una piccola parte della spesa nel settore sanitario, 15 miliardi su una torta che ne vale 110.
L’obiettivo è raddoppiare quella fetta per arrivare a 30 miliardi. Ci sono ancora un paio di numeri da tenere a mente per seguire il ragionamento. Dicono le rilevazioni dell’Istat e del ministero dell’Economia che, quando entra in campo la Consip, si risparmia in media il 20% rispetto al sistema fai da te, in cui ogni amministrazione va avanti per conto proprio.
Quanto fa il 20% di quei 15 miliardi aggiuntivi? Proprio 3 miliardi.
Non è un caso che il numero sia esattamente uguale ai risparmi messi in conto dal governo. Ma il percorso non è semplice. Oggi passa attraverso la Consip sia un pezzo di spesa sanitaria in senso stretto, medicine e apparecchiature per un totale di 9 miliardi, sia una parte della spesa generica comune al resto della pubblica amministrazione, come la cancelleria o i computer che arrivano a 6 miliardi. Per raddoppiare quella fetta non basta potenziare i meccanismi esistenti come il cosiddetto sistema dinamico d’acquisto, con la Consip che accredita la aziende fornitrici e poi le inserisce in un elenco dal quale gli enti pescano per organizzarsi la propria gara.
No, per raggiungere quel numero magico è necessario allargare l’intervento della Consip ad altri settori in cui le Regioni spesso non riescono a procedere con il sistema delle gare. Si tratta dei servizi di pulizia, delle mense, della gestione dei rifiuti ospedalieri e del cosiddetto «lavanolo», il noleggio di divise e biancheria con lavaggio e disinfezione che pesa tantissimo sui bilanci delle asl.
È difficile che il nuovo meccanismo produca tutti i suoi effetti già l’anno prossimo, portando per intero la sua dote di 3 miliardi sull’altare della spending review. Per questo bisognerà prendere anche l’altra medicina, decisamente più amara, e cioè la riforma dei ticket.
Non è una sorpresa perché la riscrittura delle regole è prevista proprio dal Patto per la salute, quell’accordo fra Stato e Regioni che i governatori hanno invocato in questi giorni per contrastare il pericolo dei tagli.
Dice il patto che entro la fine di novembre una commissione tecnica dovrà presentare la sua proposta. Ma l’impostazione di fondo è ormai nota da tempo.
Oggi il 70% delle ricette mediche per esami, visite e altre prestazioni è esente dal ticket, la tassa aggiuntiva che i cittadini pagano per tenere in piedi la sanità pubblica.
Una valanga di prestazioni gratuite che tocca il picco nelle Regioni del Mezzogiorno, con l’86% in Campania e l’84% in Calabria.
Nella metà dei casi l’esenzione è legata al basso reddito del paziente, nell’altra metà al tipo di malattia.
Ma quando scattano i controlli spesso vengono fuori le magagne.
Le verifiche fatte l’anno scorso dalla Guardia di finanza dicono che una volta su due c’era qualcosa che non andava.
Il numero delle esenzioni continua a crescere del 4% l’anno. È vero che con la crisi siamo diventati più poveri e molti sono scesi sotto la soglia dell’esenzione minima, oltre ai 9 milioni che ritardano o rinunciano alle cure perché non possono più pagare. Ma è anche vero che, così com’è, il sistema,in parte ancora basato sull’autocertificazione dei redditi, non regge più.
Per questo nella riforma del ticket potrebbe essere cancellata l’esenzione per patologia a chi ha un reddito alto. Ma c’è anche un’altra ipotesi allo studio, basata sulle franchigie a carico dei pazienti. In ogni caso sarà utilizzato in maniera più estesa l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente che pesa l’intero patrimonio della famiglia.
Consip e ticket, dunque. Due medicine che dovrebbero far scendere la spesa e aumentare le entrare di un settore che da solo copre il 15% di tutta le uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito. Una voce esplosa all’inizio degli anni Duemila, quando cresceva ad un ritmo da Pil cinese, il 7% l’anno. E che in realtà dal 2011 è scesa un po’, uno zero virgola.
L’inversione di tendenza è stata possibile soprattutto per gli interventi sul personale, con il blocco del turn over e degli stipendi di medici e infermieri come per tutti i dipendenti pubblici”.

Insomma, alla fine abbiamo sempre pagato noi come cittadini, perché il calo del personale si riflette sulla qualità delle prestazioni.

“Almeno per il momento, non sono arrivati grandi risultati dal meccanismo dei costi standard, che nella distribuzione dei fondi nazionali dovrebbe sostituire i parametri di tre Regioni al pericoloso meccanismo della spesa storica, che disincentivava ogni forma di risparmio.
I costi standard riguardano l’hardware della spesa sanitaria, il costo di una giornata di ricovero o di operazione di angioplastica. Non sono i prezzi standard per il software, medicinali e dispositivi. Di questo si occupa la nuova autorità anti corruzione”.