Totò Riina, il pm Di Matteo, intercettazioni, pentiti su Corriere e Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 gennaio 2014 12:53 | Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2014 12:53
Le intercettazioni tra Toto Riina e Alberto Lorusso

Le intercettazioni tra Toto Riina e Alberto Lorusso

ROMA – Totò Riina, le sue minacce di morte con anticipazioni su un attentato imminente al pm Nino Di Matteo sono al centro di una polemica che lacera una volta di più la magistratura di Palermo.

Su Libero di martedì 29 gennaio, Filippo Facci prende lo spunto da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera di sabato 18 gennaio e elabora con ampie citazioni delle intercettazioni di Riina intento a confidarsi con un altro detenuto, Alberto Lorusso, nel corso dell’ora d’aria nel cortile del carcere dove è detenuto.
Nel suo articolo, Giovanni Bianconi ha scritto:
“La notizia del ritrovamenti di una strana lettera dove si potevano leggere, tra le righe, le parole «Leggio-Bagarella-papello», ha riportato d’attualità le minacce e le invettive del «capo dei capi» di Cosa nostra contro il pubblico ministero Nino Di Matteo e i suoi colleghi titolari del processo e delle indagini tuttora in corso sulla trattativa, subito dopo l’altra «rivelazione» che ha contribuito ad animare il palazzo di giustizia: la soffiata di un confidente su un progetto di attentato contro Teresa Principato, procuratore aggiunto che coordina le inchieste sul latitante trapanese Matteo Messina Denaro”.
La dott. Teresa Principato, ha scritto Giovanni Bianconi, “ha però espresso posizioni (dentro e fuori l’ufficio) non proprio in sintonia con i pm che scavano nelle relazioni tra boss e uomini delle istituzioni”.
Le dichiarazioni di Teresa Principato sono state prese a verbale, venerdì 17, dal procuratore di Caltanissetta, Lari, “per meglio decifrare il contesto del pericolo”.
Lunedì 27, riferisce ancora Giovanni Bianconi, il procuratore di Palermo Messineo  “aveva riferito alla riunione dei magistrati antimafia che latore della «confidenza» sulla ricerca di tritolo è un investigatore della Guardia di Finanza non troppo stimato, con qualche traversia giudiziaria alle spalle”.
Giovanni Bianconi ricorda anche  “la doppia indagine sui carabinieri già protagonisti di importanti indagini antimafia, foriera di nuove tensioni e divisioni”.
La vicenda è molto intricata, affidiamoci all’articolo di Bianconi:
“Nei mesi scorsi uno dei carabinieri di scorta al pm Di Matteo, il maresciallo Saverio Masi, ha denunciato alcuni suoi ex superiori, sostenendo di essere stato ostacolato nelle indagini sulla ricerca di Provenzano prima e di Messina Denaro dopo.
Il carabiniere, inserito nella lista testi dell’accusa al processo trattativa, è stato poi condannato in appello a sei mesi di carcere per falso e truffa, in un giudizio contestato dal movimento cosiddetto delle «agende rosse».
Gli ufficiali accusati l’hanno denunciato per calunnia, ma i due pm titolari dell’indagine hanno deciso di astenersi quando hanno capito l’intenzione di riunire i diversi fascicoli e indagare quegli stessi ufficiali (tra cui i colonnelli Sottili e Gosciu, e il maggiore Miulli) per favoreggiamento della latitanza di Messina Denaro.
Ufficialmente la scelta dei due magistrati è motivata dai rapporti di lavoro pregressi, nonché di amicizia, con gli ufficiali accusati da Masi, ma dietro c’è una profonda avversità rispetto alla scelta di inquisirli, sia pure come ineludibile formalità.
Così la nuova spaccatura ha riacceso antichi dissapori che risalgono sia all’indagine sulla trattativa, sia alle ricerche del boss trapanese; anch’essi evidentemente mai archiviati. E ha fatto tornare a circolare dubbi sulla solidità del dibattimento in corso davanti alla corte d’Assise, nel quale hanno cominciato a testimoniare i «pentiti» di mafia.
Le minacce di Riina, sostiene più di un pm, sono state utilizzate anche mediaticamente per rilegittimare un processo che era stato incrinato dall’assoluzione del generale Mori per la presunta mancata cattura di Provenzano nel lontano 1995 (ora Mori è imputato anche per la trattativa, e gran parte delle fonti di prova sono le stesse).
Gli scambi di accuse e contraccuse potrebbero andare avanti, a conferma di una frattura difficilmente sanabile, negata però dal procuratore Messineo (lasciato al suo posto dal Csm che ha archiviato la pratica per incompatibilità ambientale): «Non ci sono spaccature, ma diversità di opinioni, anche accese, su singoli procedimenti, fisiologiche in qualsiasi ufficio giudiziario»”.

Su Libero, Filippo Facci riferisce di avere letto i brogliacci delle intercettazioni di Riina pagina per pagina.

Lette per intero e contestualizzate, certe frasi, appaiono molto diverse da certi titoli sparati su stampa e televisione. Anzitutto va ripetuto che Riina – a molti potrebbe essere sfuggito, visto che all’inizio non era chiaro – pronuncia le sue «minacce» ben consapevole di essere intercettato: lo dimostra il passeggio del 13 novembre. Alberto Lorusso: «Stamattina è uscita la notizia vostra… Riina minaccia il pm Di Matteo». Riina: «Sentono le parole di qua? (con la mano sinistra indica verso la telecamera)». Lorusso: «E stanno vedendo se mandare una protezione seria a Di Matteo». Riina: «Ma come minaccio, come minaccio (ride ironicamente), io non sono a 41bis?». Lorusso: «…un pentito dice che è arrivata la polvere da sparo per lui». Riina: «Ah, un pentito… eh, certo… hanno sempre gatte da pettinare, non sono mai tranquilli, mai». Lorusso: «Per mantenere viva la situazione… ».

Il giorno dopo, 14 novembre, Riina dice che di Di Matteo gli importa assai poco: «Ma minchia è questo Di Matteo… gli vorrei chiedere: ma chi minchia è, me lo vuoi dire chi minchia è?… Per me, un pelo di coglioni è… fanno propaganda loro, fanno tutte queste cose loro… ».

Sempre quel giorno (pagina 10 delle intercettazioni) Lorusso racconta ancora a Riina: «Altri telegiornali poi dicono che la guardia ha sentito dirvi a voi queste cose ed ha relazionato … altri telegiornali dicono che voi gridavate a un altro detenuto questo fatto che voi volevate uccidere Di Matteo».

E Riina che fa? Ride. Si legge proprio così: «Ride». Poi ancora (pagina 17) Lorusso su Di Matteo: «Stanno vedendo per darle (dargli, ndr) un rifugio segreto, per metterlo in un rifugio segreto… ». Riina: «Ah, lo debbono mettere in un rifugio segreto, mannaggia la morte… ride». Lorusso: «Lo ha detto la televisione». Riina: «Ninci parla più nessuno con questo… ride…. povero giudice… ». Lorusso: come voi avete detto: ma chi minchia è…. subito gli hanno dato la località segreta. Dite mezza parola e questi… ».

Insomma, Riina – un generale senza più esercito, capo di una mafia che non esiste più – mostra verso Di Matteo lo stesso atteggiamento che mostrava verso Matteo Messina Denaro: mostra di non conoscerlo, non sa praticamente chi sia. E si compiace che le sue parole di 83enne rinchiuso al 41bis abbiano tanto effetto mediatico.

Due giorni dopo, il 16 novembre – eccoci – Riina «minaccia» Di Matteo a mezzo di un dialogo che va riportato per esteso. Lorusso: «Ma secondo me questi vogliono mantenere sempre viva la lotta alla mafia, sempre viva la situazione…». Riina: «Sì, sì…». Lorusso: «Allora ci bombardano di queste notizie, di questi pericoli, di queste cose ci fanno bombardamento». Riina: «E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa e dico e non ne parliamo più».

Nota: sarebbe utile sentire anche il tono con cui Riina pronuncia la frase, perché ha tutta l’aria di una canzonatura.Dopodiché Riina esterna più che altro la sua impotenza:«Ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile (incomprensibile) ucciderlo (incomprensibile) una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari…».

IL PAPELLO CHE NON C’È

Poi c’è la questione del papello, ossia le richieste che Cosa nostra avrebbe fatto allo Stato per bloccare i massacri dal 1992 in poi. La maggioranza dei giornali ha riportato questa frase del 13 agosto, “ . pagina 7 delle intercettazioni: «La cosa si fermò, tre quattro mesi…. ma non è che si è fermata… comunque… io l’appunto gliel’ho lasciato».

Che appunto? E a chi? Non è chiaro, ma è chiarissimo che gli stessi giornali non sono stati interessati ad altre parti del colloquio, se non con taglia e cuci non sempre giustificati. Nel passeggio dell’8 novembre, Riina dice: «Una partita di sbirri c’è… i tragediatori. Giovanni Brusca dice che io gli ho detto… Brusca fa una dichiarazione cattiva, “mi ha detto Riina che gli ha presentato il papello”, ma questo papello non si trova, non c’è… sono andati a fare tutte le indagini sui miei figli, le mie sorelle, a mia moglie, a mia madre…». Lorusso: «E non hanno trovato nessun riscontro…». Riina: «A mio fratello, a tutti, ai bambini… non risulta, non risulta… perciò questo (Giovanni Brusca, ndr) è un pallista, è un pallista che io gli ho detto questo, questo papello, questo papello… gli ho detto: interessati per tuo padre, no che gli ho dato il papello».

Al minuto 44 dell’intercettazione, poi, Riina dice che «il papello fu una cosa detta da lui (Brusca, ndr) e studiata da lui, sentimento suo», mentre Lorusso aggiunge: «Ciancimino, padre e figlio, fotocopia di qua e di là… normografo… ha fatto un collage e solo un collage…».

Riina aveva parlato di Massimo Ciancimino anche il giorno prima, 12 agosto: «“Io, mio padre, il colonnello Mori convincemmo a Provenzano a far arrestare Riina”. Ma santo cielo… tu, tu Ciancimino, sei un folle in catene, tu sei un folle in catene…». Riina demolisce, cioè, uno dei pilastri della «trattativa» cara ad Antonio Ingroia e Nino Di Matteo.

LA TRATTATIVA CHE NON C’È

Il quale Di Matteo è stato il primo a tradurre i deliri di Riina in termini di sicura condanna a morte: «Se mi torcono un capello, questa volta c’è la prova, è lì…». E tutto è successo «quando, anche dopo il rinvio a giudizio, abbiamo deciso di non fermarci con l’inchiesta». Quella sulla trattativa.

Una trattativa derisa sempre da loro, Lorusso e Riina, nelloro passeggio dell’8 novembre. Lorusso: «Diceva che c’era un connubio tra politica e mafia… Non c’era nessuna trattativa, non è che c’era una trattativa, in passato… ». Riina: «Sì, sì… ». Lorusso: «C’era una connivenza, così, tra mafia e politica, quando poi la politica ha tradito l’ha mafia l’ha punito… questo era… c’era una connivenza come c’è sempre stata in tutto il mondotra politica e mafia…Questo è quello che ruota in tutto il castello accusatorio della trattativa stato-mafia. Se invece si deve dire che c’era la trattativa stato-mafia… allora…». Riina: «No, ma non c’è… chi c’è andato a trattare?… Quello è stato assolto un sacco di volte… il generale…». Lorusso: «Il generale… Mori». Riina: «È Mori, noialtri, non è che ci fa di arbitro». Poi – si legge a pagina 19 – non si sente più niente per via del rumore: pare sia partito un tagliaerba lì vicino, fuori dal carcere di Opera.