“Un giorno da tassista per Uber”, Andrea Rossi sulla Stampa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 novembre 2014 9:36 | Ultimo aggiornamento: 10 novembre 2014 9:36
"Un giorno da tassista per Uber", Andrea Rossi sulla Stampa

“Un giorno da tassista per Uber”, Andrea Rossi sulla Stampa

ROMA – “Un giorno da tassista per Uber” è il titolo dell’articolo a firma di Andrea Rossi sulle pagine de La Stampa:

La prima chiamata arriva alle 9,10. Ci siamo appena seduti in macchina e c’è già qualcuno che ha bisogno di noi. Si chiama Giulio e deve andare al Politecnico. Ha fondato una start up: «Forniamo alle persone tutti gli ingredienti necessari per preparare una cena. Ma dobbiamo rivedere il piano finanziario, così non regge. Anzi, forse ci trasferiamo direttamente a Londra».

Poco meno di 7 chilometri in 22 minuti. Costo: 9 euro. In taxi ne avrebbe spesi come minimo 15. Il secondo cliente ci reclama alle 10 ma, quando arriviamo, sul posto non c’è. Chiamiamo. «Mi scusi, volevo disdire la corsa ma non sapevo come fare. Sa, è la prima volta». È la prima volta anche per noi. Accostiamo in via Roma, pieno centro, e aspettiamo. Dopo un quarto d’ora, il telefono s’illumina: un signore ha bisogno di un passaggio in Tribunale.

Ci siamo fatti arruolare da Uber, il servizio che permette di prenotare un’auto con conducente tramite smartphone pagando con carta di credito. Da giovedì funziona anche a Torino: chiunque può mettersi a disposizione quando vuole, tutto il giorno o un’ora al mese. Con la nostra auto, una Alfa Romeo Giulietta, abbiamo lavorato dalle 9 alle 18, con due pause di mezz’ora: undici chiamate, nove corse portate a termine e due annullate perché il cliente aveva cambiato idea. Abbiamo percorso 100 chilometri. Incasso: 61 euro, meno 11 di gasolio e altri 11 che resteranno a Uber.

Mercoledì sera ci siamo fatti avanti. Abbiamo caricato su una piattaforma on line dati e documenti. Abbiamo anche giurato di non avere conti in sospeso con la giustizia. Per ora si fidano, ma entro due settimane dovremo fornire i certificati del Tribunale. Giovedì ci siamo ritrovati con altre quindici persone – studenti, disoccupati, due pensionati, una commessa stufa di servire clienti e in ansia per il suo negozio – in un hotel di piazza Massaua, periferia Ovest di Torino. Ci hanno accolto tre ragazzi di 25 anni. Ci hanno catechizzato per un’ora e fornito uno smartphone. In meno di ventiquattr’ore siamo diventati «autisti».

Con Uber non si telefona. Funziona tutto tramite un’app: il cliente vede sul telefono le auto più vicine e sceglie a chi chiedere un passaggio. Tra una corsa e l’altra accosti a bordo strada e aspetti. Il telefono suona, s’illumina. Basta toccare lo schermo ed ecco il passeggero: il quarto si chiama Florent, è un gallerista parigino, in città per Artissima. Parte dal centro per andare all’aeroporto di Caselle: 16 chilometri in venti minuti, costo 13 euro. Con il taxi sarebbero stati 35 o 40.

Viaggiamo senza sosta dalle 9 a mezzogiorno, poi fino alle 13,40 nessuno chiama. Ci assale l’ansia da prestazione: avremo sbagliato qualcosa? Poi, improvvisamente, il telefono si rianima. Al corso, i ragazzi di Uber raccomandano di rispondere ad almeno il 90% delle chiamate, di non telefonare al cliente a meno che non sia necessario, e di essere prudenti: «Quando credete di aver individuato il passeggero chiedetegli come si chiama. Solo a quel punto fatelo salire. Non date troppo nell’occhio». Avvertenza preziosa: Uber viaggia sul filo della legge, i vigili (e i tassisti) sono sempre in agguato.

Noi, però, non ne incontriamo nemmeno uno. Nove corse, 23 persone trasportate, solo due con più di quarant’anni e solo quattro italiani. Un francese, Maxime, voleva pagare in contanti. Impossibile: in auto non avvengono scambi di denaro o transazioni; Uber preleva direttamente il costo della corsa dalla carta di credito del cliente e ogni settimana paga il «driver» con un bonifico. «Che dovete conteggiare nella dichiarazione dei redditi». Tutte le raccomandazioni hanno un solo scopo: evitare i passi falsi. Con i vigili. Con i taxi. Con il Fisco. «Speriamo che a nessuno venga in mente di farla chiudere», dicono Gale e altri tre studenti londinesi, arrivati apposta per Artissima.

Le generazioni digitali si apprestano a stravolgere anche il modo di muoversi. Alle cinque, ci contattano due americani. Sono al Lingotto, a Eataly. Siamo lontani sei chilometri e loro devono prendere un treno 40 minuti dopo. Ci sarebbero soluzioni alternative, eppure aspettano noi, ostinatamente. Si fiondano sul sedile posteriore. Dietro c’è un taxi, chissà se l’autista se ne accorge. «È meglio se fate sedere i passeggeri accanto a voi», consigliano i ragazzi di Uber. Gli stranieri, però, salgono dietro. Gli italiani no. Coltivano il dubbio che non tutto sia perfettamente lecito. O forse covano qualche senso di colpa. Come quello che ha Daniele, che accompagniamo in Tribunale: «Sono dispiaciuto, davvero. Non è mai bello vedere una categoria in difficoltà. Se i tassisti non si fossero messi di traverso quando si voleva liberalizzare un po’ il settore, forse non saremmo qui». O forse sì. La verità è che il popolo di Uber non nutre sentimenti per i tassisti. Noi sì. Ieri abbiamo provato quanto sia sfiancante guidare in città per otto o nove ore. Ritrovandoci, alla fine, con 40 euro.