Unipol-Bnl, Carlo Marroni sul Sole 24 ore: “Giustizia e tempi del mercato”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 Dicembre 2013 14:06 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2013 14:07
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Antonio Fazio (LaPresse)

ROMA – L’assoluzione dal reato di aggiotaggio decisa ieri 6 dicembre dalla corte d’Appello di Milano nei confronti dei protagonisti della mancata scalata di Unipol a Bnl chiude una pagina controversa della storia finanziaria italiana.

 

Scrive Carlo Marroni sul Sole 24 ore:

La vicenda, a distanza di anni e di tanti processi, resta ancora nella memoria collettiva, sia per i suoi risvolti politici che istituzionali: le accuse dei magistrati costrinsero infatti alle dimissioni il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e trascinarono nella mischia alcuni tra i più noti imprenditori italiani, accusati di aver ostacolato la conquista di Bnl da parte dei colossi bancari stranieri.

In realtà, come dimostra la sentenza di ieri, nessun reato di aggiotaggio fu compiuto ai danni del mercato o di un contendente e il vero e unico obiettivo degli imprenditori coinvolti era la difesa del proprio investimento. Considerazioni analoghe valgono per Antonio Fazio: la sentenza, assolvendo tutti gli imputati, dà una parziale riabilitazione anche all’ex Governatore, la cui difesa dell’italianità del sistema creditizio italiano fu oggetto di sospetti e polemiche. Su Fazio, comunque, continua a pesare la condanna subita per aver ostacolato la scalata di Abn Amro alla banca AntonVeneta, su cui aveva messo un’ipoteca Gianpiero Fiorani.

La vicenda della banca di Via Veneto, Bnl, ha avuto un percorso molto accidentato, soprattutto per il Governatore di quegli anni. Antonio Fazio ha guidato la Banca d’Italia dal 1993 a fine 2005, quando si dimise (era il 19 dicembre) dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati. Un lungo periodo quello della sua reggenza, in cui il sistema bancario ha cambiato volto, si è razionalizzato ed è soprattutto entrato nelle mire dei big stranieri. Dalla sua cabina di regìa a Palazzo Koch, Fazio ha sempre puntato sul mantenimento o, come si diceva in quelle stanze ovattate, l’implementazione dell’italianità del sistema, pensando che mantenere il controllo azionario delle aziende di credito in mani nazionali fosse un valore da non perdere: «L’Italia non ha risorse sotto terra, ma il suo petrolio è il risparmio» diceva spesso. (…)