Utero in affitto, per legge chi nasce da madre surrogata è figlio di nessuno

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 novembre 2014 10:31 | Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2014 10:31
Utero in affitto, per legge chi nasce da madre surrogata è figlio di nessuno

Utero in affitto, per legge chi nasce da madre surrogata è figlio di nessuno

ROMA – È stato dato in adozione il piccolo Tommaso, 3 anni, nato da una madre surrogata su committenza di una coppia di cinquantenni di Crema che non può avere figli. Per tre volte alla coppia era stata respinta la richiesta di adottare in Italia.

L’Italia non accetta accordi tra aspiranti madri e gestanti. Per questo il piccolo Tommaso, nato nel 2011 su committenza di una coppia bresciana e messo al mondo da un’ucraina, verrà dato in adozione. È una decisione destinata a far discutere, quella della Cassazione, che sbarra il passo alla pratica della maternità surrogata e alla possibilità che i figli nati all’estero con questo tipo di patti possano essere riconosciuti legittimamente in Italia.

Scrive il Corriere:

La nostra legge, infatti, non riconosce la pratica della «fecondazione extracorporea» e questo significa che Tommaso, che oggi ha tre anni, secondo il nostro ordinamento deve essere considerato abbandonato alla nascita, quindi quale «figlio di nessuno», adottabile. E poco importa che la coppia di cinquantenni, non potendo avere figli propri, abbia voluto quella creatura più di ogni altra cosa al mondo. Ancora meno conta il fatto che i due bresciani per ben tre volte si siano visti bocciare in Italia la richiesta di adottare un bimbo. La Corte Suprema, con questa «decisione pilota», li allontana per sempre da Tommaso, spiegando che per l’ordinamento italiano la madre è colei che partorisce. Di parere diverso era stata invece la Procura generale della Cassazione, rappresentata da Francesca Cerioni, che aveva chiesto la revoca dell’adottabilità e la restituzione di Tommaso ai sedicenti genitori, che al rientro dall’Ucraina, erano stati smascherati e denunciati per frode anagrafica. Le autorità avevano scoperto subito, infatti, che lei non era in grado di procreare, perché le avevano asportato l’utero e lui era affetto da oligospermia. Dopo qualche resistenza, la coppia aveva ammesso tutto, raccontando di aver avuto quella creatura grazie a una madre «in affitto» che aveva partorito in Ucraina, ma non aveva voluto che il suo nome figurasse sul certificato di nascita del bebè. Questo significa che oggi non è più rintracciabile.

Ma il caso, sollevato in Italia, non è in regola neanche con le leggi ucraine, che prevedono che almeno il 50 per cento del patrimonio genetico appartenga alla coppia «committente» e che gli ovociti non siano della gestante. Qualora, comunque, lì fosse stata una pratica legale, la decisione dei nostri ermellini sarebbe rimasta uguale, vista la contrarietà giuridica a questo tipo di «committenza». Inutile quindi, la battaglia di marito e moglie, comparsi davanti alla Cassazione nel tentativo di spiegare che i tempi sono maturi e l’Italia deve far suoi i valori condivisi dalla comunità internazionale. Con sentenza 24001 il presidente della Suprema Corte Gabriella Luccioli ribadisce, infatti, che se è vero che il Consiglio d’Europa su questo tema lascia i Paesi membri abbastanza liberi di darsi regole, lo è altrettanto che per l’ordinamento italiano la mamma è colei che partorisce e questo contiene un diniego, rafforzato da sanzione penale, della surrogazione. «Questo divieto – spiega il verdetto – non è stato travolto dalla declaratoria di illegittimità costituzionale parziale dell’analogo divieto di fecondazione eterologa, pronunciato dalla Consulta con la recente sentenza 162 del 2014 ed è posto a presidio di beni giuridici fondamentali». Infine gli ermellini ricordano infine che solo all’adozione, istituto governato da regole a tutela dei minori, la legge affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato.