La vena nera che mise in crisi Michelangelo. Laura Larcan, Messaggero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Maggio 2014 9:48 | Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2014 9:48
(foto Il Messaggero)

(foto Il Messaggero)

ROMA – “La vena nera – scrive Laura Larcan del Messaggero – che solca il viso del «Cristo portacroce» si vede appena, a quell’altezza di oltre tre metri che impone il piedistallo. Ma il candore lattiginoso del corpo sembra vibrare di luce propria. Eccolo il Michelangelo «perduto», tornato a Roma dopo quattordici anni dalla sua scoperta”.

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Eccolo il Michelangelo «perduto», tornato a Roma dopo quattordici anni dalla sua scoperta. Ha lasciato la più mite cappella alla destra dell’altare maggiore della chiesa di San Vincenzo Martire a Bassano Romano, terra della storica famiglia dei Giustiniani, per giganteggiare da oggi nella sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. È il Cristo portacroce del Buonarroti ad aprire la grande mostra «Michelangelo. Incontrare un artista universale», visitabile fino al 14 settembre, promossa dall’Assessorato alla Cultura e dalla Sovrintendenza capitolina, prodotta e organizzata dall’associazione culturale MetaMorfosi presieduta da Pietro Folena, insieme a Zetema, per i 450 anni dalla morte di Michelangelo, sotto la cura di Cristina Acidini, con Elena Capretti e Sergio Risaliti. Un percorso che inanella ben 156 opere, di cui circa una settantina di Michelangelo. A dare la misura dell’evento, basti solo considerare la garanzia di Stato di circa 600 milioni di euro per sostenere i costi di copertura assicurativa delle opere. Come evidenzia Folena «La mostra non vuole avere nessuna pretesa di organicità nel raccontare un genio assoluto impossibile da risolvere nella sua totalità, ma tenta di offrire al grande pubblico profonde impressioni su un artista titanico». E sono proprio le impressioni la chiave di forza di questo percorso. L’ouverture è affidata alla statuaria di Michelangelo, talmente bella che non avrebbe avuto bisogno di un allestimento color blu indaco. Ecco il Cristo portacroce, dalla torbida storia di oblio secolare, lasciata incompiuta dal Buonarroti per l’emergere improvviso nel marmo della guancia di una vena nera, e che sarà seguita vent’anni dopo dalla seconda versione oggi conservata nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva.
IL CAPOLAVORO RITROVATO
Un capolavoro ritrovato, è bene ricordarlo, dalla storica dell’arte Irene Baldriga mentre effettuava sopralluoghi in preparazione della grande mostra su Caravaggio e i Giustiniani curata nel 2000 da Silvia Danesi Squarzina. Fu la Baldriga, infatti, a riconoscere la venatura nera e ad intuirne tutto il retroscena. E con lui, come evidenzia la Acidini, brillano il Bruto prestato eccezionalmente dal museo del Bargello in un dialogo serrato con la ritrattistica antica cui si ispirò il Buonarroti, dal Bruto in bronzo dei Musei capitolini alla testa di Caracalla dai Musei Vaticani. Ci sono i Trofei dalle cappelle Medicee di San Lorenzo, fino alla Madonna della Scala di un Michelangelo appena quindicenne, che sotto l’ala protettiva del «Magnifico» Lorenzo de’ Medici, affronta il marmo, guidato da Bertoldo, il più anziano allievo di Donatello, evidenziando già una grazia dei mezzi espressivi, una arguzia nella prospettiva, e un’abilità a reinterpretare la lezione degli antichi. Nelle sale di Palazzo Caffarelli prosegue la mostra, dove spiccano i prestiti della Casa Buonarroti che riverberano ogni grande impresa di Michelangelo. Lettere, disegni, progetti, versi. Autografi. Un incontro ravvicinato col genio.